La settimana dell’agonia prima della ricorrenza dei morti

di torquato cardilli   La settimana dell’agonia prima della ricorrenza dei morti

ego

Ho la sensazione che la stella di Renzi abbia imboccato la parte discendente della parabola non solo in Italia, ma sanche in Europa e nel ristretto club del G7 e delle super potenze.

Nel vecchio continente prevale su tutto e su tutti il triangolo Merkel-Hollande-Cameron a cui la Mogherini tenta di aggrapparsi come la coda dell’aquilone in posizione subordinata, coreografica, senza alcun effetto né per l’Italia che le ha fatto assegnare il ruolo di alto rappresentante per la politica estera europea, né per le decisioni che le vengono comunicate come già prese.

Nel quadrilatero dei paesi che contano nel mondo, soprattutto per la forza militare, economica, industriale, demografica, di prodotto interno lordo, di ricerca e innovazione tecnologica Giappone-Cina- Russia-USA, Renzi non può nemmeno affacciarsi.

In entrambi gli scenari il nostro primo ministro viene snobbato nonostante il suo affannarsi a pagare dazio in modo ubbidiente e senza pudore, nell’accettare tutte le richieste di partecipazione agli sforzi militari provenienti da Washington o dalla Nato, che poi è la stessa cosa, in Afghanistan e in Iraq oppure nell’accogliere tutti i profughi salvati in Mediterraneo dalle navi degli alleati che potrebbero benissimo portarseli a casa loro.

Ha provato a lanciare il ballon d’essai ventilando l’ipotesi di avere un ruolo guida nella stabilizzazione della Libia e si è visto con quale durezza gli sia stata chiusa la porta in faccia. Il successore di Leon, quale rappresentante dell’ONU nel difficile negoziato del ginepraio libico, è un tedesco. Di coordinamento militare sotto egida italiana, adombrato dalla ministra Pinotti, non se ne parla nemmeno. Ha tentato di giocare la carta della lusinga al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban ki-moon prodigandosi in servile piaggeria a New York, a Roma e a Milano, ma non è riuscito ad ottenere nessuna assicurazione di vedere soddisfatta l’aspirazione di entrare in Consiglio di Sicurezza.

Già un anno fa era apparso palese (vedi “bullismo da quattro soldi” del 29.10.2014) come fosse tenuto fuori della porta delle riunioni che contano, cioè dalle consultazioni politico strategiche che hanno riflessi sulla pace nel mondo come la questione iraniana, la questione ucraina, il Medio Oriente.

Quando si ha la credibilità, questa qualità fa premio sulla reale forza del paese. Ce lo insegnò un secolo e mezzo fa Cavour che con una modesta partecipazione alla guerra di Crimea riuscì a ottenere di partecipare alla Conferenza di pace di Parigi per porre in discussione la questione italiana. Ma il nostro premier, in perfetta sintonia con quelli che l’hanno preceduto, fatica a comprendere che la credibilità non si costruisce con le sparate a salve, con gli atteggiamenti da smargiasso, con le battute da bulletto del bar sport. Quelle servono solo a ricevere pesci in faccia come è accaduto nella vicenda dei marò italiani sotto processo in India e non salvati nemmeno dal Tribunale internazionale del mare di Amburgo.

Anche quest’anno ha provato a contestare e rintuzzare in modo maldestro le critiche della Commissione europea per la scelta di togliere la tassa sulla prima casa, anziché abbassare le tasse sul lavoro, dettata da una mancanza di visione complessiva del cammino da percorrere per estrarre il paese e l’economia italiana dalla crisi e dalla stagnazione.

Ogni sua dichiarazione o annuncio è fatto per cercare di guadagnare voti, illudendo la popolazione incline a credere a chi fa le promesse più mirabolanti con la faccina innocente. Ma Renzi non sta lavorando per un’Italia più giusta, da mettere al riparo della corruzione dilagante, non ha chiamato la “Fulgida” in due anni di potere per la pulizia a fondo della classe politica. Il suo governo si è distinto per una caparbia volontà di continuazione della politica berlusconiana contro i magistrati, a favore della depenalizzazione dei reati, contro la stampa cui vuole mettere il bavaglio, a favore degli evasori fiscali con l’elevazione della soglia all’uso del contante, nell’infliggere alla democrazia italiana torsioni pericolose, nello stravolgere la costituzione, infischiandosene della Corte Costituzionale  e delle sue indicazioni sulle regole da seguire per la legge elettorale, insomma tutto per rendere lo Stato più debole. Voleva cacciare i politici dalla Rai ma lui vi è sempre presente e per ottenerne i favori, dopo che aveva tolto dal bilancio all’epoca Gubitosi 150 milioni, ha fatto ora la bella pensata del canone RAI in bolletta elettrica. Roba da principianti allo sbaraglio, da pasticcioni che non agiscono sulla base di analisi, di studi, di modelli, di simulazioni verificate, di valutazione della casistica infinita. Sarebbe bastato obbligare ciascuno ad indicare in ogni dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento TV con multa in caso di omissione ed il gioco sarebbe stato fatto. Troppo semplice!

Il Capo del Governo si dimentica dell’alluvione di Benevento e dei problemi allarmanti dei cittadini, ma pretende un nuovo super aereo, l’elicottero sempre a disposizione, i viaggi del tutto inutili a spese del cittadino per andare a sciare o ad assistere ad un incontro di tennis e preferisce eclissarsi quando infuria il dibattito politico sulle sorti di Roma Capitale e del suo Sindaco.

Comunque la si giri la questione romana, dopo quasi un anno che la magistratura ha scoperchiato i guasti di mafia capitale e ad un mese dal giubileo è diventata paradossale. Il Sindaco Marino si è comportato, né più né meno, con lo stesso malcostume della classe politica per troppi anni osannata e votata. Un ego ipertrofico, un’esaltazione da poema epico delle proprie gesta, con la prosopopea di chi per primo ha rimesso le cose a posto senza essersi mai accorto che nelle questioni più delicate e remunerative non toccava palla e che al Comune di Roma tutto era già preordinato. Perché da perfetto incosciente ha accettato in campagna elettorale le sovvenzioni di Buzzi (che, detto per inciso, ha sovvenzionato anche le cene di Renzi da 1000 euro a coperto), fidandosi delle assicurazioni della Prefettura sull’assenza della criminalità mafiosa a Roma? Perché ha accettato tutte le imposizioni del partito che lo ha circondato di personaggi ambigui che sono finiti in cella o inquisiti?

Possibile che lui, che ha partecipato alle primarie per guidare il partito, non fosse al corrente del marciume raggiunto dal PD romano che aveva via via espulso uomini di cultura, personaggi di assoluto valore per far posto a trafficanti di mestiere, solo attenti all’immagine pubblica, ma privi di competenza nelle materie loro affidate?

Possibile che l’impietosa radiografia fatta da Barca e poi anche dal ministro Madia sulla presenza nel PD romano, diventato losco crocevia di clientele, di un elevato livello di mafiosità e criminalità, non lo abbia sfiorato, né indotto ad un pesante repulisti o addirittura a sfidare con le dimissioni anticipate la stessa direzione del partito che ha coperto tutto salvo poi scaricarlo per il conto salato al ristorante?

Sulla testa di Marino il PD ha già brandito la spada di Damocle delle dimissioni obbligatorie per un problema di scontrini, ma tiene ben nascosto quello ben più grave di mega ricevute di spesa, di entità superiore di quasi 100 volte, risalenti al periodo in cui Renzi era presidente della provincia e poi Sindaco di Firenze.

Roma ha bisogno di un bagno di umiltà e di verità. Bisogna dire ai cittadini, che fino ad ora non sono andati al di là del mugugno perché ciascuno si è ritagliata la sua nicchia di malaffare o di micro privilegio o di abuso, che la festa è finita. Che bisogna far rinascere Roma dalle macerie di una classe politica inetta e in malafede, tagliando con la scure i rami secchi da gettare nel fuoco. Che bisogna fare tutti un sacrificio proporzionato alla propria funzione pubblica, ai propri averi ed alla propria classe sociale, politici in testa, amministratori pubblici, industriali, palazzinari, costruttori, titolari di licenze, professionisti, dirigenti, lavoratori, pensionati, disoccupati.

Sono almeno dieci anni che la città è stata sistematicamente depredata da amministratori incapaci, quando non collusi, nel tollerare un generale laissez faire, nell’applicare maldestramente il principio del liberalismo economico, drogato da corruzione e malaffare, come motore della prosperità solo per alcuni a danno di tutti.

Va ricordato che fin dal 2010 il commissario per la gestione del debito del Comune Varazzani aveva denunciato che Roma aveva accumulato un passivo totale di 22 miliardi e mezzo di euro, di cui quasi 7 legati al cosiddetto “debito finanziario quota interessi a finire”, cioè gli interessi passivi generati da mutui, linee di credito, strumenti derivati e prestiti flessibili, sottoscritti da emeriti imbecilli che nel Campidoglio si erano dilettati, come apprendisti stregoni, a giocare con la finanza creativa a partire dall’attuale assessore Causi, ora messo lì in giunta da Renzi dopo lo scandalo di mafia capitale, senza considerare che fu proprio lui come assessore nel 2003, quando era sindaco Veltroni, a lanciare un’emissione di un miliardo e mezzo di euro ad un tasso del 5,37 % e rimborso a 30 anni, nel 2033. E questo non fu che il primo passo sulla via di scommesse assurde sui derivati, caricati sulle spalle di chi doveva ancora nascere.

Con le finanze di una città alla sfascio, dissestate anche dal salasso di 350 milioni concessi come salario accessorio ai dipendenti del Comune sotto la giunta Alemanno dal 2008 al 2013, che cosa hanno immaginato i nuovi amministratori? Di tartassare i cittadini romani con multe per violazione delle regole del traffico senza essersi minimamente preoccupati di offrire alla cittadinanza un servizio di trasporto pubblico adeguato, un traffico scorrevole, corsie effettivamente preferenziali ecc.

Il Comune di Roma che fino all’anno scorso bruciava 100 mila euro al giorno, non ha assolutamente risolto il problema del buco nero delle società municipalizzate, gonfiate da assunzioni clientelari, che secondo i calcoli di Mediobanca hanno insostenibili bilanci in rosso (1,6 miliardi l’ATAC e 1,3 miliardi l’AMA) con servizi di trasporto pubblico scarsi, inefficienti e antiquati, ed una raccolta dei rifiuti, praticamente da livello di terzo mondo, nonostante il salasso per le tasche dei cittadini.

Dunque anziché promuovere un dibattito politico sulla pesante eredità lasciata dalla giunta Alemanno e sull’inadeguatezza della attuale Amministrazione del Campidoglio, il PD ha preferito la congiura di palazzo in perfetto stile alla “Enrico stai sereno”, condotta in modo dilettantesco. Si può dimenticare che il PD romano è stato commissariato nientemeno che dal presidente del partito, un politico “romano de Roma”, di antica scuola dalemiana e pertanto profondo conoscitore delle magagne palesi e dei sotterfugi nascosti del PD romano?

Il giorno dei morti, a conclusione della settimana dell’agonia per il sindaco di Roma che non intende risparmiare sorprese alla città ed al partito democratico, tuttora intento a cospargere di grasso la corda della propria impiccagione, vedremo se la parabola discendente dell’esperienza politica renziana avrà accentuato il suo corso.

Il 2 novembre, tra un crisantemo e un “de profundis” l’enigma sarà definitivamente sciolto, e al PD non resterà che raccogliere i cocci della sua pessima politica.

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