QUANTO MI SEI IMPOPOLARE BANCA MIA

di Giovanni Grossi     QUANTO MI SEI IMPOPOLARE BANCA MIA

banca impopolare

Leggo su VVOX che quel magazine online ha organizzato un convegno sul futuro della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, cui hanno partecipato il nostro rappresentante al Senato Gianni Girotto ed un esponente della Lega Nord: http://www.vvox.it/2015/10/28/bpvi-e-veneto-banca-convegno-sul-futuro/.
Ero già intervenuto sull’argomento delle popolari circa un mese fa, sempre su questa rivista, dichiarando anche una conoscenza diretta della realtà Vicentina: https://informationzero.wordpress.com/2015/10/02/banche-popolari-e-territorio-un-difficile-rapporto-tra-economia-e-politica/.
Voglio reintervenire ora perché, malgrado il prossimo 31 dicembre si chiudano dieci anni esatti dalla mia uscita dalla Banca Popolare di Vicenza, il cordone ombelicale di amicizia e stima con i colleghi con i quali ho condiviso anni “di passione” fa si che, in qualche caso, sia diventato il confessore laico di taluni, se non il muro del pianto.
Reintervengo per dare i miei commenti, probabilmente controcorrente rispetto alla linea di pensiero che oggi corre nel Movimento e non solo.
Voglio infatti parlare del fallimento del modello “popolare” di una banca, probabilmente inefficiente in generale, ma – sicuramente – tanto più fallimentare quanto più crescono le dimensioni dell’istituto di credito.
Un fallimento assai grave vista, invece, l’importanza di avere banche realmente legate al territorio e veramente popolari.
Perché questo modello è fallito?
Perché, in generale, la “cooperativa” ha mostrato di essere una forma associativa assai facilmente manipolabile da pochi, anziché essere quel modello partecipativo diffuso che utopisticamente si desiderava.
Qualsiasi tipo di cooperativa, infatti, ha mostrato di poter essere uno splendido paravento per nequizie e, in casi limite, anche delinquenza comune o organizzata.
Senza arrivare a “Mafia Capitale”, non ci vuole molto, se si vuole vedere, ad individuare cooperative di comodo che sfruttano solo vantaggi fiscali e bisogni di povera gente.
Sono, ad esempio, molto più numerose di quel che si pensa le cooperative di servizi (pulizie, assistenza degenti, etc.) dove i cosiddetti soci sono in realtà schiavi/dipendenti non di rado sottopagati.
Quando c’è un problema o quando queste entità vengono individuate e prese d’occhio si sciolgono e se ne formano altre. Intanto i dipendenti/soci fanno la fila presso le “direzioni territoriali del lavoro” per firmare accordi conciliativi accettati sotto la pressione del riacquisto del lavoro in un’altra cooperativa lager.
Intanto, i grandi creatori ne mettono in piedi diverse, che governano con un manipolo di voti controllati e di pressioni sui bisognosi.
Insomma, Buzzi ha solo adottato un sistema; non ha avuto bisogno di faticare per crearlo.
Con questo, ovviamente, non intendo criminalizzare il sistema in generale. Ci sono anche, normalmente, cooperative che funzionano.
Però, quanti soci della CPL Concordia sapevano che al vertice si adottavano politiche tangentiste per ottenere appalti?
E quanti soci delle maggiori COOP di distribuzione sapevano che talune di loro avevano impegnato nel Monte dei Paschi di Siena i versamenti dei soci stessi (che non sono depositi bancari, anche se di questo i depositanti sono convinti)?
E veniamo alle nostra amate banche.
Ho già descritto nel precedente articolo come si fa a mantenere il potere in una popolare.
Qui riassumo.
In una grande popolare, pilotando opportunamente le filiali nel periodo che precede l’assemblea, si possono orientare consensi e raccogliere deleghe che poi, opportunamente piazzate a combriccole di “amici”, permettono di gestire il risultato assembleare.
Quanto è più grande la banca e quanto sono più diffusi i soci sul territorio, tanto è più facile gestire l’assemblea. Basta infatti raccogliere solo le deleghe del territorio vicino alla sede centrale, quello più manipolabile direttamente dai vertici aziendali, tanto nessuno si rovina un intero sabato o un intero fine settimana per andarsi a rompere le scatole in una assemblea che si tiene a centinaia e centinaia di chilometri, spendendo soldi di viaggio e permanenza.
Ho personalmente partecipato a molte assemblee di Vicenza.
Una in particolare fu emblematica dello stato di cose che ho descritto.
Quella in cui si scontrarono le anime Vicentina (la conquistatrice) e Udinese (la conquistata e assorbita); in quella occasione non mancarono i colpi bassi e vi fu un trionfo di pullman che portava carrettate di sostenitori dell’una e dell’altra parte, facendo sembrare per un giorno la Fiera di Vicenza un potente concorrente del Santuario di Locorotondo, manco Zonin fosse stato Padre Pio.
Naturalmente, per mantenere un potere di questa portata, devi contornarti di cerchie concentriche di collaboratori, che digradano dai sodali ai “bravi” manzoniani.
Se poi il “Conducator” è pure un bravo imprenditore, si cerca anche buoni collaboratori; in questo occorre dare atto a Consoli (ex AD di Veneto Banca) di non aver trascurato questo aspetto.
Però, alla fine, il risultato è sempre la devastazione che oggi osserviamo desolatamente.
E allora?
E allora il modello deve essere necessariamente cambiato.
Peccato che il cambiamento arrivato d’imperio da questo governo – la trasformazione in SpA – è, come sempre quando Renzi entra nelle cose economico/societarie, sbagliato e pure maliziosamente sospettabile di essere un favore a grandi investitori stranieri.
Come ho detto all’inizio, una banca di territorio è un importante partner per lo sviluppo della economia locale, in fasi di espansione ma anche di recessione.
Per fare questo, è necessario che all’interno della compagine sociale trovino posto diverse realtà locali, possibilmente caratterizzate da contrapposti interessi circa la gestione del credito e, più in generale, della economia territoriale.
Questo per far si che non si ricreino altri modelli localistici fallimentari, come furono le casse di risparmio che, da espressione di mutualità territoriale, diventarono dei consessi autoreferenziali di piccoli cacicchi, fino ad arrivare alla famosa spartizione politica che le vedeva tutte assegnate alla DC, tranne qualche cascame a sinistra e una al PRI di La Malfa.
Se all’interno della compagine trovassero posto, ad esempio, Confindustria, Confcommercio, Associazioni di PMI e ordini professionali, nonché realtà politico/amministrative locali, e, se possibile, associazioni territoriali religiose e laiche (la Caritas sarebbe un ottimo operatore, e questo lo dice un laico di ferro) e pure organizzazioni di ricerca, come Università o altri soggetti che fanno studi di mercato, ci sarebbero senza dubbio dei portatori di interesse, ma questi interessi sarebbero così variegati e contrapposti che difficilmente si troverebbe una “quadra di malaffare”.
Aprendo poi il capitale anche a soci ordinari si potrebbero avere dei controllori sociali di non piccolo peso.
Pensate a dare una azione di ogni banca a Beppe Grillo. Ve la ricordate la assemblea Telecom?
Ponendo poi un limite al possesso delle azioni, più largo dell’attuale ma mai di controllo (es. 10%) si eviterebbero scalate.
Solo in questo modo il “territorio” si può riappropriare di se stesso, senza finire dalla padella dei “padroni” che comandano con pochi capitali alla brace dei grandi investitori esteri che hanno delle logiche economiche e di profitto di breve, assolutamente rispettabili, ma non adatte per i “nostri” interessi.
Sarebbe bello che tutto questo non avvenisse per legge (salvo l’eventuale apposizione di un limite al la partecipazione, apposto a una speciale categoria di banca) ma fosse un moto spontaneo messo su da diverse forze. Non ci sarebbe nulla di male a che fossero esponenti della società civile a proporlo, basta che intorno a loro si formi un coacervo pluralistico.

° ° °

E ora pensierino specificamente dedicato alle due Banche venete.
Nel sistema c’è un avvertibile sfasciume
Ben quattro banche: Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara, Banca delle Marche, coi relativi gruppi, rischiano una brutta fine se non trovano un salvatore ben dotato di denaro (quindi, più facilmente reperibile all’estero, se vi è un soggetto interessato anche a risolvere gravi problemi di crediti in sofferenza).
In tutto, poi, ci sono quindici realtà bancarie e quattro intermediari che sono in amministrazione straordinaria (fonte Banca d’Italia: link allegato all’e-mail alert del 2/11/2015, http://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/avvisi-pub/elenco/amm-straord-20092015.pdf?pk_campaign=EmailAlertBdi&pk_kwd=it), che in realtà sono 16 perché una nuova è arrivata in questi giorni.
Le grandi popolari, ancora, sembrerebbero più orientate ad aggregarsi tra soggetti complementari e senza particolari problemi.
Orbene, in questo quadro può essere non irrealistico pensare a proseguire la vita della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca senza acquisizioni.
Certo, i fabbisogni di capitale delle due aziende sono importanti e si tratta di reperire tanti soldi per due soggetti che operano nello stesso ambito territoriale, almeno quanto a Direzione.
Però, se si riesce a mettere assieme un vero parterre di imprenditori sani, da prendere in tutti i territori dove le banche sono più presenti, legandoli con talune delle espressioni locali che ho citato, l’operazione potrebbe non essere improba.
Se si guarda una cartina geografica con le filiali disegnate sopra si vede che:
tutte e due le banche sono presenti nel triveneto;
Banca Popolare di Vicenza ha anche forti proiezioni in Toscana, Sicilia e Roma;
Veneto Banca è ben presente in Puglia e in Piemonte;
per entrambe c’è anche Milano; dove c’è economia c’è Milano.
Naturalmente, i soggetti promotori di questa “rinascita” devono essere tanti, sicuramente in grado di garantire tranquillità nei risparmiatori già provati dai duri schiaffi ricevuti, che sicuramente non possono dare più fiducia semplicemente a un nuovo management. Anche questo, infatti, per quanto bravo (e i due nuovi manager lo sono), deve poter contare su una base sociale solida, che oggi non c’è.
Per la conoscenza personale che ho di BPV penso che, una volta eliminate le cerchie magiche, dentro l’azienda si potranno finalmente liberare le tante risorse sane e capaci che ci sono.
Non ho, invece, conoscenza diretta di Veneto Banca, ma la qualità del management che ho conosciuto in passato mi fa pensare che anche lì si possa trovare una base umana e professionale che merita attenzione.

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