SQUALLIDA, SQUALLIDA PASQUA

di natale capodiferro   SQUALLIDA, SQUALLIDA PASQUA

Squallida, squallida Pasqua

Sembra riecheggiare nelle parole, spero inizino a perdere quell’enfasi pubblicistica, del poveretto che si trova davanti ed inerme ad una tv senza particolari nuovi squilli.
Oramai tutto è risolto a gossip, anche la politica.
Tutti leggono ed è un bene. Tutti, però, scrivono: nell’anarchia più assoluta del pensiero, frasi buttate lì ad effetto, magari prese da una parte di una parte di un concetto espresso da qualche altro
Ma ognuno dentro di se vorrebbe contare di più per valere di più, così vorrebbe lo spirito televisivo in cui siamo, nostro malgrado, incastonati: chi vi fa parte e chi no! E chi uccide per entrarvi forzatamente.
E così che, anche, ognuno di noi, sempre per contare e valere di più (webbisticamente parlando) spiana la strada alla sua storia, quasi sempre con sottoinsiemi di concetti che espressi laceri e monchi sembrano valere in assoluto, ma non lo sono affatto.
Sembra un ritorno all’opera mediatica fascista tra le due guerrre, movimento, azione, pubblicità, oggi aggiungiamo twett e pailettes facebookiane.
Vale la dettatura della prima cosa che si pensa o che attrae di una notizia, senza uno straccio di informazione, senza logica della comprensione, solo immediata risonanza dei propri istinti intellettuali scatenati da quelle facce(oserei dire felliniane) che si aggirano nelle tv e nei media in genere.
No, non è il talk show l’apice della frammentazione del pensiero odierno, che pure lo costringe tra le cornici pubblicitarie, ma il leit motiv che guida la pseudo soggettività odierna a prevalicare quella vera riducendola a disoggettività(come cioè non oggettività reale ma soggettività oggettivata virtuale). Ciò accade nei linkaggi, nella prosopopea dei titoli interminabili distanziati da sotto barre che hanno in loro già domanda e risposta. L’assoluto e il relativo collimano. La ripetizione all’infinito da incoraggiare, anzi alcuni, violentemente, la richiedono osteggiando l’incultura altrui, altri, invece, in cui lo spezzatino delle interpretazioni, date a manetta con i mi piace o con gli hashtag ripetuti, rimanda ad un mondo onirico, impersonale e collettivo(a forza).
È la società dei frammenti allora?
Analizziamo quest’aspetto che non è fatto casuale ma sociale.
Cultura o problema o, malattia, come alcuni propongono.
Se è di cultura nuova che si parla, si dovrebbe almeno specificare come mai concetti così slegati tra loro vengono legati indissolubilmente, si pensi alle famose e fumose slide renziane, che in alcuni casi si rilevano addirittura demenziali. O agli assunti tweettiani che rilevano la personale e momentanea situazione emotiva, costretta tra quelle poche lettere concesse, che magari viene cambiata un secondo dopo. Pensare per messaggi è cultura? E da quando un messaggio è indice della totalità a cui si riferisce? Certo, lo può essere, oggi, eccome. Ne è divenuta quasi simbiosi di riferimento per essere alla moda. Ridurre tutto a luogo comune di poche lettere. Si guardi a quello che succede oggi , si uccidono brutalmente 150 ragazzi indifesi, si distruggono senza pietà statue e documenti antichissimi, si assassinano giornalisti e turisti nelle redazioni e nei musei, ci si fa propoganda personale incitando ad un problem solving, però inverso, altri parlano di terrorismo dialettico quasi avessero loro il dono della sapienza. Ci si costruisce un identità con gesti, che come semi equivalgono alle parole troncate dai verbi e preposizioni delle vignette e dei concetti striminziti da arditi spartiti, segnano, però, mari di sangue e violenze linguistiche. Tutto si muove su una linea i cui punti segnati sono gli squilli da evidenziare: nessuna analisi, nessun pensiero dietro-avanti, nessun procedimento analitico del pensiero, buttar giù ciò che viene per prima. E viene in mente coloro i quali si citano come libertà di pensiero quasi che qualcuno gli abbia costretti a non averla. Son loro, invece, che, prima, si son fatti afferrare dall’atavico ed inafferrabile senso dell’assoluto contenuto nel principio della frammentazione e, ora, ne chiedono l’espressione. È un segno che non basta troncare e linkare e twittare? No. Siamo ancora in balia del ricreare quello spazio proprio all’inteno dell’illusionistico ed irreale mondo digitale. Siamo ancora lontani dal sapere e dalla conoscenza che in maniera onnivora divora l’aveo del nostro io.
È questa allora cultura?
Che sia invece un problema, un inceppamento della nostra mente che rifiuta di esprimere concetti finiti e relazionabili con la storia o astorici? Un problema nasce se hai un quesito a cui dar, attraverso le incognite, un risultato che lo soddisfa.
Si pongono problemi di cui si desidera solo i risultati attesi-in linea con l’attuale lettura frammentaraia: come evitare massacri o pestilenze o povertà o aderire a eco-economie alla portata di tutti; il perchè, come ci si arrivi e chi lo consente, non interessa. Neanche il perchè sono avvenuti-ovvero lo si dà ma quasi acquisito e sempre per stringhe, non per analisi. Ecco perchè si arriva alle solite limitate punteggiature e ai lunghi cataloghi di elenchi numerati che si sostituiscono ai farraginosi(per chi oggi è frammentario) monologhi o dialoghi. Non è il problema in se che causa ciò ma come derivato della cultura fallocrate dell’interfaccia digitale, creata ad arte(ma inconsapevole del futuro), senza che una vera regolamentazione ci si sia mostrata necessaria, a capire dove portava e cosa portava.
È allora un problema senza le incognite?
E allora è malattia come vorrebbero alcuni studiosi del conscio-inconscio? Può darsi! Non è escluso che sia un momentaccio per chi pensa di risolvere tutto disperdendo epigrafi volatili. Ecco, la volatilità del pensiero è malattia! La volatilità del pensiero ha consentito opere inimmaginabili ancor oggi, non può essere, non può accettarsi questo come incipit risolutorio. Dovremmo, allora, cancellare le più belle composizioni ed opere letterarie sin qui prodotte, se fosse vero? Ma non lo è.
Però, allo stesso tempo c’è chi ci gioca ed affonda la lama in questo cratere enorme dell’etere. Governanti e politici vari, terroristi, economisti, linguisti, filosofi, comunicatori, pubblicisti, tuttosapienti e giornalisti che, coscienti della relazionalità dei mezzi mediali, manipolano a spron battuto chi si serve ignaro di queste pagine bianche che si colorano d’improvviso a quei squillli.
E allora, ecco risolto il rebus, la nostra mente a scatti, allertata dagli squilli, si riempe di frammenti, e, incapace di coniugarli al tutto-perchè è sottointeso e cercato il non volerlo, invece che ricomporli li ri-deframmenta ulteriormente alla ricerca della stessa logica che gli ha indotti, ragionare per sintetismo dialettico.
Ma è il sintetismo dialettico il prodotto della società virtuale, vero e sincero, o è volutamente spronato da chi non vuole un’omogenea distribuzione del sapere e della conoscenza, astorica.
Da chi non vuole che si sappia prima di Maometto o da chi non vuole si sappia prima delle sue Leggi o da chi non vuole più cittadini pensanti ma consumatori di un lessico, intringante si, ma mortificante negli effetti, e come tale le rivoluzioni culturali sette-ottocentesche ci hanno consegnato.
Cancellando così d’un sol colpo quel magnifico essere che è l’uomo. L’uomo questo strano essere dimenticato da tutti che non pare neppur fatto di atomi ma di pixell.
Che risorga allora l’uomo in questa squallida Pasqua di non memoria

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2 pensieri su “SQUALLIDA, SQUALLIDA PASQUA

  1. Denunciare il malcostume, la corruzione favorendo una politica scandalistica è tipico di una frangia subdola che si vuole sostituire a pieno titolo a quella esistente.
    DEMAGOGO è colui che utilizza l’emotività del singolo in modo strumentale. E’ l’arma più deterrente e diseducativa che un politico di basso cabotaggio possa usare.
    I partiti del giorno d’oggi non sono esenti da questa metastasi e assistiamo al fenomeno del potere strisciante che basa il suo consenso sul miraggio di una distribuzione di vantaggi generalizzati.
    I detentori di questo potere accontentano con briciole l’esercito di mercenari che hanno assoldato per raggiungere la loro posizione strategica.
    Sul palcoscenico si avvicendano gli stessi personaggi che recitano sempre la medesima commedia cambiando solo le scene. Questa rappresentazione ipocrita del quotidiano, altro non è che l’indice della bassa coscienza attuale.
    La gente finge, porta sul viso e nel cuore quella maschera che Pirandello ha descritto in modo esemplare nei suoi lavori.
    C’è un’esigenza di immediatezza, di autenticità, di pulizia, tuttavia questo desiderio investe l’ETICA che nulla a che fare con l’aspetto religioso della vita.
    Quando si parla di religione si è portati a pensare alla chiesa, invece dovremmo riferirci al modello di Gesù Cristo che contemplava l’imprevedibilità, l’incoerenza e la contraddizione.
    Se l’ETICA è la dottrina che indaga l’aspetto pratico della vita e dovrebbe creare il superamento delle antitesi dei momenti economico giuridici e la MORALE è il presupposto spirituale della condotta dell’uomo in rapporto con la possibilità individuale di scelta o con criterio di giudizio, attualmente diventa sempre più difficoltoso conciliare una posizione oggettiva da quella soggettiva
    La scala di valori che i Mass media propongono, l’elasticizzazione dei costumi, la non censura, inducono il soggetto ad una scelta di comodo e ad un giudizio viziato da un ritorno convenienziale
    La nostra società si può solo esprimere in direzioni estremamente violente, dove il MORALISMO che è l’aspetto rigido e soggettivo della MORALE, prende il sopravvento o male ancor peggiore sconfina nella AMORALITA’ di un “ Chi se ne frega “ L’aspetto negativo dell’immoralità che si contrappone con il positivo della moralità viene sostituito da questi due ibridi che determinano una paralisi di posizione, oserei definire l’attuale “ Epoca del Puritanlassismo”
    Gabriele Garzoli

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  2. non so chi sia gabriele garzoli e quando abbia scritto ciò , pur tuttavia leggendo quello scritto, trovo ciò che sto tentando di dire da molto molto tempo: ” attualmente diventa sempre più difficoltoso conciliare una posizione oggettiva da quella soggettiva”

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