altre riflessioni su questa cosiddetta “buona scuola”

di claudia5S  ALTRE RIFLESSIONI SU QUESTA COSIDDETTA “BUONA SCUOLA”

…Secondo Renzi per avere una maggiore qualità nel sistema scolastico italiano è necessario agire sul merito utilizzando la premialità.
Ma che cosa si intende con merito? Visto nell’ottica di Renzi sembra quasi un “se non me lo merito, è perché io ho fallito in qualcosa”.
Cosa significa che “solo i migliori” devono emergere, avere spazio? I migliori per chi? I migliori sul mercato? I più furbi? I più efficaci nella comunicazione?
Ma siamo sicuri che di fronte a questa scelta le due principali categorie di persone che nella scuola vivono, studenti e docenti, reagiranno come ci si aspetta?

Per quanto riguarda gli alunni, se si tratta di incentivi a migliorare, nulla indica che obbligatoriamente debba funzionare: per uno che tenta di fare del suo meglio per ottenere il premio, ce ne sono molti altri che non lo faranno, avendo i loro motivi (buoni o cattivi) o le loro difficoltà.
Per quanto riguarda gli insegnanti, Renzi individua il meccanismo degli scatti di competenza: «Le risorse utilizzate per gli scatti di competenza saranno complessivamente le stesse disponibili per gli scatti di anzianità, distribuite però in modo differente secondo un sistema che premia l’impegno e le competenze dei docenti. Ciò consente all’operazione di non determinare oneri aggiuntivi a carico dello Stato»
Semplicemente, a un terzo dei docenti statali verrà tolta una parte della retribuzione, che finora spettava loro da contratto, e con essa verranno (forse) dati pochi euro in più, rispetto al sistema attuale, agli altri due terzi.

Poi, la proposta che “I docenti mediamente bravi…, per avere più possibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi spostare in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa e quindi verso scuole dove la qualità dell’insegnamento è mediamente meno buona, aiutandole così ad invertire la tendenza”
Mediamente bravi rispetto a cosa?
E perché un insegnante (anche se “mediamente bravo”) dovrebbe volersi allontanare da una scuola dove magari lavora ed è inserito da anni, dove collabora e coopera con i suoi colleghi, dove ha a disposizione laboratori e sussidi didattici, dove ha costruito relazioni sociali ?
Ma veramente si pensa che ci siano docenti disposti a questo tipo di mobilità per poter (forse) percepire 60 euro in più al mese, magari spendendone 80 in trasporto di tasca propria solamente per potersi recare nella nuova sede di servizio?

La scuola di Renzi vista come ricerca dei meritevoli introduce la competizione.
L’approccio pedagogico che costituisce la scelta privilegiata dai docenti italiani nelle scuole trova oggi nel principio della cooperazione, e non nella “cultura” della competizione, il suo principale modello di riferimento.
La competizione può facilmente degenerare in esclusione, discriminazione o peggio ancora, in sopraffazione e conflitto. La scuola non è competizione, ma confronto.
Nelle nostre scuole partiamo dal presupposto che tutti sono capaci, nessuno è più bravo dell’altro, sono solo diversi nei modi, nei tempi, nelle motivazioni.
Il merito porta di nuovo alla valutazione…occorre un modello di valutazione che renda giustizia al percorso che ciascuna scuola intraprende per migliorarsi e allo stesso tempo costituisca un buon strumento di lettura per chi è esterno alla scuola.

Renzi avvicina invece di nuovo la scuola ad una forma di competizione aziendale.
Che cosa significa essere “competitivo” per uno studente, un docente, un soggetto o persona?
La competizione riduce la scuola, la cultura, la vita, alla dimensione della gara sportiva,trasforma così le differenze individuali qualitative, da cui la produzione culturale ha origine e che ne costituiscono la ricchezza, in differenze di prestazioni valutabili con un “più” o un “meno”.
La scuola democratica ha bisogno del dialogo, del pensiero critico, capacità che la competizione esasperata tende a emarginare.
La competizione rischia di appiattire le differenze anziché valorizzarle.
E’ necessario riconoscere lo spazio della cultura e del pensiero come spazio non competitivo ma libero, collaborativo, democratico.

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