L’assenza del diritto di accesso ai tribunali e alle corti italiane: parte seconda

Avevo già accennato la questione del diniego di accesso agli uffici giudiziari (https://informationzero.wordpress.com/2015/05/15/lassenza-del-diritto-di-accesso-ai-tribunali-e-alle-corti-italiane/). Di seguito vado a descrivere un caso, tanto pratico quanto grave, che sta per essere esaminato e, come si vedrà, interessa tutti noi.

 

Uno degli obiettivi del M5S era quello dell’entrata di comuni cittadini nel Parlamento e nei consigli regionali, al fine di intervenire direttamente sulla legislazione, come previsto dagli articoli 70 e 117 della Costituzione. Esistono altri luoghi, tuttavia, dove vengono prese iniziative legislative; queste ultime si adottano, nella pratica, anche all’interno degli uffici giudiziari applicando dottrina e giurisprudenza, contrariamente a quanto previsto dalla Costituzione che, infatti, li esclude da quegli organi ai quali è conferita l’iniziativa delle leggi e la funzione legislativa.

 

Organizzazioni nazionali ed internazionali, le quali si adoperano per il rispetto del diritto, reiterano che, per raggiungere l’obiettivo della certezza del diritto, è necessario che le persone siano in grado di fare applicare la legge. I metodi conosciuti sono due: gli uffici giudiziari o, nell’impossibilità di rivolgersi al giudice, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Costituzione italiana, sebbene non escluda quest’ultima possibilità laddove adotatta in forma legittima, ha posto in essere una struttura affinché venisse inizialmente scelta la prima ipotesi: l’articolo 24 prevede che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Come visto la Costituzione ha anche indicato precisamente gli organi legislativi, sempre a tutela della certezza del diritto.

 

Purtroppo la corte costituzionale ha voluto varcare i confini stabiliti dalla Costituzione, quindi interpretare, invece che applicare, l’articolo 24 della stessa: la corte ha infatti stabilito che il diritto di difesa contenuto nell’articolo 24 della Costituzione dovrebbe essere inteso come potestà effettiva dell’assistenza tecnica e professionale in qualsiasi processo. Chiunque possegga una elementare capacità di lettura si rende conto che questo concetto è assente nell’articolo 24 della Costituzione.

 

Grazie a simili iniziative, ci siamo trovati a dovere chiedere soccorso all’Europa anche in questa circostanza. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è stata introdotta in Italia con la Legge 4 agosto 1955, n. 848. L’articolo 6 prevede quanto già stabilito dall’articolo 24 della nostra Costituzione. La Corte di Strasburgo ha scelto di applicare, invece che di interpretare, la Convenzione: ha specificato che la possibilità di comparire nei giudizi sia civili, che penali, di persona, anche in assenza di rappresentanza legale, soddisfa i requisiti dell’articolo 6, salvo che la parte non avanzi espressa richiesta di detto ausilio. È poi giunto in ulteriore rinforzo l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il quale prevede che ogni persona ha la facoltà, non l’obbligo, di farsi rappresentare in giudizio.

 

Tuttavia gli uffici giudiziari italiani persistono sia nel disattendere la legge approvata dal Parlamento eletto, che nell’applicare la giurisprudenza stabilita da soggetti non eletti. L’ultimo episodio si è verificato il 4 novembre scorso: l’istanza di una pensionata, tesa a difendere la propria casa dal pignoramento, è stata rigettata dal tribunale perché presentata personalmente senza avvocato. La domanda è stata depositata personalmente al fine di evitare decadenze di termini processuali durante la ricerca di un legale in periodo natalizio. Il magistrato ha adottato la decisione sia trascurando l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che prendendo spunto dall’interpretazione di due sentenze della corte di cassazione italiana relative all’articolo 6 della legge n. 848/1955 suddetta. Le disposizioni contemplate da questa legge, tuttavia, devono essere intese così come applicate ed interpretate dalla corte di Strasburgo invece che da quella di cassazione: lo precisano gli articoli 19 e 32 della legge n. 848/1955.

 

Una delle conseguenze di una simile posizione è la perdita della casa grazie all’applicazione della giurisprudenza invece che della legge; nel caso specifico, chi è creditrice perderà la casa, chi è debitore riceverà i proventi dell’asta. Gli ostacoli posti nell’accedere alla giustizia e l’applicazione della giurisprudenza in violazione della legge arrecano grave danno anche all’economia in generale: l’incertezza del diritto scoraggia l’iniziativa economica. I nostri uffici giudiziari, nei quali solo avvocati e magistrati sono, nella maggior parte dei casi, autorizzati ad operare, hanno “conquistato” il 139° posto, su 140 Paesi al mondo, per “l’efficienza” nel risolvere le cause; se confrontati con il tanto biasimato giornalismo italiano, quest’ultimo si ferma al 77° posto. In altre parole i giornalisti risultano essere doppiamente bravi rispetto agli operatori della giustizia. I dati sulla competitività, sul benessere socio-economico, sulla corruzione e sul tasso di povertà di quei Paesi che ottemperano al diritto di accesso personale alla giustizia, differiscono considerevolmente rispetto a quelli relativi all’Italia.

 

La sentenza è stata appellata, sempre senza avvocato, in conformità a quanto previsto dalla legge; il caso è piuttosto semplice, così come è di facile comprensione la normativa che contempla il diritto a difendersi personalmente. La corte d’appello di Brescia ha disposto che l’udienza sia tenuta il prossimo 4 maggio, a porte chiuse invece che in pubblico, in difformità da quanto previsto dall’articolo 6 summenzionato. La questione in gioco, tuttavia, è di interesse pubblico: molte persone perdono la casa, il lavoro o l’azienda in circostanze alquanto simili a quella suesposta. Si sta dunque cercando di puntare il riflettore su questo caso e di chiedere il supporto, con particolare riferimento alla divulgazione della vicenda all’esterno di un’aula giudiziaria a porte chiuse, di quante più persone possibili, gruppi, associazioni, organizzazioni, attivisti, esponenti della cultura e della politica.

 

Questo caso offre la possibilità di dimostrare la volontà sia di affrontare le questioni, che di evitare di limitarsi alla lamentela o alla denuncia. Chiedo dunque a chi legge di partecipare e di far partecipare, con preghiera di massima diffusione.

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2 pensieri su “L’assenza del diritto di accesso ai tribunali e alle corti italiane: parte seconda

  1. caro beppe(!) non avevo letto questo articolo mentre scrivevo il mio(fac simile in confronto al tuo). mi dispiace mi sarebbe stato d’aiuto nel formulare le mie tante lamentele circa il sistema giudiziario in genere che continua a non convincermi anche dal punto di vista politico.
    sarebbe poi importante riuscirci a mettere d’accordo su quello che ti chiede anche giovanni: per amore di verità e trasparenza, cosa che tralatro ti avevo chiesto in mail, di far apparire il tuo nome vero. grazie mille

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