PAUPERISMO IPOCRITA E DISORGANIZZAZIONE VERA (considerazioni tecnico/politiche di un attivista certificato assai incazzato)

PAUPERISMO IPOCRITA E DISORGANIZZAZIONE VERA (considerazioni tecnico/politiche di un attivista certificato assai incazzato) di Giovanni Grossi

2500€ al mese?

E perché?

Vivere a Roma è caro, sopratutto se devi viverci venendo da fuori.

Certo.

Puoi sempre scegliere la banlieue.

Ma non è comodo per chi deve lavorare al centro, magari fino a tardi.

Però dobbiamo far finta di essere pauperisti.

Salvo cominciare indecenti balletti con i rimborsi spese che, quand’anche siano del tutto corretti, lasciano una immagine pessima nei cittadini.

Vogliamo, invece, considerare che il lavoro di Onorevole o Senatore, se fatto degnamente e con l’impegno morale, qualitativo e temporale necessario, non può valere meno dello stipendio di un medio dirigente di qualsiasi settore?

Mica stiamo parlando di Razzi.

Con questo non dico che lo stipendio che diamo agli eletti sia giusto; non lo è. È alto mettendo insieme tutte le voci.

Ma anche il nostro ipocrita pauperismo movimentista è un eccesso al ribasso che mortifica persone di cui ho imparato a conoscere valore e qualità..

Stesso discorso vale per quanto si debbano pagare i professionisti che portiamo dentro organismi tecnici o tecnico/politici.

Forse 200.000€ possono essere anche tanti, ma non bisogna illudersi di poter avere un serio tecnico pagandolo molto meno del suo normale guadagno.

Tanto più quando si chiede a un manager di assumere ruoli delicati dove le situazioni sono drammatiche, i rischi (anche legali) tanti, mentre non è assicurabile una lunga permanenza, essendo troppo spesso i ruoli tecnici legati alle sorti politiche di chi ti ha nominato.

In parole povere: col cazzo che vado a fare l’Amministratore dell’ATAC o dell’AMA senza uno stipendio degno di un importante manager di grande industria e senza un contratto a termine paracadute che preveda un po’ d’anni di permanenza e una buon’uscita. Troppi sono i rischi di bruciarsi, pure per i migliori manager in materia.

E allora smettiamola col pauperismo di facciata, cerchiamo tecnici che non siano tra i più cari sulla piazza, ma comprendiamo anche quali siano i rischi connessi al lavoro e remuneriamoli per quel che vale il correre tali rischi.

Valutiamo per il giusto valore anche i nostri eletti che si sbattono tra aula e commissioni.

Buttiamo via le parole d’ordine buone per uno slogan qualunquista e puntiamo nettamente su quel che fa del Movimento 5 Stelle ancora (spero) qualcosa di differente sul panorama politico e sociale: onestà e trasparenza.

E sono proprio l’onesta e la trasparenza quel che è mancato a Roma; inutile nascondersi dietro a un dito.

E onestà e trasparenza sono mancate anche in generale, se è vero che Luigi Di Maio sapeva, perché dettogli da Paola Taverna, che il 335 di Paola Muraro non era “pulito” (piccolo inciso, se sono veri, chi ha dato a Repubblica gli SMS? Cominciamo anche noi con la merda nel ventilatore tipica degli intrighi di corte e della “Serenissima Repubblica” con le bocche di delazione?).

In più, è mancata una cosa che si chiama organizzazione, necessità oramai ineludibile nel Movimento, che pur se non vuole diventare un partito classico di natura leninista (nel senso non politico ma di organizzazione interna ampiamente strutturata; leggere Maurice Duverge, please, che non fa male) deve assolutamente dotarsi di strutture che non devono avere natura politica, ma di esame e controllo.

Occorre, inoltre, creare supporti scientifici per avere sempre punti di riferimento tecnici necessari per elaborare le proposte politiche.

Insomma, mancano controllori e manca una organica disponibilità di esperti di: diritto, economia, salute, sport, cultura, urbanistica, comunicazione, etc.

E adesso parliamo degli eletti.

Se vi fosse stato un preventivo vaglio dei candidati, con attenta analisi del loro passato, non ci saremmo trovati a Roma con una costola di Berlusconismo infiltrata nel Movimento (circostanza su cui mi intratterrò motivatamente al termine di questo articolo).

Parliamoci chiaro: fino ad ora le scelte dei candidati sono derivate non tanto dal web, quanto dalla aggregazione di cittadini che, normalmente, nei territori è rappresentata da gruppi (i meetup) che vogliono realmente cambiare le cose; essi hanno espresso candidati tanto più forti quanto più il gruppo era coeso e ampio.

Ciò ha determinato, però, in mancanza di selezione, l’inserimento in lista di numerosi elementi poco validi e/o arrivisti, molti dei quali sono divenuti poi dei transfughi (finiti ovunque, finanche nel PD o in Fratelli d’Italia) e/o persone da dover espellere senza tentennamenti.

La stessa mancanza di selezione ci ha portato a doverci affidare a gruppi manageriali che erano riferimenti del candidato perno.

Anche in questo caso, se il candidato è valido e contornato di buone persone la cosa funziona.

In caso contrario no.

In pratica:

  • a Torino si è avuto la fortuna di trovare Chiara Appendino, in gamba lei, anche perché dotata di una solida preparazione scolastica e professionale, ma in gamba anche lo staff, perché Chiara Appendino viene da un ambiente industriale sano che sa cosa vuol dire amministrare e avere rapporti con la pubblica amministrazione. In Piemonte, poi, il Movimento è presente da tanto tempo ed ha quindi una struttura più organica.

  • Anche a Pomezia ci è andata bene.

  • A Livorno quasi, perché abbiamo sicuramente un sindaco e una giunta onesti, ma che avrebbero avuto bisogno di qualche lezione relativamente alle norme che presiedono alla pubblica amministrazione. Non è un segreto, infatti, che Nogarin, per fare una cosa giusta, guarda caso sui rifiuti, si è tirato addosso un avviso di garanzia. Avviso che sembra più una medaglia che un’onta, ma tant’è. Le leggi o si rispettano o si violano scientemente, con atti di disobbedienza civile, sapendo però che le conseguenze si pagano.

  • Su Gela stendiamo un velo pietoso.

In sintesi, non possiamo fare affidamento sul fattore “culo”, notoriamente variabile aleatoria quant’altre mai e disponibile solo in modica quantità.

La prova?

L’esperienza Raggi che, oltre a mostrare una totale incapacità di comprendere la politica, ci ha servito una cisti Berlusconiana francamente difficile da digerire.

L’incapacità è sotto gli occhi di tutti.

È partita lancia in resta per fare nomine; ha sbattuto contro un muro; ci ha riprovato pervicacemente; ha tirato fuori conigli dal cilindro che fanno schifo.

In compenso, figure valide, anche se costose, le ha mandate via perché non a lei organiche.

E poi, ha preso la Muraro, già scelta politicamente sbagliata, pur sapendo che è indagata.

Tutto questo, essendo ben noto che quei laidi che hanno governato prima Roma e che governano tuttora la nazione stanno lì cercando ogni spiraglio per impallinarti.

Un tapiro ha sicuramente più sensibilità politica della Raggi.

Tutto ciò detto, sia chiaro, io non considero un avviso di garanzia una condanna. Mi auguro che Paola Muraro sia riconosciuta completamente estranea al marciume romano, restituendole la dignità che merita, oggi lesa da una esposizione mediatica che non dovrebbe essere ammessa.

Però il dato politico è altro. L’opportunità, in politica, pesa come un fatto tecnico.

E adesso affrontiamo la parte più indecente, il baco berlusconiano nella mela.

Andiamo per ordine sulle cose note.

Il praticantato presso lo Studio Previti viene imbarazzatamente minimizzato.

Se avesse detto che ci era stata perché lì aveva trovato posto, anche grazie ad amicizie, non ci sarebbe stati nulla di male.

Invece, il tentativo di minimizzare è irritante; in uno studio importante non ci si finisce così perché i soci fanno beneficenza.

Per quegli studi c’è la fila di fuori, quindi Virginia Raggi a quel sistema è organica ma non vuole dirlo apertamente.

Ma questo è il meno.

In fin dei conti essere praticante in uno studio del genere e avere amici in certi ambienti non è un peccato.

Chiunque ha amici ovunque, se non è un invasato.

Però, proseguendo, c’è anche l’ostinata difesa di Marra e Romeo, due personaggi oggettivamente compromessi con le vecchie gestioni, che si vedono beneficati anche nella tasca.

Qui non si tratta più sensibilità politica inesistente, ma di una vera scelta in spregio alle regole del Movimento e alla sensibilità generale di quei numerosi cittadini (7 elettori su 10 al ballottaggio) che la hanno votata perché del Movimento 5 Stelle si sono fidati.

Ma finisce qui?

No!

All’uscita di Minenna al bilancio, persona degna e che sarebbe stato una possibile speranza futura per tutto il movimento, risponde autonomamente (autisticamente?) con la nomina di Raffaele De Dominicis, segnalatole dal suo (di Virginia) studio di avvocati. Questi, in quanto magistrato contabile, è sicuramente persona che conosce la materia, ma mi sembra meno adatto al movimento rispetto alla Raineri. E, infatti, fuori subito anche lui, che ci va di puzza e sguaina un repertorio di isnsulti sicuramente non degni di un esponente dello Stato.

Fin qui le cose note.

Ne pongo però un’altra alla attenzione pubblica.

La giunta Raggi non ha rinnovato il divieto di sosta nel centro storico a quelle ignobili schifezze, estetiche e di fatto, dei camion bar, notoriamente monopolio, insieme alle caldarroste, della famiglia Tredicine, della quale fa parte Giordano Tredicine, eletto in Forza Italia, lo scorso anno finito ai nell’inchiesta Mafia Capitale (http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_giugno_05/mafia-capitale-giordano-tredicine-caldarroste-politica-487ae370-0b42-11e5-91e7-d0273dfd0555.shtml).

Considerando la forza della Famiglia Tredicine anche nelle associazioni categoriali, che in più di un caso hanno dato vita a duri bracci di ferro con l’amministrazione comunale, quando scelte ottime per il pubblico ledevano interessi di bottega (si veda la lunga querelle delle bancarelle di Piazza Navona) non si può non rimanere perplessi anche in questo caso.

CHE FARE?

Spiace doverlo dire in maniera secca, ma è necessario che Virginia Raggi sia oggetto di ancor più stretta attenzione da parte del Direttorio, il quale, se dovesse ravvisare oggettivi problemi rispetto alla linea del Movimento 5 Stelle, può anche assumere decisioni pesanti rispetto al sostegno alla amministrazione romana.

Certo, spero che a tanto non si arrivi perché vorrebbe dire scordarsi per un po’ d’anni di governare.

Al momento, comunque, il c.d. “minidirettorio romano” si è sciolto, cominciando a marcare le distanze.

Purtroppo l’alternativa è di essere omologati alla melma partitocratica, e questo sarebbe la morte del Movimento.

Mentre scrivo, Raggi non ha ancora incontrato Grillo e sembra intenzionata a fare un braccio di ferro.

Gli appelli all’unità questa volta mi paiono troppo di facciata.

Personalmente ritengo la querelle stucchevole.

Non è di questo che ha bisogno Roma.

Quel che è necessario è trasparenza e chiarezza di percorso, in linea con quelli che sono i valori del Movimento.

Virginia Raggi ha scelto liberamente; però una scelta, una volta presa in accordo con gli elettori, non può essere disattesa.

Il nostro sistema operativo si chiama Rousseau e non Montesquieu?

Esatto!

Non voglio più un sistema politico dove l’eletto sia capace di fottersene dell’elettore e del gruppo di cui fai parte.

Nessuna limitazione della libertà.

PErò, se non sei d’accordi esci dal consesso in cui sei stato eletto e, se ti vogliono, la volta dopo riprovi con un altra parte politica.

Ma la volta dopo! Non che rubi voti a chi te li ha dati o ti elegge il Movmento e tu fai salire rimasugli d’Alemanno ed ex magistrati fan di Andreotti e Tinto Brass.

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