Hanno promosso un Profumo per nascondere la puzza di bruciato

di Torquato Cardilli

Molti commentatori fanno risalire al drammaturgo tedesco Brecht la domanda “Ci sarà un giudice a Berlino?” fatta dal mugnaio Arnold di Potsdam. Costui  nel 1700 fu vittima del  sopruso di un barone che aveva deviato il corso di un fiume e condannato all’inoperatività il suo mulino riducendolo sul lastrico da non poter onorare il debito con il fisco. Arnold si rivolse prima al Tribunale locale, poi alla Corte d’Appello, poi alla Corte Suprema, ma la giustizia gli fu sempre negata. Tutte le istanze giudiziarie dei vari livelli, corrotte e radicate nel pregiudizio che il popolino non potesse avere ragione di fronte alla nobiltà, gli diedero torto e il mulino gli fu espropriato a favore del barone.

Il mugnaio non si arrese. Convinto di avere ragione decise di  appellarsi direttamente a Federico il Grande che, esaminato personalmente il caso, punì severamente con il carcere i giudici corrotti e condannò il barone a risarcire i danni al mugnaio e a restituirgli il mulino.

Purtroppo sembra che in Italia il povero mugnaio non saprebbe dove sbattere la testa perché non esiste più un’autorità morale cui appellarsi per avere giustizia.

Il popolo che sopporta pazientemente da troppi anni angherie, abusi, soprusi, sfregi alla ragione ed al buon senso, da parte di chi dovrebbe dare il buon esempio, sta accumulando energia come una pentola a pressione: a un certo punto esploderà eruttando tutta la sua rabbia, il suo rancore, il suo desiderio di punizione e la sua sete di giustizia contro una classe dirigente ingorda e corrotta che con strafottenza bieca gliela ha negata così a lungo, incurante delle sue sofferenze.

L’attuale parlamento, dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale perché eletto nel 2013 con una legge elettorale incostituzionale, avrebbe potuto restare in carica, in virtù del principio di continuità dello Stato, solo per assicurare nel più breve tempo possibile una nuova legge elettorale e restituire al popolo il diritto di scegliersi i propri rappresentanti. Invece, contro la sentenza della Corte Costituzionale e contro un’identica sentenza della Suprema Corte di Cassazione il parlamento di abusivi ha continuato a legiferare su tutto e in modo antipopolare portando fino alle estreme conseguenze la sfida dell’arroganza. A via di colpi di voti di fiducia, di pressioni indicibili sui parlamentari inclini alle lusinghe del potere e del posto, di stravolgimenti della prassi costituzionale, di defenestrazioni dalle commissioni tematiche di deputati dissenzienti dalla sua linea, il Governo del bullo ha approvato varie riforme finite tutte al macero: la buona scuola, l’eliminazione del lavoro precario, la pubblica amministrazione, i salvataggi bancari a spese del contribuente, la nuova legge elettorale peggiore di quella che avrebbe dovuto correggere, la riforma della costituzione bocciata da 20 milioni di cittadini, eccetera.

Di fronte a questo sfacelo del diritto non una parola è venuta dalla massima autorità giuridica e morale, garante dell’unità nazionale, custode della Costituzione, che anzi ha fatto di tutto dal 2011 per impedire al popolo di esprimersi e per imbrigliare e demonizzare i tentativi della sana opposizione, godendo del sostegno corale della stampa prezzolata, dei cosiddetti poteri forti delle banche, della finanza, dei circoli massonici, delle multinazionali, delle lobby a cominciare da quelle del web. del petrolio, del tabacco e del gioco d’azzardo. Eppure quando un’analoga riforma era stata approvata dal governo Berlusconi un deputato dell’opposizione fu il primo a pronunciare in parlamento una severa requisitoria. Ma evidentemente ora quel politico se ne è dimenticato rendendo palese lo scollamento tra le parole e gli atti, tra le omelie accorate e le azioni concrete, tra le dichiarazioni solenni e i modi di fare alla don Abbondio. Ne scoprirete strada facendo il nome.

In queste ultime settimane l’icona degli oggetti smarriti, cioè il trolley che aveva campeggiato sul fondale scenico dell’assemblea del PD, ha avuto la sua consacrazione. E’ stato ritrovato tra le cose inservibili il patto leonino tra Renzi e Berlusconi, un patto davvero scellerato contro la giustizia a protezione degli aspetti e dei comportamenti più infamanti.

Due vicende scandalose della vita italiana si sono vergognosamente intrecciate nei fatti e nei comportamenti, sempre a danno della collettività e della sana amministrazione, sul palcoscenico più sacro della politica, dando un’ulteriore conferma della crisi istituzionale e del marciume del sistema: la difesa del ministro Lotti e il salvacondotto illegittimo concesso al pregiudicato senatore Minzolini.

Il Senato della Repubblica, cioè il consesso che dovrebbe essere composto dall’eminenza grigia del paese, dall’élite della probità, della saggezza, della onestà, ormai inquinato da tipi alla Razzi, ha respinto la mozione di sfiducia individuale, presentata dal M5S, contro il Ministro Lotti accusato di rivelazione di segreto d’ufficio e di favoreggiamento. I fatti sono noti. La Procura di Napoli da oltre un anno indagava sui traffici dell’industriale Romeo, arrestato per corruzione, che intendeva accaparrarsi una larga fetta degli appalti affidati dalla società di Stato Consip per 700 milioni di euro. Gli inquirenti avevano piazzato negli uffici dell’AD di Consip, Marroni, alcune microspie per intercettarne le conversazioni. Ad un certo punto Marroni viene informato da Lotti e dal generale dei carabinieri Saltalamacchia della presenza delle microspie, circostanza confermatagli anche da Ferrara presidente di Consip che l’avrebbe saputo dal comandante generale dei carabinieri Del Sette (indagato) e da Vannoni presidente di Publiacqua (tutti amici di Renzi).

Marroni ordina ad una ditta specializzata la bonifica del suo ufficio. Le microspie vengono trovate ed eliminate. La procura vistasi tagliati gli artigli convoca Marroni che vuota il sacco e riferisce quanto sopra descritto.

Il Ministro Lotti, iscritto nel registro degli indagati, chiamato a rispondere al parlamento ed all’opinione pubblica dei fatti attribuitigli, nega su tutta la linea, ma contro ogni logica non denuncia Marroni per calunnia, né pretende la sua rimozione. Quindi delle due l’una: o Marroni è un bugiardo matricolato che accusa falsamente un ministro innocente e pertanto indegno di dirigere la Consip per conto dello Stato, oppure Lotti mente spudoratamente ed è indegno di restare nel Governo.

Ma prima della votazione in Senato la vicenda sprofonda nella farsa: il Comandante generale dei carabinieri ottiene la protezione del Governo e la proroga nel comando mentre Marroni, dipendente dal Ministro dell’Economia Padoan, si vede riconfermare pubblicamente la fiducia come ottimo commis di Stato. Da parte sua il PD, che aveva tuonato fulmini e saette contro i ministri Idem, Cancellieri, Lupi, De Girolamo, Guidi,  accusati a vario titolo di fatti senza rilevanza penale, ma valutati come inopportuni politicamente, conferma anche la totale fiducia a Lotti.

Il PD però da solo non ha i voti necessari per tale operazione ed allora oltre a ricorrere all’aiuto dei senatori di Ala di Verdini, appena condannato a 9 anni per bancarotta fraudolenta, ecco il soccorso azzurro di Forza Italia, sempre pronta a schierarsi, in nome di un ipocrita garantismo, dalla parte dei politici corrotti e condannati. L’esito del voto è favorevole al ministro e il Senato diventa teatro, a beneficio delle telecamere e dei fotografi, di scene di congratulazioni come si usa tra compari di malaffare.

Dopo qualche giorno la scena si ripete a ruoli invertiti, con lo stesso finale di tifoserie in giubilo con baci,  abbracci e pacche come se fosse stato vinto un campionato del mondo.

Si tratta di votare sulla decadenza del senatore Minzolini di Forza Italia, condannato il 12 novembre 2015 per peculato dalla Corte di Cassazione al termine di un processo, snodatosi attraverso i tre gradi di giudizio, a due anni e 6 mesi di carcere ed all’interdizione dai pubblici uffici, con l’aggravante che anche la Corte Europea aveva giudicato irricevibile il suo ricorso per presunta violazione del giusto processo.

Il caso è di una linearità di scuola: Minzolini andava espulso dal Parlamento come accaduto già a Berlusconi, a Cuffaro, a dell’Utri, a Previti, a Cosentino (ma che combinazione tutti della stessa parte politica!).

La legge parla chiaro: il parlamentare che abbia riportato una condanna definitiva a una pena superiore ai due anni decade automaticamente subentrandogli il primo dei non eletti. Al Senato spettava solo la presa d’atto su cui si era già espressa favorevolmente la Giunta per le immunità, come prevede la Costituzione.

In violazione della legge, il pactum sceleris tra i senatori di Forza Italia e quelli del Partito Democratico, che avevano già fatto di tutto per tenere su un binario morto da oltre dieci mesi la votazione, ha prodotto i suoi frutti: Minzolini è stato graziato calpestando la Costituzione repubblicana, usurpando i poteri del capo dello Stato in tema di grazia, istituendo un quarto grado di giudizio, sorte di super Cassazione, che in Italia non esiste, facendo strame della usuale giaculatoria che un cittadino è innocente fino a sentenza passata in giudicato. Ora è innocente a prescindere dalla sentenza definitiva ed inappellabile.

Sono stati 137 i responsabili di questo oltraggioso atto eversivo di estrema indecenza, di questo golpe contro lo Stato di diritto, tra cui qualche leghista e ben 33 senatori del PD (19 hanno votato contro la decadenza e 14 si sono astenuti contando sul fatto che al Senato l’astensione equivale a voto contrario), che hanno assestato un tremendo cazzotto nello stomaco non solo della Giunta per le immunità che aveva deciso il 18 luglio 2016 per l’espulsione di Minzolini, non solo dei 94 senatori che avevano votato a favore del rispetto della legge, ma dell’intero popolo italiano affamato di giustizia. La segreteria del PD per evitare che nomi noti di suoi parlamentari fossero su tutti i giornali e sulle bocche degli italiani accompagnati da immaginabili improperi, ha mandato avanti dei peones, soddisfatti di essere stati protagonisti per un giorno dell’ennesimo favore al principe e onorati di stare in compagnia di qualche senatore un po’ più noto come la Giannini, Ichino, Mucchetti, Sposetti, Tonini, Marcucci, Zavoli.

Questa ennesima autoassoluzione di una classe politica squalificata suona come una campana a morto per i partiti che hanno esaurito e tradito la loro funzione di difesa dei più deboli.

Ci sarà da qualche parte, non dico un giudice a Berlino, ma un avvocato che osi citarli in giudizio per danno erariale promuovendo una class action a nome di milioni di disoccupati sotto la soglia minima di povertà dato che il pregiudicato Minzolini continuerà a prendere lo stipendio e godrà pure della pensione?

Vale la pena a questo punto di riportare uno stralcio del discorso fatto alla Camera dei Deputati appena 10 anni fa in occasione della decadenza di Previti:

“…oggi celebriamo in quest’aula non un giudizio di merito sulle accuse formulate nel processo, ma siamo chiamati a prendere atto di una decisone formulata dalla Magistratura nei tre gradi di giudizio e passata in giudicato con la pronuncia della Corte di Cassazione … Non è possibile in alcun modo, con nessun argomento complicare la realtà dei fatti…Vi sono stati nel dibattito odierno alcuni abili, talvolta acrobatici, tentativi di formulare argomentazioni volte a contestare la decadenza e le conclusioni della Giunta senza riflettere che ciò significherebbe che un parlamentare quale che sia la colpa commessa sarebbe inamovibile; conclusione aberrante contro la Costituzione al di sopra della quale non vi è null’altro!…”

E chi era l’impavido deputato che osava esprimersi in difesa della legge e della Costituzione contro le prevaricazioni della maggioranza di governo, così come aveva già fatto contro la riforma costituzionale? Sergio Mattarella.

Credete che sia finita? Macchè! Il PD nelle due commissioni Esteri e Affari Costituzionali ha votato compatto un emendamento che sopprime la proposta di legge sulla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Shalabayeva annullando di colpo il pacchetto di voti del M5S e salvando dall’infamia il ministro Alfano che ha preferito passare per fesso  più che complice dei Kazhaki.

Come se nulla fosse, come capita ai drogati e agli affetti da bulimia del potere, i responsabili degli scempi si sono divise le ultime spoglie di quello che resta della nostra repubblica consegnando la cassaforte di Leonardo, già Finmeccanica, non ad un manager esperto di alta tecnologia degli armamenti ma ad un banchiere, tal Profumo che nelle varie incarnazioni di amministratore di Unicredit e Monte Paschi di Siena, lasciandosi dietro voragini di debito, non ha dato grande prova di saper fare l’interesse pubblico, ma solo un’abile qualità nel rimpinguare il proprio portafoglio. Come dire che più che profumo di “arrogance” ora si sente puzza di bruciato perché, come noto, i banchieri possiedono la chiave dell’armadio degli scheletri dei politici.

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