TERRORISMO PSICOLOGICO

di torquato cardilli    TERRORISMO PSICOLOGICO

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 Chi abbia passato qualche ora di fronte alla televisione durante questi interminabili mesi di campagna referendaria, sarà stato inequivocabilmente colpito dall’ego smisurato del primo ministro Renzi che è salito sul carro della demagogia più spicciola, della semplificazione mendace, ammannita al pubblico grazie a reti e giornalisti compiacenti che hanno trasformato il dibattito politico in reality show, per evitare di spiegare le ragioni vere della riforma ad un popolo restio ad un approfondimento serio.

Renzi, il cosiddetto rottamatore superbo e tracotante, mistificando la realtà per acquisire consenso, con un esercizio da imbonitore verso il cittadino medio, è andato via per la tangente e dicendo di voler centrare il nocciolo della questione, si è impegnato in pantomime da comico, ben oltre la rappresentazione dell’imitazione satirica, più seria della realtà, con facili e sprezzanti ironie contro gli avversari, condite qua e là da grossolane bugie o da volgari insinuazioni non consone al ruolo rivestito, nella compiaciuta ammirazione degli adulatori e dei cortigiani (non solo donne) che un tempo non gli avevano risparmiato epiteti pesanti (da un Migliore ad una Finocchiaro, a un Cuperlo ecc.).

Così il succo del referendum, è stato annacquato in un processo di demagogia verso i meno acculturati, propensi a credere a quattro parole ingannatrici, che appaiono a prima vista sensate e suggestive come le domande capziose della scheda referendaria, per essere banalizzato a uso e consumo di quella larga fascia di popolazione media, cui fa difetto il tempo della riflessione, facile preda degli slogan sfornati a ripetizione o ripetitivi.

Cercando il colpo risolutore, avendo perso di vista il senso della misura istituzionale, ha trasformato inizialmente il referendum come un voto sulla sua persona: errore imperdonabile frutto dell’arroganza. Convintosi poi, sulla base dei sondaggi, che la maggioranza degli italiani avrebbe approfittato dell’occasione per disarcionarlo, ha riempito la legge di stabilità di mance bonus e marchette, ha strumentalizzato i malati gravi nelle varie esibizioni televisive ed ha fatto una piroetta, tipo gioco delle tre carte, addossando all’opposizione la personalizzazione contro gli interessi del paese.

Questa virata di impostazione non gli ha giovato molto ed allora ecco che sono scesi in campo, su sua sollecitazione, gli emissari girovaghi nel mondo per illustrare il senso di una sua lettera agli italiani emigrati per raccattare il loro voto, oppure i politici alla De Luca con relative fritture di pesce. Quindi ha fatto scendere in campo i grandi gruppi bancari e finanziari, già suoi  sponsor, per paventare chissà quali drammi nel caso di un voto contrario.

Con un vero e proprio terrorismo psicologico, questi gruppi hanno fatto leva sulla paura mettendo in giro la voce che il NO alla riforma avrebbe minato la solidità del sistema bancario italiano, quella stessa solidità giurando sulla quale per due anni e mezzo si erano strappate le vesti Renzi e i suoi ministri. 

L’ultima ciambella gliela ha lanciata il Financial Times, opportunamente spalleggiato con funzioni di megafono dai quotidiani italiani sovvenzionati dal governo, o dalle tv pubbliche e private, con la minaccia che se fosse sconfitto nel referendum costituzionale ben otto banche italiane rischierebbero di fallire. Ma guarda un po’ che scoperta! Che quelle banche siano con l’acqua alla gola è un fatto noto, ma il nesso con il referendum è una menzogna stratosferica.

Dopo che hanno fatto fallire centinaia di migliaia di risparmiatori e di lavoratori, di imprenditori e artigiani, queste sanguisughe del capitale si accorgono che otto banche sono a rischio fallimento e ne vogliono addossare la colpa non agli amministratori felloni, ma ad un popolo innocente che fino ad ora ha creduto al governo.

Quali sono le banche? Non c’è bisogno di scervellarsi. Le si conoscono benissimo. Incominciamo con la più antica banca del mondo il Monte Paschi di Siena, per decenni vero pascolo libero della politica del PD, che ha pure il fardello di un omicidio fatto passare per suicidio, dilapidatrice di un incommensurabile capitale di prestigio e con un enorme buco finanziario superiore ai 10 miliardi di euro. Quella stessa banca per cui Renzi, e il suo sodale finanziere Serra, che ha messo le mani su Enasarco, giuravano ad inizio 2016 che sarebbe stato un affare d’oro sostenere con acquisto di azioni e obbligazioni. E invece da allora ha perso il 76% del valore a causa delle manomissioni politiche e dei giochetti tra palazzo Chigi e JP Morgan che hanno fatto allontanare l’ipotesi di un salvataggio italiano.

C’è poi il poker delle banche più appestate di titoli tossici: Banca Etruria (quella di papà Boschi), Banca Marche, CariChieti e CariFerrara. Che c’entra il referendum con gli imbrogli perpetrati dai dirigenti messi lì dalla politica che hanno turlupinato i risparmiatori, che sono stati beneficiati da liquidazioni milionarie, che hanno fatto spericolate azioni finanziarie dai rischi evidenti anche per un bambino, che hanno prestato i soldi agli amici capitalisti d’assalto senza garanzie con l’unico avallo della politica? E’ da oltre un anno che il popolo italiano ne è al corrente.

A questi istituti decotti si aggiunge la sesta banca, la Carige di Genova, da tempo in pessime acque, zavorrata da crediti inesigibili, del tutto immeritevole di essere salvata.

Chiudono il gruppo la Veneto Banca e la Popolare di Vicenza su cui non vale la pena sprecare parole, vista la cronica situazione di degrado e di mala amministrazione. Tutto questo ha a che fare con il referendum? Manco per sogno. Allora sarebbe il caso di smetterla di prendere in giro gli italiani e di terrorizzarli.

Se questa pessima riforma costituzionale venisse bocciata tra pochi giorni dal popolo italiano non accadrà nulla, non ci sarà il diluvio universale, ma sarà l’occasione per impostare una diversa rotta di governo che faccia perno sul lavoro, sulla messa in sicurezza del patrimonio artistico, sulla sicurezza delle scuole, sulla prevenzione del dissesto idrogeologico, sull’ammodernamento dei servizi, sulla banda larga, sulla vera lotta alla corruzione e al conflitto di interessi. Queste sono le riforme di cui ha bisogno il paese.

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