della scuola/sulla scuola: l’esame di stato o la riforma dei cicli?

di natale capodiferro    della scuola/sulla scuola: l’esame di stato o la riforma dei cicli?

Quasi tutti ci poniamo domande, soprattutto le associazioni sindacali, circa il se e dove andrà a finire il progetto online della “Buona Scuola” , durato due mesi. Mentre si consumavano online i de-costruttori (ovvero i nuovi costruttori), il Miur, in segreto, su ordine della nostra Giannini, continuava e continua il suo processo pseudo innovativo, automaticamente variando, in itinere, senza tener conto, minimamente, dei risultati attesi dalle richieste web. Quasi che fosse empirico l’appello su ogni tema! Uno spot, insomma, di quelli che in cui si mostra non la berlina, ma la donnina, in bell’esempio berlosconiano.
Così che sta andando anche per l’esame di stato. Se, se per un attimo lo isolassimo, chiuso nella cassa come fatto a se stante, coinvolgerebbe parallelamente e sicuramente altre tematiche, che poi rimanderebbero all’intero sistema scolastico.
Ebbene, doveva essere diverso, adesso si avvicina a quello precedente con qualche variante ancora da svelare, forse la terza prova. Ma il punto, il punto vero che nessuno chiede mai e che dovrebbe essere chiarito è: oggi serve ancora, ancor più con una secondaria a 4 anni, un diploma che legalizzi lo “stato” scolastico di un cittadino?
Al di là del tema specifico dell’esame di stato, di cui si può discutere le modalità, il vero problema è alla fonte: una vera riforma dei cicli scolastici. Che, un po da tutti, mai si affronta sul serio, in quanto, le singole categorie si trincerano su posizioni acquisite e somatizzate. Riforma dei cicli che deve tener conto oramai della fatiscenza della struttura scuola, sia in senso strettamente fisico(edifici) che in quello didattico-educativo(cicli-docenti-programmazioni), dove, quest’ultimo, dovrebbe essere inteso nel più complesso sistema della formazione.
Ne discutono i sindacati come “valore” da tenere in campo scolastico, quasi a tutti i costi;  mantenere il valore legale del diploma è giusto o meno!
Si discute di equiparare il voto dell’esame di stato da Trento a Crotone, aumentando le prove scritte e il peso di esse nella valutazione finale(questo ci sta), e definendo “centralmente” rigorosi criteri di valutazione degli elaborati; e non ultimo, si propone, preso come ideale, di far eseguire prove al PC con un programma che fornisca immediatamente la valutazione della prestazione. Si discute della Terza Prova, come ovvio da eseguire livello nazionale?
Ma è così ! È così che deve veramente andare?
Si discute della prima prova anche qui il pc (riferimento Essays USA).
Si discute della prova orale, con un punteggio ridotto rispetto a quelle scritte, concentrandosi sulla discussione delle prove scritte(sempre valutate centralmente
Si discute di collegare di collegare l’ultimo anno a quello successivo(universitario o post superiore).
Si discute se portare a 4 anni la scuola secondaria superiore.
È un bene o un male, agire ancora per compartimenti stagni? C’è bisogno di questo, modifichiamo. Manca un qualcosaltro, inseriamo e integriamo.
Il sistema scolastico attuale ha fallito proprio perché ritiene congruenti i corsi di studio avviati, soprattutto nella secondaria superiore.
E, se magari, provassimo a vederlo in un ottica di riforma totale dei cicli scolastici?

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Se si mantiene il valore legale, questo dovrebbe dar accesso a categorie di occupazioni che oggi non esistono. Per di più i vari e svariati contratti di lavoro posti in essere oggi dalla legge vigente consentono a tutti di accedere, bene o male, anche con corsi specifici privati, a quei posti di lavoro, vedremo cosa cambierà con il jobs act approvato.
Togliere quel valore legale, portare definitivamente a 16/17 anni la scuola dell’obbligo gratuita e per tutti e senza esame di stato, sarebbe un passo avanti, un sollievo.
Tralaltro se molti di noi parlano sempre e più di reddito di cittadinanza o similare, cosa significa valore legale se, ad esempio, in un livello finale di liceo scientifico o classico, gli alunni diplomati dovessero ricoprire un posto-lavoro di impiegato di concetto? Nulla più, solo un concetto evanescente che portiamo appresso da tanto tempo. La professionalizzazione, oggi, che si presuppone nel terziario statale o privato, è tutt’altra: pc, software, elementi di diritto e tributari, leggi nazionali e regionali, comunali e regolamenti vari.
Dunque una scuola e un welfare che non corrispondono più alle esigenze odierne ne alle categorie del futuro, magari a tutele crescenti e con presumibili variabili nella professionalizzazione.
Il pensiero allora va ad un scuola integrata e realisticamente adeguata ai tempi. Pensare a potenziarle il 1° ciclo inserendo Educazione Motoria, Fisica, Informatizzazione(sul serio), Lingua/e, Arte, Elementi di diritto(da accostare realmente a cittadinanza e costituzione-che oggi è solo una burla semantica). Chiaramente scuola a tempo prolungato con strutture con nuove funzionalità e ottimizzata non solo per i discenti ma anche per i docenti. Tutto a scuola dovrebbe recitare il motto. Apprendere a scuola, non a casa, per separare nettamente le due, oggi fin troppo legate e non poco negativamente, della vecchia maniera. Le strutture attuali e le risorse non sono idonee ad accogliere questo nuovo tipo di didattica in quanto, sia nell’edilizia, che nella metodologia, sono ancora imperniate sul sistema scuola-casa-ripetizioni. Si pensi al docente stesso che, nel caso di alunni che non abbiano completamente assimilato argomenti durante la lezione, tendono a ri-spiegare i contenuti, invece che face-to-face, come previsto, invece, nel sistema anglosassone o scandinavo. Un modo nuovo di fare scuola e cultura nei luoghi deputati e preposti: la scuola e le sue strutture, badando ai programmi, al carico e alle proporzioni e soprattutto a evitare clonazioni infinite degli stessi argomenti. Ha più senso il “docente retore” e l'”alunno passivo”, quello che da e quello che riceve col cucchiaino le cosiddette nozioni? Nozionismo, altro termine da abolire completamente nel vocabolario scolastico.

Dirigersi verso una scuola di qualità, dell’alunno e dell’insegnante con una maggiore sinergia tra Miur-Scuola-Territorio-Indirizzi. Nei sondaggi per le categorie professionali del futuro è visibile quanto la differenza marchi il sistema scolastico italiano con quello del resto dell’europa. Non solo, la scuola di tutti o per tutti, ma una scuola che crei occupazione e che sia variabile negli intenti didattici e programmatici, una scuola che sappia organizzarsi con i tempi.
Una struttura semplice della scuola è possibile richiamare, tante volte si è parlato di finalizzazione degli studi alla cultura, iniziando con una scuola dell’obbligo completamente gratuita e identica per tutti; fissare una prima fase di “cultura” o di formazione culturale e apprendimento personale e generale, poi passare alla professionalizzazione o formazione professionale.
E che questa seconda sia indirizzata e variabile secondo quelli che saranno i campi di lavoro espressamente valutabili in quel dato momento storico. Creare, come afferma qualcuno, una specie di Osservatorio sulle Professioni in modo che l’aggiornamento sia continuo. Conducendo e apportando piccole variazioni, non essenziali, alle programmazioni potrà essere essenziale al fine di evitare scuole tuttologhe come lo sono ora.
Altro errore in cui è incappato il Miur negli anni passati, senza consultazione fra le parti ma insieme con le Case Editrici, e che influenza non poco le scale dei poteri a cui è relegata la scuola oggi, è la tipologia dei libri di testo, tra cui quella più usata se non l’unica per le adozioni, la tipologia B mista. Richiesta dal Miur in special modo per ridurre pagine e capitoli e costare meno(in resto online).
Qualcuno si domanderà: lo stato si è permesso delle scale valoriali di cultura, cioè di quale cultura e come somministarla agli studenti?. La risposta è sì. Lo Stato, attraverso il Miur, ha legittimato un alleggerimento dei “contenuti” a favore del prezzo. Ma perché questo? Perché vi è un infinità di scuole che non servono a un fico secco nella secondaria superiore, che non hanno più realtà biunivoca con il contesto lavorativo.
Se ci si  diploma con 100 o con 60, non si trova terreno fertile(lavoro) in quei campi specifici, poiché negli ultimi 40 anni non si sono create disponibilità(politica dell’occupazione) che rendessero giustizia proprio a quel valore legale(posti di lavoro)dell’esame di stato, a cui si tiene tanto.
Ecco perché non serve più a niente uscire a 18/19 anni ed avere una cultura specialistica che, a quell’età, non ha altro sbocco che la disoccupazione al 100%.
Inoltre questo fatto di ridurre la scuola ad uno schema di una squadra di calcio poco interessa alla nuova pedagogia che già si è espressa e bene sul valore “sociale(famiglia)-culturale(di base)” che la scuola dovrebbe avere.
Allora se pensiamo un po come questi pedagogisti pensano, e a buon diritto, dobbiamo prevedere una scuola che sia in grado di dare una cultura di base UGUALE a tutti, senza distinzioni di sorta, sin dall’inizio, in un ambiente che sia come una famiglia, che accolga cioè, e come tale si regoli. La formazione professionale vera e propria verrà dopo, il cambiamento è iniziato e non dobbiamo rimanere indietro a società che già lo esprimono da più di 40 anni.

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