L’ORDALIA DELLA DEMOCRAZIA

di torquato cardilli    L’ORDALIA DELLA DEMOCRAZIA

La Grecia, madre dell’Europa, nostra culla culturale sta morendo. Essa ci ha dato il nostro sapere, la filosofia, l’arte, la poesia, la matematica, la geometria, la fisica, l’astronomia, la medicina, ci ha tramandato le opere, le gesta, le intuizioni, le scoperte di Fidia, Alessandro, Omero, Aristofane, Sofocle, Erodoto, Euripide, Pericle, Pitagora, Saffo, Diogene, Demostene, Tucidide, Zenone, Plutarco, Senofonte, Ippocrate, Socrate, Platone, Aristotele, ecc.. Già, secondo i suoi insegnamenti la libertà nell’eguaglianza è il presupposto della democrazia, il cui governo è del popolo nel senso che i ricchi non comandino più dei poveri, che non siano solo i primi ad essere sovrani, ma che lo siano tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza.

Se facciamo un breve esame di coscienza ci accorgiamo che questo semplice, millenario, principio viene solennemente calpestato non solo all’interno del nostro paese, ma anche nei rapporti tra alleati che dovrebbero vedere prevalere i valori di solidarietà, di sostegno reciproco, di fiducia.

Il popolo greco è stato ridotto alla fame da una classe politica dirigente corrotta e sleale, che, come vedremo, ha truccato i conti d’accordo con i creditori che non hanno fatto altro che continuare a prestarle soldi per ottenerne alti interessi che hanno ampiamente superato negli anni il capitale prestato.

Da cinque mesi ha eletto un nuovo governo con il mandato di operare una rivoluzione culturale rispetto al passato, di spezzare le catene del debito sempre in crescita ed affrancarsi da questa condizione di vassallaggio.

Ovviamente i primi ad essere contrari sono stati i creditori che per anni hanno lucrato interessi da strozzinaggio e che ora hanno visto avvicinarsi le impetuose rivendicazioni di chi non è più disposto ad essere sfruttato. Per questo vogliono rientrare in possesso dei loro capitali ed hanno imposto alla Grecia sacrifici mostruosi che hanno finito per mettere in ginocchio una modesta nazione con un’economia fragilissima, dal PIL irrilevante rispetto a quello europeo, illusa per troppo tempo di poter sedere insieme ai grandi.

I creditori hanno offerto al primo ministro Tsipras, in cambio di nuovi crediti utili solo a ripagare gli interessi, di bere il calice amaro di nuovi tagli allo stato sociale senza scappatoie. Misure capestro che se accettate gli toglierebbero la legittimità conferitagli dal voto popolare che invece gli aveva chiesto di opporsi alle fameliche pretese dei creditori.

Tsipras ha capito che l’obiettivo della Troika (CE, FMI, BCE) non è tanto quello di espellere la Grecia dall’euro, quanto quello di farlo cadere, per sostituirlo con una persona più serva ed accomodante. E i nomi già circolano negli ambienti finanziari. Ecco perché, dopo mesi di imposizioni sempre più pesanti, con un gesto coraggioso e che certamente comprometterà all’inizio l’economia del paese, il premier ateniese ha giocato l’ultima carta, quella di restituire la voce al popolo con un referendum sull’accettazione o sul rifiuto delle condizioni imposte dalla Troika, german style. Votando per il no i greci aprirebbero una nuova fase storica nel rapporto tra nazioni e, rimettendo in moto il proprio paese, contribuirebbero anche allo sviluppo europeo.

I falchi nord europei (che si comportano con la Grecia esattamente come la Lega Nord si comporta con il sud d’Italia), hanno accusato Atene di voler sconvolgere le regole europee e di non volersi dissanguare oltre. Ma sono quanto mai riprovevoli l’ingerenza e le pressioni sul popolo greco del presidente della Commissione europea Junker, che in passato ha consentito alle multinazionali di eludere il sistema fiscale dell’Unione concedendo condizioni di particolare favore a danno si tutti gli europei. In una conferenza stampa, accusando Tsipras di aver fatto saltare in maniera unilaterale il tavolo delle trattative ha invitato i greci a votare il 5 luglio si in favore del saldo dei debiti e dell’accettazione del taglio del welfare.

Si ripete così lo scenario, già sperimentato in Italia, che vide l’estromissione nel 2011 di Berlusconi sostituito in fretta e furia, complice Napolitano, da un personaggio come Monti più cedevole alle pretese del grande capitale internazionale e poi nel 2014 con la cacciata di Letta, anche questa volta con una congiura di palazzo, per offrire la presidenza a Renzi, ritenuto alunno più inesperto e più ubbidiente.

Alla convocazione del referendum greco, Renzi (che era stato accuratamente escluso dai colloqui sul debito della Grecia dal ristretto club dei poteri che contano) si è subito recato a Berlino per rinnovare l’obbedienza alla pantofola della Merkel e dichiarare che ricorrere da parte di Tsipras alla volontà popolare è un errore. Ricorrere alla volontà popolare un errore? Capito il concetto di democrazia di questo sbruffone che ha sprecato il mitico semestre di presidenza europea o la carta della guida della politica estera europea senza ottenere nulla? Che ha offeso il parlamento e milioni di elettori con i ricatti da 4 soldi sulle sue riforme bislacche? Che non ha mosso un dito in favore del lavoro; che non si è accorto che il suo partito era una prateria di scorrerie di bande?

Ma non sarà l’esito del referendum del 5 luglio a rivoluzionare l’Europa. E’ stata l’indizione stessa della consultazione popolare ad aver cambiato il corso della storia: d’ora in poi tutti i popoli europei sapranno che è possibile scegliere insieme, con consapevolezza, le regole del gioco, che non ci potranno essere più diktat esterni e che le colpe dei padri non possono ricadere in eterno sui figli.

Grandi economisti come Piketty, Krugman, Stiglitz, hanno detto e ripetuto che con la prolungata austerità si mette in pericolo non solo l’economia, ma anche la libertà democratica ed hanno offerto il loro sostegno a Tsipras e al suo appello rivolto ai greci di salvare la propria democrazia e di opporsi ai disegni della Troika che ha sbagliato ogni mossa ed ogni ricetta di fronte ad una crisi economica che dura da troppo tempo e che sta riducendo il sud dell’Europa in macerie.

Il francese Piketty considera Syriza come l’ultima spiaggia per smontare le ipocrisie delle Cancellerie europee e non fa mistero di addossare la responsabilità proprio a Junker che per oltre venti anni ha guidato il Lussemburgo alla depredazione dei profitti industriali del resto d’Europa.

Anche la Germania ha la sua bella parte di ingratitudine, incastonata nella volontà di supremazia. La prussiana Merkel ha dimenticato i maxi condoni che la Germania ha ricevuto graziosamente sui propri debiti nel dopo guerra e la manica larga degli alleati europei quando si è trattato di chiudere un occhio sulla violazione dei vincoli di bilancio a seguito della riunificazione con la DDR. Dimenticare queste concessioni che hanno permesso alla Germania di finanziare la ricostruzione e la crescita economica ed accanirsi contro un popolo i cui leader, al soldo del sistema sovranazionale, hanno comprato la permanenza al potere in cambio della spoliazione del paese, è una dimostrazione di ottusità politica, specialmente ora che la muscolarità della NATO e degli Stati Uniti, dopo i disastri del medio Oriente, offre incredibilmente a Putin la chiave per aprire le porte d’Europa.

L’unico modo possibile per salvare la Grecia, ed evitare domani l’effetto domino, è di non costringerla a pagare i debiti fino all’ultimo euro.

Anche per il Nobel per l’economia 2008, l’americano Krugman, la Grecia deve votare no. Lo ha scritto sul New York Times ricordando che la creazione dell’euro, moneta unica per economie molto diverse senza la stessa politica, è stata una scelta terribilmente sbagliata e che il collasso dell’economia greca non è imputabile solo agli errori che il governo di Atene ha fatto fino al 2008, ma soprattutto alle misure di austerità imposte dalla Troika che hanno aggravato l’altissima disoccupazione, imposto il taglio drastico dei servizi sociali, della sanità, della scuola, delle pensioni.

Ma qual è l’origine dei guai di Atene? Il crac della Grecia è stato costruito a tavolino poco alla volta da oltre 15 anni. E’ una storia di conti truccati dal 1999 con l’expertise della Goldman Sachs che dietro compenso di 300 milioni di dollari ha aiutato a falsificare i bilanci.

L’americana Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo, che a differenza delle banche commerciali, non ha sportelli per i depositi ma offre servizi di alta finanza nei settori con elevato rischio, ha speculato abbondantemente sulla crisi dei mutui subprime tanto che nel 2010, è stata anche incriminata dalla SEC (la Consob americana) per frode e truffa ai danni dei propri clienti. Più volte sull’orlo del baratro, al centro di macroscopici conflitti di interesse, da far sembrare insignificanti per dimensione e pervasività quelli berlusconiani, è riuscita  sempre a cavarsela per l’abilità con cui ha piazzato i propri uomini nelle istituzioni americane e internazionali, quasi delle quinte colonne, facendoli entrare direttamente nella stanza dei bottoni del governo. È la banca che ha moltiplicato all’inverosimile i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo; che ha mandato nel 2006 il suo AD Henry Paulson a fare il ministro del tesoro di Bush figlio; che dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp da 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa e che riuscì ad intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio dal fallimento del gruppo assicurativo Aig.

E quali sono stati gli italiani nel Board della Banca? Non vi stupirà il nome di Mario Monti (presente anche nel board della Trilaterale e del Bilderberg Group) che ha svolto il ruolo di consigliere per gli affari internazionali per suggerire i migliori affari in circolazione, specie quando uno Stato deve privatizzare le società pubbliche, o come Gianni Letta nonostante il suo ruolo di sottosegretario.

Anche Romano Prodi prima della privatizzazione dell’Iri era stato advisor, per approdare poi alla Presidenza del Consiglio con al suo fianco Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all’economia tra il 2006 e il 2008.

Ma il più noto è certamente Mario Draghi, dal 2002 al 2005 vicepresidente e membro del management Committee responsabile per l’Europa. Lasciò l’incarico per diventare governatore della Banca d’Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Board, con il compito di mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale, misure (dette di Basilea 3) che hanno finito per garantire una tutela della solidità delle banche, ma non hanno certamente limitato le audacie speculative, per finire alla presidenza della Banca Centrale Europea. In quei frangenti, la sua candidatura era stata messa in discussione a causa proprio dei precedenti in Goldman Sachs, coinvolta nella vendita di derivati alla Grecia, anche se Draghi entrato in Goldman Sachs dopo il deal dei derivati se ne è sempre dichiarato completamente all’oscuro.

Va comunque ricordato che ancor prima di assumere formalmente il ruolo di presidente della BCE Draghi aveva scritto, e fatto co-firmare al predecessore Trichet, la lettera segreta con cui il governo Berlusconi veniva messo alle strette: accettare in tempi rapidi le riforme consigliate di tagli draconiani oppure arrendersi al blocco degli acquisti di titoli di Stato e al collasso dell’economia. Berlusconi codardamente preferì lasciare il posto tra i fischi di quanti erano rimasti disgustati dalla sua condotta privata. Ma torniamo alla Grecia.

Negli anni 2000 il Governo greco attestava che il PIL continuava a crescere, con punte anche del 6%: una vera cuccagna, tanto da consentirle nel 2001 di entrare nella moneta unica a vele spiegate. Tre anni dopo, nel novembre 2004, in occasione del cambio di governo (come in Italia destra e sinistra si sono alternate al potere ma suonando la stessa musica: Simitis del Pasok dal 1999 al 2004; Karamanlis di ND dal 2004 al 2009; Papandreu del Pasok dal 2009 al 2012; Papademos larghe intese dal 2011 al 2012; Samaras larghe intese dal 2012 al 2015) l’allora ministro delle finanze alle prese con la voragine causata dalle olimpiadi, ammise che tutti i parametri di budget presentati a Bruxelles per entrare nell’euro erano stati pesantemente falsificati, che il deficit del Paese, almeno dal 1999, era stato di molto superiore alla soglia del 3% e che il gioco di prestigio era riuscito appunto grazie alla consulenza della  Goldman Sachs.

Di questo allarme nessuno si preoccupò (Bush Jr. era appena stato rieletto alla presidenza americana): sarebbe bastato cambiare il ministro se non il governo greco e tutto avrebbe potuto continuare a filare liscio con personaggi più accomodanti.

Ma l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 scoprì irrimediabilmente gli altarini di molte economie disastrate (i cosiddetti PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), e per Atene fu l’inizio del precipizio. Il primo ministro socialista, Papandreou,  rivelò ulteriori dettagli sul come i conti pubblici del Paese e le statistiche inviate a Bruxelles sulla situazione economica fossero stati truccati, superando di oltre 6 punti il cosiddetto parametro di Maastricht del 3%, ovviamente a debito. Un’enormità per un piccolo paese con un debito pubblico salito a 350 miliardi. Papandreu si dimise nel 2011 ed arrivò il governo delle larghe intese di Papademos che fu costretto a chiedere quello che fino a poco prima il suo predecessore aveva rifiutato: gli aiuti internazionali, sotto sorveglianza, poi continuati anche con  Samaras (2012-2015). La Troika accordò ad Atene un primo prestito da 110 miliardi di euro, imponendole rigide misure di austerity.

Lo capirebbe anche un bambino che quando si è oberati dai debiti e si è costretti a pagare interessi che superano il 10%, non si può strangolare con l’austerità un’economia già debole aumentandone la disoccupazione, togliendole i servizi, riducendo il popolo alla fame. Se l’economia non registra una crescita superiore almeno al monte degli interessi si è votati al disastro. Ma non lo capirono o fecero finta di non capirlo gli aguzzini delle IFI che nel 2012 concessero un nuovo prestito a condizioni sempre più stringenti, accusando l’intera nazione greca di non fare abbastanza sacrifici. Il resto è storia di questi giorni.

Certo la cosiddetta Grexit potrebbe comportare immediati problemi di caos finanziario, di riduzione del commercio e degli scambi, di crisi del sistema bancario e incertezze di contagio, ma se dovesse prevalere il volere della Troika, i greci sarebbero costretti ad abbandonare ogni pretesa di indipendenza e subirebbero l’umiliazione di un cambio di governo antidemocratico con l’imposizione di un burattino manovrato dai tecnocrati, dai banchieri e dagli speculatori.

Anche un altro Nobel per l’economia, l’americano Stiglitz, ha duramente criticato la Troika e i macroscopici errori di valutazione del FMI invitando a sostenere il fronte del no.

Secondo Stiglitz i greci debbono riprendere in mano la capacità di determinare democraticamente il proprio futuro, perché non sono responsabili della tragedia in cui sono stati precipitati. Solo una piccola quota dei prestiti concessi dai creditori è andata al popolo; il grosso è servito per pagare gli interessi e restituire parte del capitale ai creditori privati, tra cui molte banche americane, tedesche e francesi, mentre i leader europei continuano a far credere ai greci di essere i loro creditori per poterli ricattare e costringere ad accettare l’inaccettabile.

La Grecia è dunque impegnata nella madre di tutte le battaglie ed ha la possibilità di dare ancora una volta una lezione di democrazia al mondo come ha stigmatizzato il 29 giugno di fronte al parlamento europeo il 93enne partigiano, scrittore e politico greco Manolis Glezo che ha posto una domanda ai colleghi europei: siete disposti a rispettare la volontà libera di un popolo, si o no? Il popolo greco ha deciso con le elezioni che non vuole prestiti, non vuole questo percorso, non vuole essere attaccato dai suoi creditori, ma vuole costruire il proprio futuro. Questa non è una questione del popolo greco, è una questione di democrazia.

Tecnicamente la Grecia è già fallita per non aver rimborsato la rata di debito del 30 giugno al FMI di appena 1 miliardo e 600 milioni, ma occorre valutare quale sia la parte sommersa dell’iceberg della speculazione che ha scommesso su questo debito.

Quali sono state le prese di profitto selvagge che, sulla base della inadempienza greca per un debito non pagato dello 0,5%, hanno fatto perdere agli indici di borsa europei più di 290 miliardi di euro (di cui 30 a Milano) in una sola seduta? Quali e quanti sono stati i derivati venduti e ricomprati in questi giorni? E soprattutto da chi, da quali banche e fondi di investimento? Chi ci ha guadagnato? Non certo il disperato popolo greco che affolla le mense caritatevoli, che dorme sotto i ponti, che vende il sangue per avere mezzi di sussistenza, che non ha più medicine straniere e che si degrada a cose ancora più umilianti. Ci hanno sicuramente guadagnato quelli che con la Grecia hanno saputo sempre fare soldi che hanno snobbato i classici beni rifugio come petrolio e oro per restare nel mercato più redditizio: quello delle economie in ginocchio.

La speculazione si preparava da mesi a questo evento, conoscendo tutti i retroscena della vicenda, delle previsioni sballate del FMI e della Banca Mondiale che avrebbe finito per stringere il laccio intorno al collo di un governo che non sta più al gioco dei falsari.

Possibile che i grandi politici del G7 non abbiano approfondito tutti i risvolti di questa operazione? O forse è più credibile che pur avendo chiara la visione del disastro abbiano preferito riconfermare la loro sudditanza verso gli ambienti dell’economia e della finanza mondiale che li hanno prescelti per quei posti?

Ma chi glielo dice chiaramente al primo ministro italiano che anche Palazzo Chigi è manovrato dalla grande finanza senza che lui e il giglio magico di Boschi, Madia, Lotti se ne sia accorto?

Chi glielo dice al ministro Padoan che sarebbe il caso di far sapere agli italiani la verità, senza arrampicarsi sugli specchi con dichiarazioni fumose circa la ripresa, il contagio, l’ombrello della BCE?

Chi glielo dice a Gentiloni che in politica estera, come dimostra ad abundantiam la tragedia dell’immigrazione e la vicenda dei marò non contiamo un fico secco?

Chi glielo dice alla Mogherini che il semestre di presidenza italiana dell’UE ed il suo ruolo di alto commissario per la politica estera sono stati un vero fiasco?

Glielo diranno gli italiani appena saranno chiamati alle urne.

 

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