PERCHÉ UNA BANCA DEVE RIMANERE IN VITA? Lo ha ordinato il medico?

1. MPS, BANCA POPOLARE DI VICENZA E VENETO BANCA: LA CIAMBELLA DI SALVAGGIO È STATALE.
Il Monte dei Paschi di Siena ha già da tempo chiesto l’aiuto di Stato.
La creazione del Tesoro di 20 miliardi nasce proprio per questo.
Da venerdì 17 (brrrrr!!!) marzo 2017, ufficialmente, anche Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno dichiarato l’intenzione di richiedere l’aiuto.
Come direbbe Totò: E io pago!
Ma è proprio obbligatorio salvare una banca?
2. COME SI TRATTA UNA BANCA IN CRISI?
In Italia, per le banche è prevista un peculiare trattamento, che si discosta dalle tradizionali procedure di fallimento di una qualsivoglia azienda produttiva.
Tutto ciò non è una novità, poiché già nelle legge bancaria del 1936, che innovò profondamente e con criteri ancora attualissimi il sistema bancario, era previsto un trattamento particolare per la banche mal gestite.
In termini banali, si può dire che, da sempre, si è teso a separare la responsabilità degli esponenti aziendali dal destino della azienda, in modo da perseguire chi male ha operato, ma salvando la banca.
Tutto questo trova la sua ragione nella circostanza che una banca non è una ordinaria impresa produttiva ma ha una funzione sociale importante (quando chi la comanda se ne ricorda) rappresentata dal fatto di mettere in circolazione, a disposizione di chi ne abbia bisogno, i risparmi che rappresentano una eccedenza di denaro detenuto da altri soggetti.
In altre parole, la Banca svolge (o dovrebbe svolgere) una importante funzione a servizio dell’economia che non è in contrasto con la ricerca del profitto, basta che la ricerca del profitto non sia l’unica ragione di vita e, sopratutto, che non si tradisca il dovere originario di supporto al mercato.
Per questo motivo, al fine di non creare traumi al mercato stesso, ai risparmiatori e alla clientela in genere si è optato per adottare una linea contraria alle usuali dinamiche di mercato.
Tale linea, in diversi modi e a diversi gradi, è stata adottata ovunque al mondo, si pensi al salvataggio della Royal Bank of Scotland o agli americani fondi Tarp (Troubled Asset Recovery Program) voluti da Bush Jr. che aiutarono, tra l’altro, JP Morgan e Goldman Sachs (si proprio loro); anche Germania, Spagna e Irlanda adottarono misure di salvataggio, così come lo fece l’Olanda per ripatrimonializzare ING.
Solo Lehman Brothers fu fatta morire, salvo poi constatare che, se la si fosse tenuta in vita, gli asset che aveva in pancia si sarebbero poi rivalutati oltre misura.
Insomma, se il salvataggio è fatto bene, con criteri industriali e tagliando i rami che vanno tagliato e/o riducendo i costi che nel tempo sono diventati sempre più elefantiaci il salvataggio si può rivelare perfino un buon affare per lo Stato, che riprende i soldi con gli interessi.
Tanto per fare un esempio, a fronte dei circa 10 miliardi ripatrimonializzazione di ING, la banca centrale olandese ha ricevuto un lotto di azioni privilegiate, oltre vedersi riconosciuto un interesse dell’8,5% annuo (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-12-27/salvataggio-banche-buoni-affari-olanda-151127.shtml?uuid=AD7NLCLC&nmll=2707); oggi ING funziona sostanzialmente bene.
Salvare una banca, oltretutto, vuol dire salvare un po’ tutto il sistema, poiché i rapporti tra aziende sono spesso ampi, basti pensare alla raccolta interbancaria o alle aziende produttive che hanno più affidamenti.
Tutto questo, poi, senza tener conto del grave problema sociale che si creerebbe espellendo dal mercato del lavoro migliaia di lavoratori che, nella attuale contingenza, ben difficilmente potrebbero essere riassorbiti.
Tutto bene quindi?
Andiamo allegramente a salvare?
In effetti l’Europa permette questo tipo di intervento ma solo, anche qui banalizzando al massimo la complessa normativa, se sappiamo qual è la perdita certa, se non ve ne sono (ragionevolmente) di ulteriori e se la banca ha la possibilità di riprendesi.
È questa la situazione delle banche italiane?
3. IL MERCATO BANCARIO ITALIANO COME È MESSO?
Il mercato bancario italiano è saturo di banche e costipato di sportelli.
Le banche sono obiettivamente troppe e la diffusione capillare degli sportelli fa sì che il cittadino si trovi di fronte ad una ampia offerta, che non corrisponde ad ampia diversificazione e a costi concorrenziali.
Attenzione, l’Italia non è il paese che ha più banche né è quello con la maggior offerta pro-capite; guardate questo bel pezzo di “Pagella Politica” (https://pagellapolitica.it/dichiarazioni/6955/litalia-ha-il-record-europeo-del-numero-di-banche).
Questo però non vuol dire che la situazione sia rosea.
Senza volermi addentrare in spiegazioni tecnico/statistiche, mi limito a dire che l’offerta bancaria deve essere proporzionata alla capacità ricettiva del mercato (bella banalità eh?) e che la distribuzione degli sportelli non è omogenea sul territorio, per cui, laddove la crisi ha colpito più duro, molte banche sono finite in trappola perchè si erano concentrate attorno a imprese come sopra un osso.
In più, in Italia le banche al momento in cui le fonti tradizionali di reddito sono scemate, hanno reagito non reagendo.
Infatti, la forbice tra interessi passivi e attivi si è ridotta; le commissioni hanno subito una drastica riduzione per la diminuzione del lavoro e perché oggi, finalmente, non è più possibile tartassare il cliente per ogni sospiro che fa in banca; la banca on-line è oramai un dato acquisito, per cui l’operatività di sportello si è enormemente ridotta; le sofferenze e i crediti deteriorati in genere hanno peggiorato ancor di più le condizioni delle banche.
A tutto questo le aziende di credito, in generale, hanno come unica risposta dato il nulla.
Gli sportelli, infatti, sono rimasti quelli che erano, anche se sono oramai una propaggine costosa, che dovrebbe essere contenuta mantenendo solo dei veri punti di vendita e consulenza per coloro che hanno bisogno di avere un rapporto diretto finalizzato.
Il personale non è stato realmente diminuito, anche se spesso si è posto mano ad incentivi per il prepensionamento; ma questi interventi non sono sufficienti nelle dimensioni, non tanto della crisi, quanto del cambiamento che si deve affrontare.
Le procedure informatiche sono quasi tutte vecchie, se non decrepite; solo qualche azienda o qualche provider lungimirante stanno mettendo mano al core system, ma sono delle mosche bianche. Le procedure vecchie costano tanto come manutenzione; ogni volta che devi mettere mano ad una innovazione è più quel che sfasci e rappezzi che quel che ottieni di nuovo; spesso finisci ostaggio di chi, invece di proporti l’innovazione, ti tiene legato con la necessità di mantenere in vita il vecchio baraccone.
Inoltre, le nuove normative internazionali (non necessariamente solo le europee) complicano sempre più l’esistenza.
Insomma, siamo a fronte di un mondo che sta velocemente cambiando.
La sopravvivenza la si ottiene solo cambiando modo di vedere e di operare; non facendo la lotta sui sugli interessi (cioè offrendo tanto sulla raccolta, che poi impieghi poco e male) e su mirabolanti offerte relative al nulla.
Ma questo, evidentemente, nella testa della maggior parte dei nostri banchieri non entra, perché – in realtà – in Italia di banchieri veri ne abbiamo pochissimi.
Il resto è classe dirigente autoreferenziale, nata e cresciuta nel compost dei bassifondi politici, che di banca non capisce nulla.
Il sistema è pieno di banche e di addetti che NON SANNO dare risposte alle imprese e annaspano come pesci fuor d’acqua quando si tratta di parlare con imprenditori o, peggio, con realtà internazionali.
D’altronde, quelli che ci sono oggi ai vertici sono ancora quelli che hanno creato le sofferenze. Non è solo la crisi che sta dando problemi, ma anche il credito dato male che, forse, la crisi la ha peggiorata.
Di questo ho già parlato nel mio precedente intervento su questa rivista, per cui preferisco non renovare dolorem.
Non tutte le banche ovviamente sono così, ma la maggior parte sì.
Conclusione, siamo qui ad aspettare la cancrena che ogni giorno assale una componente, tanto che intere regioni hanno visto morire le proprie aziende, come Toscana, Veneto e Liguria, mentre l’Italia sud occidentale di aziende non ne ha più, se non qualche BCC, sempre che non venga commissariata.

4. E ALLORA?
Circa la necessità di nuovo management c’è poco da fare.
Se non ci sono non ci sono.
Non è che puoi clonare i Castagna o i Sella.
Unicredit lo ha dovuto cercare da fuori e, obiettivamente, di campioni nazionali capaci di misurarsi con dinosauri, facendoli evolvere e non estinguere, non ne vedo tanti.
Diversa, invece, è la situazione delle banche che devono morire.
Ho detto all’inizio dei problemi che porta con se una banca che muore, problemi che si riverberano inevitabilmente sul resto del sistema e sul mercato del lavoro.
Però non è nemmeno possibile sostenere acriticamente aziende che hanno perso un senso sul mercato e ben difficilmente ne riacquisteranno.
In fin dei conti, stiamo parlando di utilizzare 20 miliardi pubblici che potrebbero utilmente essere impiegati altrove subito, senza attendere che si facciano futuri utili come nel caso di ING e delle banche americane.
Per questo motivo occorre guardare bene la situazione delle aziende da sovvenire.
Il Monte dei Paschi di Siena ha ancora un senso.
È una banca che ha ancora degli operatori vitali sotto lo strame in cui la ha sepolta la dissennata opera di Mussari e da cui non è riuscito a farla riemergere l’incredibilmente stralodato Profumo (colui che aveva già creato l’elefantiaca Unicredit, che oggi occorre mettere a posto mentre lui tenta la fortuna come “Manager di Stato” a Leonardo, speriamo con risultati diversi).
Se si elimina TUTTA la dirigenza del Monte (almeno quella apicale) c’è ancora una Banca che sa dare credito e fare banca, da recuperare velocemente, in modo che l’ultima riserva indiana di anziani possa formare un buona classe di giovani.
In più Montepaschi è la banca più antica del mondo.
Anche questo è un valore da preservare per il prestigio di una Nazione, che la faccia la perde ogni giorno nei confronti del mondo.
Certo, occorre tagliare, tagliare, tagliare e ricreare un modo di vendere e di offrire servizi.
Ma il radicamento territoriale (inteso non come presenza fisica) che MPS ha, non solo in Toscana, può essere una base di partenza.
In più, il primo prestito che ebbe coi Tremonti bond è stato restituito e questo è un fatto.
Diverso è, invece, il discorso delle due Venete.
Queste sono oggettivamente banche inutili.
Malamente cresciute per desiderio egoistico e dispotico dei relativi padroni che hanno eliminato tante piccole popolari locali del triveneto (peraltro, sia chiaro, anch’esse malamente gestite) ed hanno poi acquisito indiscriminatamente un po’ qua e un po’ là, facendo sì che le aziende non sono più state venete, ma non hanno apportato nulla a Toscana (Cariprato), Piemonte (Pop.Intra e BIM), Lombardia (Banca di Bergamo e Banca del Garda) Sicilia (Pop. Trapani e nuove aperture), Calabria (ex filiali Intesa) Puglia (Bancapulia) , Lazio (filiali di nuova creazione) e altrove.
Il capolavoro lo ha raggiunto Veneto Banca acquistando BIM (Banca Intermobiliare) di Torino, una azienda costituita nel 1981 dalla Famiglia Segre, vocata al private banking, che è stata alleata in tante battaglie di Carlo De Benedetti. Sicuramente una azienda giovane ma blasonata, anche se non priva di acciacchi, pure vistosi, ma che – francamente – non si comprende cosa potesse entrarci nella galassietta di Veneto Banca.
Questo conglomerato eterogeneo, che non si sa più bene nemmeno se tenere unito o diviso, ha già drenato un montagna di denaro al Fondo Atlante, tanto da portare allo stremo quest’ultimo e sull’orlo di una crisi di nervi le tante banche e gli altri soggetti che vi hanno investito fior di quattrini.
Oggi le due agonizzanti dovrebbero drenare ulteriori soldi al NOSTRO tesoro da 20 miliardi, già pesantemente intaccato da Montepaschi?
Tutto questo a fronte di che?
Di tanti sportelli inutili messi in mezzo a sportelli di altre banche?
Di una massa di personale di cui tanti assunti solo per motivi politici e, sopratutto, tanti che da secoli non ricevono più adeguata formazione?
Cosa si pensa di ricavare in futuro da una realtà che già oggi è compromessa?
Certo, ci sono persone di qualità in mezzo a tanta massa indistinta, ma queste potranno trovare altra destinazione oppure essere recuperati, ma in una diversa ottica di “salvataggio”.
In parole povere, perché non chiudere baracca, mettendo entrambe le aziende in L.C.A. (liquidazione coatta amministrativa) in modo che dei buoni commissari possano vendere il vendibile, salvando forse meglio i posti di lavoro che non con una operazione che, francamente, vedo velleitaria e inutile.
È, infatti, vero che oggi gli sportelli non servono più nella misura e nella forma che conosciamo.
Però, comprare un po’ di di pezzi di rete per ampliare (OCULATAMENTE) l’estensione territoriale o espandersi in zone che interessano può essere una proposta che ad alcune banche, italiane o straniere, può interessare.
In fin di conti, una singola postazione può anche avere un valore se porta un po’ di raccolta a prezzi accessibili e se mantiene un buon portafoglio di crediti vivi. Anche cederli a zero è un guadagno.
Pure pezzi di funzioni centrali possono essere interessanti per banche sane in espansione o per realtà estere che voglio entrare nel paese e lavorare con quella parte sana di imprese produttive che fortunatamente ci sono ancora in Italia ed anche in buona misura; per quel che personalmente mi consta per antica conoscenza, nell’area finanzia di Vicenza si è mantenuta una buona scuola.
Qualche pezzo estero di Veneto banca magari due lire le rende.
Il resto si chiuda!
Costa meno, visti i gli esuberi che oggi si richiedono per il salvataggio pubblico.
Una parte del personale servirà, poi, per lavorare gli NPL che sono copiosi e, se trattati come meritano, cioè non con logiche legal/attendistiche veterobancarie, ma secondo una ricerca effettiva della rivalorizzazione e del recupero, potrà apportare un po’ di sollievo al defedato Atlante.
Purtroppo, tutto questo non avverrà perché:
1. i sottoscrittori del Fondo Atlante, dopo il ceffone già ricevuto da Mustier che ha abbattuto il valore della quota, non vorranno portare ulteriori perdite, anche se queste sono già conclamate. Insomma, proseguiamo a dire un po’ di bugie sui bilanci, per evitare di mettere dentro, più che ulteriori perdite, altre cattive notizie;
2. il governo eterodiretto da Renzi non potrà mettere una ulteriore plateale sconfitta nell’agone mediatico/politico che porterà alle elezioni. E allora finto salvataggio, tanto poi i guai emergeranno a breve sì, ma – si spera – dopo le elezioni del 2018. Nel frattempo si vedrà come pasticciare queste situazioni, quelle delle altre quattro banche distrutte dal dissennato intervento del 2015 e le prossime che verranno. Quasi quasi se vincono le opposizioni Padoan tira un sospiro di sollievo.
Insomma, come direbbe Scanzi: Olè! Avanti così, in scioltezza!

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