L’esprit florentin

di torquato cardilli   L’esprit florentin

I francesi, maestri di corte e di raffinatezze, hanno coniato secoli addietro due espressioni “esprit de finesse” e “esprit florentin” per descrivere ed esaltare la grande qualità positiva della finezza di ingegno e all’opposto per mettere in guardia dalla perversione dell’animo opportunista, abile nel dissimulare il tradimento.
La seconda espressione, nata dall’esperienza nel rapporto politico con gli ambasciatori e i principi toscani, ha finito per essere appioppata per la proprietà transitiva un po’ a tutti gli italiani, dipinti come inclini alla doppiezza, manipolatori dell’impasto del compromesso, portati alla tolleranza e alla furbizia, con la vocazione per la menzogna.
Potevamo pretendere di meglio e di più avendo come primo ministro un fiorentino doc per giunta democristiano, pressapochista, vendicativo, smanioso di potere, incline allo stravolgimento delle regole e a negare con altrettanta spavalderia ciò che ha invece spontaneamente e solennemente affermato come verità rivelata?
L’epitaffio (Enrico stai sereno), lanciato al modesto Letta mentre metteva a punto, come si usa tra congiurati, gli ultimi particolari della sua defenestrazione, ha fatto il giro del mondo, varcando le Alpi e gli Oceani. Ciò che più conta di questa ignobile vicenda, coperta, stando alle voci, da chi sull’alto colle aveva qualche cosa da farsi perdonare, non sono tanto i titoli dei giornali internazionali quanto la sottile e perfida venatura di diffidenza che ogni ambasciatore straniero a Roma ha usato per demolire l’affidabilità del nostro, infiorettando il proprio rapporto sulla situazione italiana al proprio Ministro degli Esteri.
In rete circola un’antologia di cose dette e rimangiate, proclamate e rinnegate con la stessa faccia tosta utilizzata per giustificare il patto del Nazareno. L’ultima della serie, su cui vigileranno gli occhiuti partner europei con sguardo arcigno poco propensi a concedere proroghe e slittamenti sul rientro dal debito, è la bufala, spacciata per cosa fatta, che sarà abolita la tassa sulla prima casa e che saranno ridotte le tasse di 50 miliardi in tre anni. Del resto questo è un favore che non si può negare alle famiglie italiane che “si stanno arricchendo” (ipse dixit al Parlamento europeo)!.
Non stiamo a sottilizzare se il Tesoro gli può aver fornito calcoli fondati su 45 miliardi, ma dire 50 miliardi ha un effetto più tondo che fa presa, oppure se ciò che potrebbe essere donato con la mano destra sarà sicuramente ripreso con la mano sinistra colpendo ad esempio i diritti di successione proprio sulla casa, la tassa sulle disgrazie o quella sui funerali.
Una cosa va però sottolineata. E’ scomparsa la sicumera, l’arroganza mista a compassione, con cui lui e i suoi coristi hanno sempre svillaneggiato, spalleggiati dall’informazione televisiva da talk show da pollaio e dalla stampa al soldo, la proposta del M5S di istituzione del salario di cittadinanza, definita puro vaneggiamento populista.
Questa proposta, primo disegno di legge della legislatura presentato dalla minoranza di opposizione (anche se alle elezioni politiche è risultato il partito più votato d’Italia), corredata di tabelle indicative dell’origine dei fondi, se approvata due anni fa avrebbe dato all’economia nazionale quell’impulso necessario per riattivare il mercato interno e togliere dalla disperazione milioni di famiglie, innescando la ripresa anche per l’effetto volano del rientro immediato seppur parziale per le casse dello Stato quale Iva sui consumi.
Il salario di cittadinanza di € 780 al mese per ciascun cittadino senza reddito era stato calcolato in 15-17 miliardi annui, diffuso su una platea di 5 milioni di persone (cioè i poveri) con il meccanismo legato all’integrazione monetaria fino a tale soglia di tutti i redditi inferiori o di quelli inesistenti, offrendo allo steso tempo ai disoccupati una chance di addestramento in attesa di lavoro.
Improvvisamente il mago Zurlenzi ha capito che bisogna allargare la massa monetaria in circolazione e fa l’annuncio clamoroso che però appare da subito come un puro e semplice inganno della buona fede popolare nel tentativo di interrompere la perdita di consensi che si è fatta costante per tutte le vicende giudiziarie ed etiche che hanno investito gli uomini e le donne del PD in questo ultimo periodo a Roma come nel resto d’Italia, nonché per il mancato decollo economico.
Con la promessa di tagliare le tasse per 50 miliardi di euro nel prossimo triennio, dopo aver portato in un anno e mezzo di governo la pressione fiscale fino al 43,5% del Pil (cioè due punti  in più rispetto alla media euro), tenta demagogicamente di replicare la mossa politica attuata alla vigilia delle elezioni europee con il bonus di 80 euro.
Renzi pensa davvero che gli italiani siano rincitrulliti fino al punto da non vedere che questo sistema allargherà il divario economico delle classi sociali, recando i maggiori benefici proprio a chi non ne ha bisogno senza infliggere alcun gravame a chi le tasse non le ha mai pagate?
E dove si prendono i soldi? Come si placano gli allarmi lanciati anche ai più alti livelli istituzionali che ritengono scellerato decidere un’operazione senza coperture che finirà per tracimare in nuove tasse agli Enti locali?
Con aria serafica e dotta lo ha spiegato il guru economico, neo responsabile della spending review (il quarto in tre anni senza che nessuna misura suggerita sia stata attuata) deputato PD Yoram Gutgeld: dobbiamo tagliare gli sprechi della sanità di 10 miliardi subito. Ottima iniziativa se fosse diretta effettivamente alla drastica riduzione degli sprechi. Ma finirà che anziché tagliare le gambe alla corruttela che è la madre dello spreco, anziché cancellare il privilegio che è il padre dello spreco finiranno per essere ridotti i servizi al cittadino. E’ sempre stato così. Non può fare le riforme chi è causa del male.
Il tanto decantato job act, si è rivelato una riforma neo liberista sbagliata in modo pazzesco perché in un momento di recessione ha legato l’occupazione alla riduzione delle tutele sociali ed alla decontribuzione per le imprese che però è destinata ad esaurirsi in un triennio, cioè il tempo per arrivare a fine legislatura, anziché agli investimenti.
I fatti dicono che non ha dato i risultati sperati: dall’inizio del 2015 solo uno striminzito +0,5%, dato troppo esiguo per potere parlare di svolta o di ripresa, soprattutto se raffrontato ai miglioramenti di altri paesi europei. Come certificato dall’Istat, che ha smentito clamorosamente l’ottimismo governativo smontando l’obiettivo di un milione di posti di lavoro in più, a maggio 2015 il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 12,4% rispetto al mese precedente.
Dall’inizio dell’attività di questo governo dell’esprit florentin stiamo buttando alle ortiche una straordinaria combinazione positiva di fattori congiunturali, la più favorevole possibile, tipo allineamento dei pianeti, che non durerà a lungo, come il dimezzamento del costo del petrolio, l’inflazione ridotta quasi a zero, lo spread limitato a poco più di 100, il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro di un buon 20%.
Era ancora nell’aria l’annuncio velleitario tipo bolla di sapone quando il Fondo Monetario Internazionale ha pensato bene di farla scoppiare con un siluro micidiale e riportare gli italiani con i piedi per terra: ci vorranno venti anni perché il nostro paese possa tornare ai livelli occupazionali pre crisi, mentre alla Spagna ne basteranno solo dieci.
Gli anziani che hanno portato a questo disastro sperperando le fortune dei loro discendenti si facciano da parte insieme a quanti vendono lucciole per lanterne e i giovani, fatti due conti, non esitino a prendere in mano con risolutezza le sorti dell’Italia se non vorranno invecchiare disperati, senza figli, senza pensione, senza sanità, “en attendant Godot”.

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Un pensiero su “L’esprit florentin

  1. Esattamente in linea con il tuo commento e per comprendere ancora più nel profondo ciò che avviene sulle teste di tutti noi, può forse essere utile riflettere se, piuttosto che inquadrare il renzismo d’ordinanza come uno dei tanti governi incapaci di risolvere i problemi dei cittadini, non sia meglio inquadrarlo, invece, come perfettamente in grado di risolvere problemi, ma ovviamente non quelli di chi non fa parte del “cerchio magico”. In tal caso, l’analisi non è che le riforme renziane non hanno funzionato, ma piuttosto che funzionano benissimo….ma a fare cosa?!
    Proporrei perciò seguente lettura delle riforme renziane: esse non sono affatto insufficienti, ma bensì volte a concordare la permanenza di un relativamente ristretto ceto di burocrati e dipendenti statali a garanzie consolidate, nel contesto di un’economia sempre più organizzata “per oligopoli”, ovvero a bassa produzione e ad alto costo. In questo senso, la permanenza e la riproduzione della ristretta classe dirigente lega la propria sopravvivenza alla dissoluzione del mercato del lavoro privato. E, in tal senso, il Jobs Act raggiunge perfettamente l’obiettivo, perché garantisce il sistema, cosiddetto, dei “tempi nuovi”. Quindi, non è affatto inefficiente, né inefficace. E’ solo orientato ad un obiettivo diverso da quello di una società inclusiva.
    Se si presenta il “renzismo” come inefficace e incompetente e non si coglie invece il luogo dove le politiche renziane riscuotono un loro indiscutibile “successo”, non si comprende a pieno la svolta elitaria che la società italiana sta compiendo e, di conseguenza, ci si preclude la possibilità di mandare in crisi il progetto generale: l’esclusione della gran parte della cittadinanza dalla partecipazione civile.

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