REFERENDUM CON L’INGANNO

di torquato cardilli    REFERENDUM CON L’INGANNO

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Tocqueville sosteneva che la democrazia è il potere di un popolo informato, soprattutto quando si tratta di fissare le regole, ma non aveva tenuto conto della raffinatezza fiorentina dell’arte dell’inganno.

Ormai è noto a tutti che il Parlamento, benché eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, è stato forzato dal Governo, con la complicità succube dei presidenti del Senato e della Camera, ad approvare uno stravolgimento radicale della costituzione (42 articoli su 139) che ha avuto come madrina Santa M.E.L.B. (acronimo che sta non per una pesca melba, ma per Maria Elena Boschi), anche se come chiarirà in seguito il Presidente del Consiglio Renzi la riforma ha un padre con il nome e cognome di Giorgio Napolitano che, manovrando dietro le quinte, ha lasciato il compito dell’ufficiale rogante al suo successore. E al popolo italiano non poteva capitare iattura più grande nel XXI secolo.

Poiché questa riforma non ha avuto un’approvazione larga, ma addirittura striminzita con le opposizioni fuori dell’aula al momento del voto, c’erano tutte le condizioni per sottoporre la questione alla libera scelta del popolo. La suprema Corte di Cassazione ha emesso l’oracolo dichiarando legittimo il ricorso al referendum confermativo nel quale vince l’opzione più votata, a prescindere dal numero dei votanti. L’ammissibilità del referendum è stata accompagnata da una nota illustrativa del quesito, stile responso della Sibilla Cumana, firmata dal presidente Canzio, lo stesso al quale Renzi ha prorogato per gratitudine i termini per andare in pensione.

Un quesito semplice e comprensibile da tutti gli elettori sarebbe stato come quello del referendum del 1946 (due caselle Repubblica o Monarchia) oppure come quello inglese del giugno scorso (due caselle Exit o Remain) a proposito dell’appartenenza all’Unione Europea.

Nel referendum, la cui data è ancora nascosta come il pokemon, ci saranno due caselle una per il SI per chi accetta la nuova costituzione e una per il NO per chi rifiuta la nuova costituzione, ma la scheda conterrà al di sopra delle caselle la seguente domanda, formulata con il voi come se l’Italia del 2016 fosse ancora quella fascista di 80 anni fa: “Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.

Di fronte ad un quesito così subdolo e fuorviante è opportuna qualche riflessione con un richiamo a qualche precedente storico, per consentire al cittadino un voto consapevole.

Nel 2008, fallito il tentativo berlusconiano di imporre una riforma costituzionale sul modello del cancellierato, il linguista De Mauro spiegò che la Costituzione vigente aveva il pregio di non superare la media di 20 parole per frase, qualità necessaria se si vuole essere capiti e che per il 93 per cento era scritta con un vocabolario elementare. Per questo la nostra Costituzione doveva essere considerata come un rarissimo esempio di legge comprensibile alla stragrande maggioranza del popolo italiano senza bisogno di interprete, senza necessità di un esegeta o di un giurista sacerdote.

Nel 2011, dunque in epoca non sospetta di nascondere convenienze politiche, ben prima che Renzidiventasse primo ministro, il presidente emerito della Corte costituzionale Zagrebelsky, avanzò il suggerimento che una nuova Costituzione contenesse questa disposizione sulla formazione delle leggi: “Ogni legge deve essere formulata in maniera completa, comprensibile e senza rimandi. L’inosservanza di questa prescrizione comporta la incostituzionalità della norma”.

Tra qualche mese, quando Renzi avrà finito di calcolare quale possa essere il giorno più propizio per evitare una sconfitta e prolungare la sua permanenza  a Palazzo Chigi, andremo dunque a votare sulla domanda che sovrasta la scheda.

Chi può essere contro 1) il superamento del bicameralismo paritario, 2) la riduzione dei parlamentari, 3) il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, 4) la soppressione del CNEL 5) la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione? Ovviamente nessuno. Ma la domanda è capziosa, è subdola, è ingannatrice come certe pubblicità che ti comunicano di aver vinto un favoloso premio e poi quando abbocchi ti chiedono di sborsare una certa somma per l’ordinazione di un prodotto che a te non serve.

Per affrontare uno alla volta i cinque capitoli della subdola domanda referendaria, parafrasando il film di Woody Allen del 1972, mi verrebbe voglia di proporre questo titolo “Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Costituzione e che non avete mai osato chiedere e che nessuno mai vi dirà”.

Superamento del bicameralismo paritario.

Il cittadino comune alle prese con i problemi quotidiani sarebbe portato d’istinto a credere che il Senato venga abolito. E invece no. Come se nulla fosse il team di cervelli Renzi-Boschi-Verdini-Finocchiaro-Napolitano ci serve questo piattino in cui scompare il bicameralismo perfetto, e appare al suo posto un bicameralismo imperfetto, sbilanciato e pasticcione che assegna praticamente tutto il potere alla Camera dei deputati, eletta con un premio di maggioranza incostituzionale in base al quale chi ottiene un voto in più dell’immediato concorrente ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Solo la Camera potrà dare o negare la fiducia al Governo, mentre il Senato resta là, pressappoco con gli stessi costi gestionali attuali, ma con compiti ridotti e confusi. Non legifererà autonomamente e concorrerà direttamente solo su determinate materie (riforma costituzionale, minoranze, referendum, legge elettorale, funzioni dei Comuni e delle città metropolitane, attuazione della normativa europea, ratifica trattati europei, ordinamento di Roma capitale ed altre quisquilie regionali). Ogni legge approvata dalla Camera dovrà passare in seconda battuta al Senato che potrà formulare le sue osservazioni di cui la Camera potrà non tenere conto. E questo lo chiamano superamento del bicameralismo paritario per fare intendere, contrariamente al vero, che il Senato non ci sia più e che sia velocizzato il procedimento legislativo. Pura falsità.

Riduzione dei parlamentari.

Le opposizioni sempre zittite e imbavagliate avevano chiesto la soppressione integrale del Senato con l’ovvia significativa abolizione di 315 seggi. Invece i senatori passeranno da 315 a 100 e saranno scelti così 21 tra i Sindaci delle maggiori città e 74 tra i Consiglieri regionali e delle Province autonome di Trento e di Bolzano i quali dovranno svolgere il doppio incarico con evidente impossibilità di adempimento integrale contemporaneo. Inoltre ci saranno altri 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica al quale si offre questo contentino in cambio della rinuncia al potere di scioglimento del Senato. Dunque i senatori non saranno eletti direttamente dal popolo ed il loro mandato avrà la stessa durata degli organismi territoriali dai quali provengono, con la complicazione di un senato a porte girevoli e a maggioranza variabile nel corso della stessa legislatura. Ai nuovi senatori sarà riconosciuta l’immunità penale per tutti i reati comuni e c’é già chi dice che i consigli regionali invieranno al Senato i loro “colleghi” indagati e a rischio di processo. Al numero di 105 senatori vanno poi aggiunti, finché morte non sopravvenga, i senatori a vita esistenti, più i futuri ex presidenti della Repubblica (Napolitano si è così assicurato il laticlavio).

L’aspetto più deteriore e antidemocratico di questa riforma è costituito dalla eliminazione del diritto del popolo ad eleggere direttamente i propri senatori in violazione del principio supremo posto nell’art. 1 della Costituzione, ritenuto immodificabile dalla Corte costituzionale, e cioè “la sovranità appartiene al popolo” che la esercita appunto con il solo strumento del voto (sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale).

Contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni.

Su un bilancio dello Stato di 800 miliardi secondo un’opinione comune a quanto dovrebbe ammontare in percentuale il contenimento del costo di funzionamento delle Istituzioni? Diciamo l’1%? No è troppo. Diciamo lo 0,5%? Dunque un contenimento serio dovrebbe essere di 4 miliardi. Invece guardate un po’.

Il primo ministro, seguito a pappagallo dai suoi corifei, dice che la riduzione dei costi sarà di mezzo miliardo di euro, ma secondo la Ragioneria generale dello Stato e secondo i tecnici amministrativi del Senato la riduzione sarà di una miseria, appena 46 milioni cioè lo 0,006%. Ma c’è un’aggravante. La propaganda sbandiera ai quattro venti il fatto che i Senatori ridotti nel numero non saranno pagati per il loro compito, senza che ciò sia esplicitato in nessun articolo della nuova Costituzione. Il vecchio art. 69 stabilisce che “i membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge”. La nuova norma si limita a dire “i membri della Camera dei Deputati ricevono un’indennità stabilita dalla legge”. Un osservatore disattento potrebbe dedurne che l’incarico di senatore sia del tutto onorifico. Invece oltre al fatto che a tutti i senatori spetteranno i rimborsi spese (gli esempi di lievitazione dei rimborsi dei politici sono innumerevoli) è anche possibile che una legge qualsiasi, approvata con la maggioranza illegittima di cui dispone il governo, stabilisca, a giochi fatti, una reintroduzione nascosta dell’indennità o un aumento dei rimborsi o più machiavellicamente che le Regioni aumentino il compenso dei consiglieri elevati all’incarico aggiuntivo di senatore.

Soppressione del CNEL

In effetti viene totalmente abrogato l’art. 99 che riguarda il CNEL, organo ausiliario del parlamento e del governo per l’elaborazione della legislazione economica e sociale, trasformato nel tempo in un’accozzaglia inutile di politici trombati e di rappresentanti sindacali di seconda linea. Valeva la pena fare tutto questo bailamme per indicare che scopo della riforma costituzionale era l’abolizione del CNEL? Se il testo della riforma si fosse limitato a questo sarebbe passata con una maggioranza schiacciante in entrambi i rami del parlamento.

Revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione

Nella riforma c’è la mistificante enunciazione che il Senato rappresenta le autonomie territoriali, ma mentre gli viene attribuita la competenza sugli affari comunitari non gli viene concesso di legiferare direttamente sulle materie di interesse regionale. Per converso c’è anche una forte riduzione delle competenze delle regioni in senso centralista, peggiorando la situazione di confusione e di contenziosi già numerosi a seguito della riforma costituzionale del 2001. Per tutti valga un esempio. E’ stabilito che lo Stato si occupa di materie di esclusiva competenze regionale se è in gioco l’interesse nazionale. Chi stabilisce come e quando sia in gioco l’interesse nazionale senza esporsi ad un contenzioso se si incide sulla salute delle popolazioni locali (Ilva di Taranto, Trivelle, Tempa rossa, terra dei fuochi ecc.)?

Conclusioni

Dopo aver accompagnato il lettore sulle domande capziose della scheda vorrei provare a ipotizzare se le domande vere fossero queste. Siete voi favorevoli a:

  • concedere l’immunità penale ai nuovi senatori?
  • rinunciare al potere costituzionale di eleggere i nuovi senatori?
  • accettare che il limite di firme necessarie per presentare un progetto di legge di iniziativa popolare passi da 50.000 a 150.000 ?
  • accettare che il nuovo Senato non rappresenti più la nazione?
  • accettare che il vostro sindaco o consigliere regionale, pagato per risolvere i problemi locali passi il tempo a Roma in un’aula priva di potere?
  • Immagino quale potrebbe essere la risposta e quella andrà apposta sulla scheda del referendum.
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