LA SCUOLA E IL LAVORO (per Poletti e una critica all’alternanza scuola-lavoro)

di natale capodiferro  LA SCUOLA E IL LAVORO  (per Poletti e una critica all’alternanza scuola-lavoro)

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IL LAVORO, POLETTI E L’UNITA’ DI MISURA DEL COMPENSO (parte terza)

Trovo insopportabile la quiescenza sulla/della scuola vista come articolazione nella SCUOLA(come alternanza al) LAVORO.
La Scuola non può essere alternanza al lavoro ma preparazione professionale al lavoro. Ciò infatti io penso si pensasse allora.
Se, però, questa-preparazione- poteva essere valida dal dopoguerra in poi per le necessità di arrivare al lavoro quanto prima erano strettamente connesse con il tessuto socio-economico-industriale distrutto dalla guerra, con gli anni ‘70/80 l’indirizzo prevalente, dato il nuovo passo e le categorie lavorative createsi dal mercato, terziario soprattutto, era naturale credere che la professione futura dovesse, in un certo qual senso, “provarsi” mentre si era a scuola e proprio in quegli anni sorsero le prime e ragionevoli richieste di alternanza. Negli anni ‘90 e ‘00 si osserva un crescente entusiasmo per l’alternanza scuola-lavoro, sfociando questa, e per le innumerevoli riforme che si sono succedute e che hanno funestato il panorama scolastico e per la saturazione di quei posti di lavoro svanita anche la grande crescita edilizia, in una scuola di vita professionale senza riferimento opportuno. Anche l’aleatorietà con cui veniva elaborata tra mondo della scuola e mondo del lavoro, commercio, artigianto, terziaro professionale soprattutto, creava e crea scompensi. Non vi sono valutazioni del processo di apprendimento ma alunni immessi direttamente su posti di lavoro vero con mansioni che esulano da quello che si apprende a scuola.

O è inadeguata la scuola o lo sono le attività che ospitano l’alternanza, non c’è alternativa!

La Scuola oggi è vista come PENSATOIO e non è che vedendola come PRATICANTATOIO sia meglio. Anzi entrambi creano confusione tra quello che è il ruolo della prima e quello della seconda.
In effetti la grande dicotomia o consentitemi, come dicono al “corriere”, il paradosso, sta proprio nel non aver chiaro i presupposti delle due.
La scuola oggi, e di ieri dagli anni ‘70, non produce professionisti/settore o operai o addetti o operatori o tecnici, guardando quegli che sono gli obiettivi fissati dai vari istituti e le griglie di valutazione con cui si viene generato il giudizio valutativo degli alunni. La gran parte degli alunni, alla fine del percorso scolastico, viene valutato/giudicato secondo il parametro della maturità, ancora alla Montessori, quindi: può far male le prove ma al capacitarsi che il ragazzo/a nostra una certa maturità, una certa capacità di adattamento, che ha dialettica critica o capacità di analisi/sintesi e così via, si cambia l’aspetto oggettivo del valore dato al punteggio, che è però negativo.
La Scuola, i docenti dovrebbero chiedersi il perché? E analizzare le griglie di valutazione redatte. Queste, con cui si è valutato per cinque anni, sono realmente adeguate alle capacità che richiede la formazione/informazione di una azienda e aderenti ai requisiti delle aziende?
Se guardiamo alcuni tipologie di griglie di valutazione sembra proprio di no. Alcune, quelle di Istituti professionali, un po più vicine ma privilegiando anche qui, vedasi l’esame di stato, l’italiano e la storia in primis e poi le materie di COMPETENZA.
Ma questa è proprio la storia brutta di questa Scuola che non vuole cambiare perchè non vuole capire.
Una cosa è la cultura di base che dovrebbe essere assicurata a tutti, gratuita e allo stesso modo.
Un’altra sono le competenze proprie che una scuola dovrebbe esercitare sull’alunno, ovvero parlando e facendo sempre l’esempio dell’italiano/storia, quali il saper esprimere e far capire ciò che fa(italiano) e le dipendenze sincroniche e diacroniche nel tempo(storia).
E nella Scuola purtroppo non si fa. Esempio: Pascoli e una Torta alle Mandorle, programma di 5° anno Alberghiero; noterete subito che l’alunno sa a memoria la poesia e che la spiega bene nel contenuto e con i termini appropriati e con una buona cadenza, quando poi arriva a parlare e spiegare come ha realizzato la torta, un contorcimento dialettico sembra generarsi talchè l’alunno è portato ad agire più per gesti che per parole.
Ma questo lo è ancor di più nelle lingue che diciamo di voler procrastinare a maggiori ore ma in effetti, nell’orario, nulla è cambiato. A cosa serve ad un cuoco parlare ed esprimersi in inglese scolastico o conoscere Amleto di Shakeaspeare se poi non sa i termini specifici con cui spiegare o parlare della torta? Al di là dei CLIL, sarebbe opportuno la rifunzionalizzazione delle ore di lingua da partecipare con quelle delle materie di indirizzo, almeno, oltre a quelle specifiche, ovvio.

Nasce prima, quindi, nella scuola il problema, poichè la SCUOLA che ABBIAMO OGGI forma maturandi non cuochi piuttosto che elettrecisti o infermieri o ragionieri.
E’ quindi una SCUOLA GENERALISTA che cerca di dare il massimo nelle materie che però sono costruite nelle programmazioni come COMPARTIMENTI STAGNI.

Altro grave problema che porta questa scuola generalista è la evidente non-corrispondenza tra titolo di maturità o di stato e lavori/professioni. Già tempo fa si metteva in evidenza, per questo fatto, il non più proprio valore legale dell’Esame di Stato dato la grande differenza e saturazione del mercato stesso. Un esempio per tutti, il titolo liceale, una volta equiparato a “impiegato di concetto”, cosa si pensa di fare in un ufficio senza avera appreso diritto e legislazione e senza che si siamo avuto i dovuti ed improprogabili strumenti informatici? Niente di niente(magari allo sportello a recitare Dante o parlare in Greco)

Sino ad ora a nulla valgono le proposte di una SCUOLA DI BASE da far coincidere con l’obbligo scolastico(cui la scuola attuale è perfettamente idonea) e una SCUOLA FORMATIVA coincidente con al professionalizzazione di 1° livello, professionale, artigianale e tecnico, ed infine, una SCUOLA UNIVERSITARIA fortemente professionalizzante e ricercatrice di 2° livello.
In queste altri vari step e gradi di rilevanza, ma non è questo il luogo in cui trattenersi su quest’aspetto, che però sarebbe rilevante e servirebbe sicuramente per riflettere su cosa debba essere la SCUOLA, non solo a Poletti e tutti i politici in genere ma, anche, al 99% dei docenti per cui la scuola sta bene così.
E non ci sofferma nenache su quelli che sono gli IFTS, IeFP e altri che sono relegati(sbaglio madornale) o ai privati o alle Provincie/Regioni.

Di là il fatto, quando tornati a scuola, di una esperienza positiva nel complesso ma segregata ad essere, appunto, alternativa alla scuola, così come di fatto si dimostra.

Nonostante ciò l’Invalsi non si premura minimamente di indagare un fenomeno che è pregnante nella valutazione(solo negli ultimi tre anni infatti, all’esame di Stato, nelle scuole tecniche e professionali che utilizzavano la procedura di alternanza, si è introdotto un piccolo colloquio delle esperienze laboratoriali e alternative).
Ne l’Indire ha, nella sua estrema intellettualizzazione informatica, ben presente questa mancanza della scuola degli anni ‘90 e 2000. Che gli strumenti informatici debbano essere patrimonio di insegnanti e alunni non v’è alcun dubbio. Il lavoro è però fattibile a livello didattico e di quello che se ne trae per la stessa didattica. Nessun riferimento con il poter spendere nella realtà lavorativa competenze e lavoro. Così che gli strumenti, i software e i programmi open source non creano opzioni, poichè slacciati, appunto dalla realtà lavorativa.
Ma la realtà lavorativa si interfaccia con i programmi ministeriali e viceversa.
Manco per nulla, Questo è certo.
Come è sempre, in Italia, si prosegue con le scatole cinesi o, peggio, a compartimenti stagni.

Osannata(l’alternanza), oggi, da tutti è sempre stata presente nelle scuole professionali dagli anni ‘90. La Giannini ci ha messo di suo portandola anche ai Licei nella recente riforma. Ha dimenticato però che la precedente, quella della Gelmini, ha eliminato gran parte delle attività laboratoriali, quelle attività didattiche cioè direttamente responsabili della formazione accademica e fisico-pratica di un alunno.
Dunque siamo di nuovo ai nastri di partenza e sempre con gli stessi dubbi di validità.

L’alunno non è materia è cervello, assimila, comprende, apprende e porta in essere meccanico-fisico ciò che è teoria, pensiero, cultura. Poi lo trasforma in fare. Se le fasi che precedono sono state attese.

So bene che l’alternanza è importante, non sono stupido, ma va inquadrata all’interno della scuola prima e all’esterno poi, non un estensione fine a se stessa per avere un voto, una valutazione. E’ classico pure che a chi faccia alternanza venga aggiunto un bonus creditorio, ma è nulla credetemi, un terzo o meno della fascia del credito che fa oscillare il voto dal minimo al massimo di 1 punto tra il minimo e il massimo, corrispondente poi ad un 0, 30 della fascia del credito scolastico!

Chiaro che la dicotomia è presente: prima scuola o prima lavoro; o scuola che prepara per il lavoro; o lavoro che completa la scuola?
Abbiamo visto prima, ma è talemente ovvio.

Questa cosa di fare prima il Fare e poi il Sapere è intollerabile sa di classismo bello e buono, immaginate voi un Classico che va a fare Alternanza in un Supermarket?

Diciamo, invece, che la scuola in Italia sta divenendo solo marketing. Vendita di un prodotto sbiadito che va rilucidato senza andare troppo per il sottile.

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