Sventare la truffa della legge elettorale con un referendum popolare

di torquato cardilli  Sventare la truffa della legge elettorale con un referendum popolare

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Chi mastica di storia e di diritto, chi ha il senso dell’onore e della fedeltà al giuramento di obbedienza alla Costituzione del 1947, chi vuole difendere la democrazia per la quale tanti giovani, uomini e donne, preferirono affrontare la prigionia e le torture, o sacrificare la vita, non può che inorridire di fronte alla nuova legge elettorale n. 52 del 6 maggio 2015, approvata con un risicato voto di fiducia, mentre l’opposizione è rimasta fuori dell’aula.

Si tratta di una legge elettorale mostruosa e infelice, capolavoro di incoerenza democratica, votata da una maggioranza succube piena di abusivi, di inquisiti, di condannati, di ignoranti, attaccati alla poltrona e insensibili alle esigenze del popolo, di spergiuri che hanno rinnegato il programma elettorale sul quale avevano chiesto il voto, di voltagabbana indegni di rappresentare la nazione, firmata senza batter ciglio dal Capo dello Stato, su cui incombe lo straripante potere del suo predecessore. 

Nella storia d’Italia vi sono solo due precedenti di legge elettorale che ha suscitato opposizione nell’opinione pubblica, quelli del 1923 e del 1953.

Il primo risale all’inizio della dittatura fascista con la legge Acerbo volta a superare il regime proporzionale in vigore per attribuire i 2/3 dei seggi alla prima lista che avesse superato il 25% dei suffragi.

Il secondo porta il nome di De Gasperi che, impegnato nella ciclopica opera di ricostruzione del paese, per superare i troppi condizionamenti della coalizione di governo, fece approvare una nuova legge elettorale che prevedeva l’assegnazione del premio di maggioranza per il partito che avesse riportato il 50%+1 dei voti alle elezioni. Cioè una legge che non trasformava la minoranza in maggioranza, ma che consentiva al vincitore delle elezioni (ripeto vincitore pulito, onesto e diretto con la maggioranza assoluta) di governare più agevolmente.  Allora tutte le sinistre, unite dietro il PCI, scatenarono una feroce campagna aizzando la piazza contro quella che venne chiamata in modo denigratorio “legge truffa” e che invece ci avrebbe risparmiato tanti guai. Alle elezioni la DC si fermò al 49%;  il premio di maggioranza non fu assegnato e la legge fu abrogata l’anno successivo.

Se l’ambizioso e contraddittorio premier di oggi avesse avuto veramente a cuore il funzionamento della macchina statale e la difesa della democrazia, avrebbe potuto proporre una legge come quella ed avrebbe ottenuto un consenso plebiscitario del paese. Invece non è stato così; ha voluto strafare.

La legge elettorale per sua natura deve essere uno strumento tecnico asettico, funzionale alla migliore selezione, con metodo democratico, della rappresentanza politica della nazione.

La Corte Costituzionale con la pronuncia 1/2014 aveva riconosciuto infatti che anche il tema elettorale deve essere coerente con i principi costituzionali e con diritti politici del cittadino e dichiarò incostituzionali i due pilastri fondamentali del “porcellum”, testo redatto da un genio del costituzionalismo come Calderoli: quello delle liste bloccate, che toglieva ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e quello ancora più perverso dell’attribuzione alla minoranza di coalizione “vincente”, senza una soglia minima di voti, un premio di maggioranza assoluta, distorcendo irreparabilmente la volontà espressa dagli elettori ed arrecando una ferita intollerabile ai principi della sovranità popolare, del voto uguale, libero e segreto, e dell’uguaglianza dei cittadini, previsti dalla Costituzione (artt. 1, 48 e 3).

Fu così che alle elezioni del 2013 il PD, secondo partito in Italia con 8.646.457 voti (25,42% dei votanti), ottenne ben 292 seggi alla Camera (pari al 47%) mentre il primo partito il Movimento 5 Stelle pur avendo riportato 8.704.969 voti (25,56% dei votanti) ottenne solo 102 seggi (pari al 16,5%). Era nato un Parlamento sostanzialmente delegittimato a fare qualsiasi riforma costituzionale o anche elettorale che non si limitasse a correggere gli errori della legge “porcellum”.

Dopo un anno dalle elezioni e qualche mese dalla pronuncia della Consulta anche la Suprema  Corte di Cassazione riconobbe che il “porcellum” non garantiva il diritto di voto costituzionale e con sentenza n. 8878 del 4.4.2014 ordinò al Parlamento, eletto dunque sulla base di una legge incostituzionale, di cambiare la legge elettorale al più presto e restituire la voce al popolo.

Ma i contraenti dello scellerato patto del Nazareno (Renzi-Berlusconi) benedetto da Napolitano (contro il quale Berlusconi non osò chieder l’impeachment per tema di conseguenze sulle sue aziende) si erano messi d’accordo non già per eliminare il “porcellum”, ma per mascherarlo come un “porcellinum” approvando la nuova legge elettorale detta “Boschi”, scritta a quattro mani insieme all’inquisito alla sestupla come Verdini, che ha fatto finta di aderire alle prescrizioni della Corte sulle liste bloccate e sul premio di maggioranza. In realtà le ha scavalcate, escogitando il solito trucco da fiera di paese.

Il premio di maggioranza scatta al raggiungimento del 37% dei voti: se non siamo alla legge fascista Acerbo poco ci manca dato che le liste coalizzate, che non raggiungessero lo sbarramento del 4,5%, non eleggerebbero nessun parlamentare, mentre i loro voti verrebbero regalati alla lista maggiore che diventerebbe titolare del premio di maggioranza pur non avendo raggiunto da sola il 37% dei voti. Anziché blocco delle liste restano bloccati solo i capi lista in ciascuno dei 100 collegi elettorali del paese. Essi rappresenterebbero i favoriti del boss, cioè i deputati nominati direttamente dal vertice del partito in base a principi di obbedienza e non di capacità o di collegamento con il territorio. Come se non bastasse c’è anche l’aggiunta di altri stratagemmi: i capilista possono avere una candidatura plurima fino a 10 collegi; l’elettore può esprimere due preferenze, obbligatoriamente di genere diverso, quindi non premiando il merito o la competenza, ma esclusivamente il sesso; i partiti maggiori si accaparrano i resti dei voti conseguiti dalle liste che restano al di sotto del quorum; possono partecipare alle elezioni solo i partiti con uno statuto e non i movimenti di opinione.

I 100 micro collegi sono stati disegnati in modo da consentire l’elezione da 3 a 6 deputati. Poiché difficilmente un partito potrà eleggere, in collegi così ridotti, più di un deputato, ecco che buona parte dei parlamentari non sarà scelta dagli elettori con il voto di preferenza ma sarà nominata direttamente dal capo partito che avrà compilato le liste con scrupoloso riguardo all’obbedienza.

Insomma una legge fatta apposta per impedire il vero rinnovamento del paese con la connivenza del Capo dello Stato che, quale garante costituzionale, dimentico di aver gridato fulmini e saette contro l’analoga riforma di Berlusconi del 2006, avrebbe dovuto, come minimo, cacciare fuori dal Quirinale a pedate chi gli avesse proposto un simile obbrobrio.

Ma c’è di più.

Stando ai sondaggi circolanti, a nessun partito viene attribuito il superamento della soglia del 37%, che è poi lo stesso bacino dell’astensionismo. Chi vincesse in questo modo, pur rappresentando solo il 26% dell’elettorato complessivo, prenderebbe tutto: maggioranza ferrea alla Camera, scelta e nomina del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della RAI-TV, delle partecipate del Tesoro ecc. instaurando un vero e proprio regime ed infischiandosene del parere del restante 74% della popolazione. Ciò significa che una esigua minoranza diventerà ipso facto maggioranza, alla faccia della democrazia.

Come sopra richiamato la nostra Costituzione prevede che il voto oltre ad essere libero e segreto debba essere uguale, cioè avere lo stesso peso a prescindere dalle qualità del cittadino che lo esprime e a prescindere del partito che lo ottenga. Insomma ogni voto deve avere lo stesso peso e non ci può essere un voto che valga più di un altro.

Con questa legge, invece, un voto della maggioranza truffaldina sarà uguale a 3 volte quello della minoranza. Il lettore dirà: impossibile! E allora facciamo un esempio pratico per convincere i dubbiosi. Ipotizziamo che alle prossime elezioni politiche al primo turno si fronteggino 5 partiti che riportino il seguente risultato:

Partito A il 25%; Partito B il 25%; Partito C il 24,97%; Partito D il 13.33% e partito E l’11.70%.

Al ballottaggio andranno solo i primi due partiti A e B mentre il terzo C, sebbene distaccato di un’inezia, poco più di un migliaio di voti su scala nazionale, resterebbe fuori.

Supponiamo che al ballottaggio voti a mala pena il 50% degli elettori e che il partito A ottenga il 51% dei votanti (cioè il 25% dell’elettorato complessivo) e il partito B il 49% dei votanti ossia un sostegno praticamente uguale. Il partito A si vedrà attribuito il premio di maggioranza come se avesse ricevuto al primo turno il 55,02% dei voti complessivi ed otterrà 340 deputati su 618 (i restanti 12 su 630 sono riservati alla circoscrizione estero in base ad una diversa legge elettorale vigente dal 2006 chiaramente incostituzionale con grave disparità tra i cittadini). Il partito B che al primo turno ha avuto gli stessi voti di A e che al ballottaggio ne ha avuti solo pochi in meno si dovrà accontentare di 93 deputati come se avesse ottenuto al primo turno solo il 15.05% dei voti. Anche il partito C otterrà 93 deputati visto che la distanza in voti con B al primo turno era stata irrisoria, mentre il partito D prenderà solo 49 deputati come se i voti presi al primo turno valessero la metà cioè il 7,93% ed il partito E otterrà solo 43 deputati dimezzando il valore percentuale ridotto al 6,96%.

Con questo percorso di manipolazione della rappresentanza politica che attribuisce il premio di maggioranza ad una sola lista “l’Italicum” conferisce tutti i poteri di guida e di governo ad un solo partito, a prescindere dalla volontà del popolo sovrano e reintroduce nel nostro paese il sistema di governo basato sul partito unico, creato appunto dalla legge Acerbo, senza nessun contrappeso istituzionale.

Queste semplici considerazioni dimostrano che “l’Italicum” è più di una pistola carica puntata alle tempie della democrazia perché ferisce letalmente il principio dell’eguaglianza dei cittadini che non può essere oggetto di revisione costituzionale e mina alle fondamenta la democrazia parlamentare repubblicana.

Per giustificare tali storture antidemocratiche, Renzi e i suoi corifei vanno ripetendo il mantra che la sera stessa delle elezioni si dovrà sapere chi ha vinto e chi ha perso, come se si trattasse dell’estrazione del biglietto della lotteria Italia, mentre la sovranità popolare va a farsi benedire.

La minaccia alla libertà del popolo italiano può essere disinnescata soltanto cancellando questa legge elettorale. Per tale motivo insigni costituzionalisti che non militano in nessun partito, hanno dato vita al Comitato per proporre un referendum abrogativo dell’Iitalicum, presieduto da Villone con presidente onorario Rodotà e composto dal fior fiore degli intelletti dei giuristi italiani (Azzariti, Bardi, Benzoni, Besostri, Bonsanti, Bozzi, Carlassare, Caputo, Falomi, Ferrara, Pace, Salvi Spataro e tanti altri) a cui Boschi, Renzi e Verdini non sono degni nemmeno di allacciare le scarpe. Al contrario il gruppetto di nomi a favore della riforma è tutto parte integrante della nomenclatura del PD.

Due i quesiti referendari: 1) abolire il voto bloccato ai capilista e le candidature plurime; 2) abolire il premio di maggioranza e il ballottaggio senza stabilire una soglia.

A questo punto il primo ministro ha scaldato i motori per una guerra all’ultimo voto da fine del mondo, minacciando il ricatto del legame tra l’esito del referendum e il suo destino politico.

Dopo aver tenuto in scacco il Parlamento con un mix di arroganza, di improvvisazione e di irrefrenabile propagandismo, vuol ricattare l’intero popolo italiano senza rendersi conto delle sciocchezze giuridiche che portano il suo nome e delle torsioni alla libertà.

E’ inaccettabile che dopo 70 anni di democrazia venga imposto questo smodato desiderio di plebiscito forgiato da tendenze accentratrici ed autoritarie. Ma Renzi, dimentico dell’insegnamento aristotelico della misura nelle scelte,  per caso si crede di essere De Gasperi o De Gaulle? Esempi che portano male. A De Gasperi non riuscì la modifica della legge elettorale e il Generale pur avendo stravinto le elezioni del 1968 perse per pochi voti il referendum sulla riforma costituzionale del 1969 rassegnando subito dopo le dimissioni.

Governando in questo modo che calpesta la legittimità democratica, Renzi potrebbe finire di fare il bullo se il cittadino abituale astensionista decidesse di esercitare il suo diritto (il non voto vale meno di zero) e se il cittadino che invece si oppone al massacro della Costituzione e della libertà decidesse di far pesare il suo voto come quello degli altri.

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