UNA LEZIONE DI DIRITTO COSTITUZIONALE – A PROPOSITO DEL REFERENDUM

di torquato cardilli   UNA LEZIONE DI DIRITTO COSTITUZIONALE – A PROPOSITO DEL REFERENDUM

giumanidemocrazia

I mezzi di informazione, che si comportano come il clero officiante del potere, al quale dimostrano ogni giorno consenso e obbedienza, riferiscono con enfasi notizie e temi, con le adeguate sottolineature e i vergognosi omissis, scelti o suggeriti da chi comanda di modo che il pubblico abbia sotto gli occhi e nelle orecchie solo ciò che non mette in discussione le scelte fatte al vertice del Governo e dello Stato.

Il compito della stampa indipendente è invece quello di rivelare ciò che il potere vuole che non si sappia e non si dica, cioè esattamente il contrario di quanto avviene, specialmente nel servizio pubblico radio televisivo i cui notiziari trasudano piaggeria e disinformazione.

Il 17 aprile il popolo sarà chiamato ad esprimersi sul referendum che riguarda il divieto assoluto di concessione di nuove autorizzazioni di ricerca e sfruttamento di idrocarburi nel mare territoriale italiano entro le 12 miglia dalla costa e la cessazione, senza rinnovo automatico, delle licenze alla scadenza del 2026.

Nella riunione della Direzione del PD del 4 aprile il governatore della Puglia Emiliano ha rimproverato a Renzi, seppure laureato in giurisprudenza, una scarsa cultura giuridica con l’invito a studiare di più i principi basilari della nostra Costituzione.

Il referendum è la massima forma di espressione di democrazia diretta. Si lascia direttamente al popolo, senza mediazioni interessate o compromessi scellerati, di scegliere quale debba essere la politica del paese su un determinato tema.

Qualsiasi referendum, è sempre visto come il fumo negli occhi da parte del potere che teme di vedersi spogliato di autorità dal popolo che può esprimere, e generalmente lo fa, una volontà contraria alla politica governativa. Perciò, prima di ogni consultazione referendaria, capita che tanti politici di rango, per vanità di apparire, per sete di potere o per piaggeria verso di esso, si cimentino nello spaccare il capello in quattro sull’interpretazione della Costituzione a proposito del diritto-dovere di votare, ritenendo a torto che questo valga solo per le elezioni politiche, e quindi vigliaccamente consigliano l’astensionismo.

In realtà la Costituzione all’art. 48 non fa alcuna differenza tra il voto per le elezioni politiche e il voto per il referendum, limitandosi a definire l’esercizio del voto un “dovere civico. A questo proposito va ricordato che nel 1967 la Corte di Cassazione confermò la condanna di un gruppo di anarchici che avevano fatto propaganda per l’astensione nelle elezioni politiche. La motivazione allora addotta daigiudici si fondava sul fatto che la propaganda astensionista conteneva il reato previsto dall’art. 415 del codice penale di istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato.

Una conferma che il valore “civico” appartiene a tutte le diverse tipologie di voto è data dal fatto che nel 1970, in sede di discussione della legge n. 352 attuativa del referendum, fu respinto l’emendamento che voleva equiparare il “non voto” al “voto contrario”, mentre fu stabilito che il non raggiungimento del quorum (previsto dalla Costituzione) determinava sì la nullità del referendum abrogativo, ma non equivaleva automaticamente alla conferma popolare della legge soggetta al referendum stesso.

Come ulteriore prova dell’equiparazione del voto politico a quello referendario basta ricordare che l’art. 50 della predetta legge attuativa del referendum stabilisce che per quanto non disciplinato si fa riferimento alla legge per l’elezione della Camera dei Deputati.

Ma torniamo alla Costituzione. Perché vi fu inserito lo sbarramento del quorum per il referendum? Perché l’Assemblea Costituente, incaricata di disegnare un’architettura democratica in un paese uscito da venti anni di dittatura dopo altri cinque anni di una guerra mondiale tragicamente persa, aveva percepito il diffuso timore che una legge, votata dalla maggioranza dei parlamentari, potesse essere abrogata da uno scarso numero di votanti, non ancora avvezzi all’esercizio democratico delle elezioni. Dunque il quorum serviva a contrastare l’astensione e non a legittimarla e certamente i Costituenti non avrebbero mai immaginato che l’imbarbarimento dell’etica politica avrebbe spinto i partiti al governo a fare ricorsoall’astensionismo per invalidare un referendum, cioè per togliere valore alla voce del popolo. Meno che mai avrebbero potuto prevedere che addirittura dalla soglia della Presidenza del Consiglio potesse partire l’invito esplicito agli elettori a non votare e ad andare al mare (Craxi). Renzi ha poi fatto di peggio. Con la sua presa di posizione pubblica: “il referendum sulle trivelle è sbagliato, non lo condivido: ritengo che la posizione giusta sia non partecipare alla consultazione” ha inferto uno schiaffo alla democrazia.

Renzi non sa che nel referendum l’astensione non svolge alcun ruolo e che la sua irrilevanza politica è dimostrata anche dalla disciplina della propaganda referendaria prevista dalla legge 28/2000. Questa stabilisce la ripartizione equa degli spazi nella comunicazione radiotelevisiva “in misura eguale tra i favorevoli e tra i contrari al quesito referendario“, ma esclude qualsiasi valore e spazio di tribuna mediatica alla posizione di chi invita a disertare le urne.

Un conto è la scelta del “non voto” da parte del singolo comune cittadino, altra cosa è l’invito a disertare le urne da parte di chi è titolare di una autorità che si esprime in violazione del principio del rispetto della correttezza costituzionale che impone a chi ricopre cariche pubbliche di rispettare (art. 49 della Costituzione) il “metodo democratico”.

Dal punto di vista istituzionale è quindi riprovevole che chi rappresenta le Istituzioni al vertice del Governo inviti a non votare per far mancare il quorum non solo perché dimostra una palese contrarietà o insofferenza verso lo spirito democratico ma perché, volendo mantenere in vita una legge ritenuta iniqua, si avvale del vantaggio tecnico costituito dall’astensionismo fisiologico, incrementandolo con argomenti subdoli che fanno perno sulla indifferenza o sull’ignoranza delle conseguenze di una legge non immediatamente quantificabili.

Quanto al PD, forza politica ossatura spinale del Governo e che domina la Camera dei Deputati, dovrebbe anch’esso fare a meno di invitare all’astensione utilizzando l’argomento che il referendum vada utilizzato per questioni di vitale importanza e, che lo strumento referendario sia stato logorato dall’abuso che se ne è fatto in passato per disciplinare questioni marginali.

A prescindere dal fatto che i referendum popolari che hanno sempre visto la sconfitta del governo in carica (divorzio, aborto, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, no al nucleare, acqua pubblica, abolizione legittimo impedimento, bocciatura riforma costituzionale) non hanno trattato questioni di poco conto, tale tesi è molto fragile perché la Costituzione all’art. 75 prevede che il referendum possa essere proposto su ogni legge ad eccezione di quelle tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali. Pertanto, è pienamente legittima la richiesta di referendum, sottoscritta da almeno 500.000 elettori, che supera i controlli di merito e di forma della Magistratura prima e della Corte Costituzionale poi.

Chi fosse indeciso, perché non convinto da nessuna delle due tesi contrapposte, farebbe meglio adimostrare il suo senso civico depositando nell’urna la scheda bianca, mentre chi fosse contrario farebbe altrettanto bene a dimostrare altrettanto senso civico nel votare no, evitando che la loro non partecipazione possa essere strumentalmente rivendicata in modo sleale da chi dimostra di avere paura del giudizio del popolo.

Appropriarsi politicamente della astensione che di per sé non è al servizio dei diritti del popolo, del bene comune, della democrazia è un’operazione truffaldina.

Occorre invece, senza esitazioni, andare a votare SI e convincere i dubbiosi a fare altrettanto per opporsi allo strapotere economico delle lobby petrolifere straniere, che in nome del profitto devastano il territorio e i mari italiani, che promuovono con ogni mezzo l’imbavagliamento dell’informazione e fanno opera di terrorismo mediatico inducendo a credere che il SI significhi maggiore fabbisogno energetico, cessazione degli investimenti, perdita di migliaia di posti di lavoro ecc. Tutte argomentazioni infondate e mendaci, smentite dai fatti mentre si tace sullo sfruttamento selvaggio e sui pericoli di disastri. Bisogna votare SI per difendere l’ambiente, in nome di quell’etica della responsabilità che ci impone di lasciarlo in condizioni degne alle generazioni future.

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