L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO NON DEVE ESSERE UN BUSINESS

da una discussione  si riportano alcuni commenti interessanti l’argomento

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO

lavoro-scuola

Natale Capodiferro
Penso a due opzioni, la 1^ se riteniano che la scuola debba essere strutturata così come è ora, e la 2^ in pre-visione di un idea di scuola nuova e diversa da quella attuale.

Se la 1^,  io personalmente ritengo che prima debbansi modificare sia la didattica disciplinare(programmi e materie o la disposizione oraria) sia l’accesso serio e proficuo didattico-professionale delle imprese che dovranno avere in esse un corpus “docente”, allevato e allenato con corsi specifici(non possiamo perdere la dialettica e la retorica-quella buona platoniana, ne possiamo permetterci il lusso di “mandare a lavorare” minorenni);
Se nella 2^, che preferisco, si potesse pensare ad una scuola di base culturale che pensi alla maturazione cognitiva degli alunni prima e sino a 16/17 anni, si potrebbero sviluppare negli IFTS e negli IeP(aggiungendone altri per le rispettive scuole e dandoli allo Stato) quei due/tre anni di maturazione professionale, solo professionale e dove l’alternanza sarebbe un obbligo e una “materia”.

Forse così avrebbe senso la professionalizzazione. Invece che portare l’alunno dal pensatorio, che è la scuola attuale, ad un periodo pratico-intellettivo che (spezzando la didattica) nulla ha in comune con la scuola. Ne ci sono imprese formate per fare didattica professionale.

Il senso degli albi delle imprese con i tutor dovrebbe essere questo, non altro come prevede la Legge finanziandole e finanziando le scuole: UN BUSINESS.

CLAUDIA 5S
Quello che dici, Natale e’ piu’ che giusto…e deve suscitare sia la riflessione che l’azione…a suo tempo la legge 14 febbraio 2003, n. 30 recante «Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro», che, insieme al decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 recante «Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30», compone l’intervento meglio noto come “Legge Biagi”, agitarono non poco il dibattito tra politica, sindacato, imprese e universita’ su opportunità e rischi del metodo dell’alternanza formativa.

Ci si domando’ se era questa la leva da azionare necessariamente per una migliore educazione, istruzione, formazione ed inserimento dei giovani nel mondo del lavoro (opportunità) o si stavano più o meno consciamente condannando gli studenti all’addestramento professionale utile più alla produzione economica che alla costruzione della persona e del cittadino (rischio)?
L’alternanza scuola-lavoro non è una novità nella scuola italiana perché, sia pure con dimensioni e aspettative differenti rispetto ad adesso, è presente da anni nell’esperienza formativa degli istituti superiori. In particolare nell’ambito dell’istruzione tecnica e professionale, in alcuni territori e grazie all’iniziativa e all’inventiva dei diversi contesti territoriali, da anni si sperimentano gli stage in azienda, l’intreccio virtuoso tra esperienza in classe e sul campo, con generalmente un buon ritorno in termini di soddisfazione sia del mondo scolastico, sia di quello imprenditoriale.
Adesso, pero’ ci si aspetta sempre piu’, vista appunto quella che io continuo a chiamare “propaganda” di questa offerta formativa e lavorativa, che venga offerta agli studenti della secondaria superiore un’esperienza veramente significativa sui luoghi di lavoro, durante il curricolo scolastico. Deve comunque essere un’esperienza guidata e ben normata, che permetta di realizzare modalità di apprendimento flessibili capaci di collegare sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza pratica. Dovrebbe permettere di arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche nel mercato del lavoro, favorendo tra l’altro l’orientamento dei giovani e valorizzando le loro vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali.
La proposta di alternanza scuola-lavoro dovrebbe realizzare un collegamento organico tra istituzioni scolastiche e formative, mondo del lavoro e società civile, legando sempre di più l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio.

Insomma l’attenzione deve essere alta, da una parte, ai suoi protagonisti – cioè i giovani in formazione – e dall’altra al contesto nel quale gli stessi sono inseriti, lanciando lo sguardo oltre l’orizzonte propriamente scolastico, per traguardare le prospettive di orientamento e inserimento lavorativo e, prima ancora, di implementare solide motivazioni allo studio e all’apprendimento.
Quindi come dici, dobbiamo chiederci cosa vogliamo.
Se lasciamo le cose come stanno bisogna pero’ cambiare l’approccio poiche’ l’alternanza formativa possa essere una strategia metodologica che consente di realizzare un percorso formativo coerente che integri reciprocamente e veramente attività formative di aula, di laboratorio ed esperienze di lavoro svolte nella concreta realtà di impresa.
Anche io personalmente preferisco la seconda proposta che tu dici che comunque in ogni caso presuppone una preparazione culturale e formativa di approccio ai ragazzi sia per gli insegnanti che per i datori di lavoro. Con la collaborazione formativa ne guadagnerebbero tutti, in primis i ragazzi che non rimarrebbero spaesati o sballottati in realta’ approssimate.

Natale Capodiferro
Io penso sia cosa diversa, per esempio per un geometra, spezzare la didattica così come è oggi che persegue valutazioni proprie, con fare 300 ore presso un professionista con valutazioni quali/quantitative: cosa farà mai da solo? la scuola(didattica) non da elementi tali da inserirsi direttamente nel contesto lavorativo, per cui rimarrà a guardare e imparare per un po di tempo ma il professionista non gli assegnerà mai una pratica che dovrà completare dalla prima all’ultima fase(sia perchè non c’è tempo sia perchè un progetto è cosa complessa che tiene conto di tante materie messe assieme, topografia, estimo, urbanistica, sanità, architettura, computi metrici estimativi definitivi, antisimica, geologia, relazioni e vincoli di tutte le nature: affidereste voi dunque un lavoro a uno studente da consegnare direttamente all’ente? lo farà il professionista? no penso di no.

Se però lo stesso geometra studente “facesse” le materie strettamente necessarie(anche per quelle sopradescritte) ed uscisse maturandosi con una cultura di base sufficiente, penso che nei due/tre anni successivi, nelle scuole IFLTP(le chiamo cosi “istituti di formazione secondaria Liceale, Tecnica, Professionale”), potrebbe compiere tranquillamente tra scuola e alternanza-che non è detto che debba essere espletata per forza fuori dalla scuola, tutor o preparatori possono tranquillamente venire anche a scuola in taluni casi specifici, il suo percorso professionale quasi del tutto e fermo restando i parametri per cui lavora e l’accesso conseguente.
Insomma avrebbe 2/3 anni in cui unisce materie professionali, più laboratori, più alternanza e penso sarebbe grande poter fare questo. E uscendo a 20 anni, tanti quanti si esce oggi maturandosi senza “saper fare” quasi nulla se non il nulla.

Inoltre ritengo massicciamente ininfluente il fatto che debbasi per forza cercare nel territorio. Oggi siamo in possesso di tecnologie formidabili tali da arrivare in tutto il mondo in un battibaleno.

Cercare ancora quello che si è fatto sinora, ragazzi per il territorio per le aziende, io ritengo sia vetusto per due ordini di motivi: il primo è già espresso sopra, il web oramai  annulla qualsiasi distanza e qualsiasi spazio; la seconda è il motivo per cui anche parte della L. 107 verrà cambiata subito, ovvero la sussistenza di un valore territoriale proprio e specifico delle scuole verso le realtà imprenditoriali.

Cosa voglio dire? Intendiamoci creare presupposti lavorativi e ricercatori per le aziende della zona è un bene infinito.

Quello che stona è la rigida appartenenza territoriale che darebbe uomini  e forza lavoro/intellettuale solo per le attività previste in zona e, quindi, conseguentemente creerebbe scuole uguali, magari di diverso livello ma tutte indirizzate verso e non oltre e non dirette ad altro.

Ciò è uno sbaglio madornale in quanto ciò che si deve produrre-formare, nella “cultura” di base, dovranno essere diretti a 360 gradi del loro orizzonte professionale e nel particolare interfacciarsi con quello che in quella direzione a tutto sesto riscontra nelle aziende territoriali.

Se non così, le scuole diventeranno tutte uguali, a diversi gradi, ma tutte profondamente dirette verso quelle aziende e null’altro, ammesso che le aziende presenti e quelle che aprono si mantengano costanti, perchè ora, qui in questo campo, siamo in moria.

Dunque le scuole faranno a gara per riservarsi qualunque tipo di alunno, magari in un liceo verrà iscritto un ragazzo, più forse predisposto per le materie tecniche, solo perchè è vicino casa, e in un industriale un altro, che magari sperava di proseguire nel liceo artistico, solo perchè nel suo territorio insistono industrie o aziende che producono seggiole. Che scuole verranno fuori? Scuole tuttologhe ma nientesapentifare!

Insomma la 107 su questo sbaglia. Sbaglia anche quando vuol far fare alternanza a minorenni, sbaglia soprattutto se mette il tutto sotto l’aspetto finanziario e quindi le somme da dare per finanziarlo per singolo istituto per gli alunni iscritti. Sbaglia quando vuol censire, finanziando, le aziende per realizzare l’alternanza e quando assegnerà dei punteggi per meri fini promozionali(cioè le aziende saranno valutate e analizzate anche per il tasso di promozione che saranno in grado di dare: badate quale attività darà mai voti bassi per perdere l’anno successivo finanziamenti e curricularità e, perchè no, pubblictà e marketing della propria azienda?).

Sarà una gara al macello. Il macello dei nostri figli

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3 pensieri su “L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO NON DEVE ESSERE UN BUSINESS

  1. Perchè pessimisti? Non ci saranno gare, sarà la curiosità nell’uscire con il professionista a fare dei semplici rilevamenti in cantiere, meglio se piccoli e ristrutturazioni. Sarà la curiosità di rubare il mestiere fatto di tantissimi particolari lavorativi verificati in pratica quanto memorizzato in teoria. Sarà il dialogo con il professionista sull’evoluzione avvenuta tra la realizzazione esistente con impiantistiche quasi a zero e le moderne realizzazioni per soddisfare il progetto del contenimento energetico, le previsioni progettuali dei canali per il recupero del calore oltre che eventuali cassette contenente le contabilizzazioni dell’acqua calda del riscaldamento con radiatori od a pavimento radiante, quelli della ACSanitaria oltre alla fredda. Le impiantistiche elettriche per illuminazione ed i vari servizi, bastano 4 visite e le visioni corrispondenti agli stati d’avanzamento lavori con almeno due ore distribuite tra le varie lavorazioni dei vari artigiani impegnati. Dopo 5 o 6 tipologie cantieristiche diverse si avrà la stessa soddisfazione che: Si prova come neopatentati dopo 7/8 guide sentendosi in grado di dominare l’auto, lì si ottiene la stessa confidenza con quel lavoro alla stesso livello di chi a scuola ha il padre che fà l’impresario o lavora nei cantieri. Diventa un problema del giovane essere motivato a rubare l’estensione di quel lavoro risultato di un’integrazione di tante tecniche lavorative. Poi da cosa nasce cosa grazie all’auto gratificazione di coscienza di alcune capacità scoperte. L’importante è che vi siano queste occasioni di venire in contatto con chi il lavoro lo esegue veramente, col tempo emergerà anche una coscienza critica di affinamento.

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  2. chiaro che non sai cosa è oggi la scuola e cosa sono gli alunni se scrivi questo. vedi ancora come se fossimo negli anni 60.
    eppure è stata fatta poco tempo orsono(poche settimane fa) una ricerca, quisquiglia, che ci fa sapere che questi che dovrebbero fare le cose che tu dici con gioia, non gliene frega nulla, proprio perchè il sistema scolastico è solo un pensatoio e non bastano uno o più uscite per far uscire fuori questo interesse.
    abbiamo fatto la scuola culturale per i 68ttini e ci è andata bene(per modo di dire) visto le competenze che si esprimono, e noi volevano questo, avevano sete di cultura e di accesso alle culture. questi attuali sono diversi, son meccanici, pensano di arrivare subito e di averne di competenze. e lo fanno sai come anche le competenze, non più emozionali, fascinose, romantiche del lavoro, ma gelide e fredde come la neve. noi rimaniamo sempre gli stessi tra lavoro ed altro. loro no, si trasformano. si potrebbe continuare all’infinito ma è quello ti/vi dico(come quello interrogato sulla giustizia se sia democratica si vanta dia aver scritto l’antologia di quella europea): non faccimo questo per noi , facciamolo per loro. e per farlo bisogna capirli prima. molto spesso mi dico, prima di inziare una lezione, ma penso che sia giusto dirlo anche a te: questo è il problema, non saper accettare di non saper capire. allora mi sporgo e vedo altro. io vedo che tu ed altri continuate a vedere voi stessi riflessi, sbagliando quindi la partenza , l’anamesi.

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