SALVARE UNA BANCA NON VUOL DIRE ACCANIMENTO TERAPEUTICO Alcuni ragionamenti non facili su Banca Popolare di Vicenza

di giovanni grossi SALVARE UNA BANCA NON VUOL DIRE ACCANIMENTO TERAPEUTICO Alcuni ragionamenti non facili su Banca Popolare di Vicenza

Proseguo i due discorsetti fatti nel precedente intervento del 20 marzo circa gli impatti e i costi di un salvataggio bancario, quale quello che si prospetterebbe per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca,

Riparto ora dalla situazione che emerge dalla presentazione del progetto di bilancio della banca vicentina, licenziato dal Consiglio di amministrazione lo scorso 28 marzo.

Un bilancio che può, sinteticamente, essere definito: cronaca di un massacro.

La Banca presenta, infatti, una nuova perdita di circa 1,9 miliardi.

Ma non è questo il dato peggiore.

Lascio la parola al comunicato ufficiale del Consiglio, tranquillizzandovi subito sulla circostanza che, se il linguaggio burocratico vi sembrerà ostico, dopo vi darò una traduzione in latino corrente.

Alla luce delle raccomandazioni della BCE comunicate in draft il13 marzo 2017, la Banca dovrà rivedere in ottica maggiormente conservativa le policy, i processi e le procedure associate al rischio di credito e controparte, la cui applicazione all’intero portafoglio creditizio determinerà presumibilmente ulteriori impatti negativi, allo stato attuale non quantificabili ma potenzialmente significativi, sulla situazione patrimoniale ed economica del Gruppo BPVi, già entro il 2017.” (…) “un ulteriore intervento di rafforzamento patrimoniale da parte del Fondo Atlante, effettuato attraverso il versamento irreversibile di 310 milioni di euro in conto futuro aumento di capitale (in due tranches: la prima in data 30 dicembre 2016 per un importo di 163,7 milioni di euro e la seconda in data 5 gennaio 2017 per un importo di 146,3 milioni di euro), con l’obiettivo di rafforzare i coefficienti patrimoniali alla luce degli impatti derivanti dai complessi processi valutativi di fine esercizio” (…) “Con specifico riferimento alle azioni di rafforzamento patrimoniale la Banca, nell’ambito delle modalità di reperimento dei capitali necessari ad implementare la citata ricapitalizzazione e in mancanza, allo stato, di una chiara espressione di volontà da parte dell’azionista di controllo di effettuare ulteriori interventi di sostegno patrimoniale, ha comunicato al MEF, Banca d’Italia e BCE l’intenzione di accedere al sostegno finanziario straordinario e temporaneo da parte dello Stato italiano (“ricapitalizzazione precauzionale”), ai sensi del D.L 237/2016 come convertito, con modifiche, in legge n. 15 il 17 febbraio 2017. Tale intervento viene considerato come la più realistica opzione di ricapitalizzazione in quanto operazioni di mercato sembrano difficilmente percorribili; al tempo stesso la realizzazione di un esercizio di Liability Management (es. conversione volontaria di obbligazioni subordinate in capitale) appare particolarmente complessa e di incerta esecuzione. Tuttavia, occorre evidenziare che anche la ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato è un processo articolato e complesso, che richiede la preventiva decisione della Direzione Generale della Concorrenza (DG Comp) della Commissione Europea sulla compatibilità dell’intervento con la normativa in materia di aiuti di Stato i cui esiti sono allo stato incerti.”.

Ecco la traduzione:

La banca non solo ha perso tanto ma già sappiamo che quest’anno perderà ancora perché la BCE ha individuato altri crediti che non vanno.

Su questi dovremo fare ulteriori accantonamenti, di cui non sappiamo ancora la misura visto che dovremo valutare bene quanto possa essere recuperabile, facendo una processione scalzi alla Madonna di Monte Berico.

Comunque, già si capisce che ci sta per arrivare addosso un ulteriore pesante treno merci.

Nel frattempo, Atlante ha messo dentro altri 310 milioni, come un pokerista che apre al buio, ma –allo stato – non sappiamo se avrà la capacità di mettere altri soldi, visto che lo abbiamo svenato.

Così veniamo col cappello in mano a chiedere gli aiuti di stato, dopo che lo Stato ha già messo dentro Atlante 500 milioni della Cassa Depositi e Prestiti, senza contare i soldi che spintaneamente tante altre banche hanno dovuto mettere.

Tutto questo, sperando che la DG Concorrenza della CEE, che ci ha già preso a pernacchie per il maldestro tentativo di salvataggio Tercas, ci autorizzi questa ennesima ciambella gonfiabile, con la paperella a forma di uccello padulo”.

Soggiungo ancora, qualora lo sconforto non vi abbia già attanagliato, che Jean Pierre Mustier, nuovo AD di Unicredit, essendo francese di Renzi se ne fotte. Per questo motivo ha svalutato la partecipazione in Atlante pesantemente.

Lascio la parola ad Affaritaliani del 31 marzo scorso: “E proprio Unicredit ha svalutato del 79,7% il proprio investimento nel fondo Atlante abbattendolo a 139 milioni rispetto ai 686 milioni versati. Per Unicredit, dunque, il “gettone di presenza” in Atlante è già costato 547 milioni, ma sulla banca grava l’impegno residuo per successivi versamenti al fondo per 159 milioni oltre ai 155 milioni di versamenti in Atlante II (a cui, al 31 dicembre scorso, risultano versati solo 1,1 milioni).”.

Con una svalutazione così pesante, fatta dalla prima banca italiana e grande investitore di Atlante ben difficilmente i revisori di tutti gli altri partecipanti acconsentiranno a dare parere favorevole a bilanci che non apportino analoghe svalutazioni.

Figurarsi poi ora, dopo il comunicato della Banca Popolare di Vicenza che ho citato all’inizio di questo pezzullo.

Questo significa che Cassa Depositi e Prestiti ha ora partecipazione che vale qualche spiccio di più di 100 milioni di euro rispetto ai 500 versati.

Allo stato, CDP ha detto che ha effettuato una svalutazione “prudenziale”, ma non ha voluto indicare il “numeretto”.

Attendiamo la pubblicazione dei dati ufficiali.

Chissà se la Corte dei Conti, nel frattempo, vorrà vederci meglio in quest’uso di soldi pubblici?

Bene!

Ora veniamo al punto.

Ma voi salvereste una azienda in queste condizione quando, oltretutto, essa stessa ti avvisa che il futuro potrebbe essere peggio?

Fare un salvataggio di stato così vuol dire dare una ulteriore medicina che non salva il malato terminale.

È solo accanimento terapeutico che fa male al malato e ai parenti (cioè a noi cittadini che paghiamo le tasse).

Certo, non è che non mi renda conto di quel che significa quel che sto dicendo dal punto di vista occupazionale.

Sto parlando della cessazione di posti di lavoro per tanti colleghi, diversi dei quali di qualità, che difficilmente troveranno lavoro, visto che il mercato è pieno di gente di gamba che non ha più spazio nel ristretto mondo bancario.

Altrimenti, però, non può essere, perché una azienda in questo stato ha smesso di essere una risorsa per l’economia e per il territorio.

Quanto agli altri danni, vediamo cosa succederebbe alle due banche venete assieme, nell’ipotesi di salvataggio.

Relativamente al bail-in, le cifre riportate da WI online del 29 marzo scorso  sono queste: “Secondo un report di JP Morgan, Veneto Banca aveva circa 750 milioni di bond subordinati contro i 547 milioni di Tier2 di Popolare di Vicenza. Per un totale di 1,2 miliardi di obbligazioni che rischiano di essere convertiti in azioni. E per i bond senior? In tal caso sembra che, Popolare Vicenza possa contare su un totale di 7 miliardi circa mentre Veneto Banca su 6,2 miliardi, per un totale di 13,2 miliardi.”.

Cifre spaventose, che saranno chiamate comunque in causa, in tutto in parte, se la UE dovesse accordare il parere favorevole al salvataggio pubblico.

In altre parole, i portatori di obbligazioni potrebbero non avere speranze in ogni caso.

Questi crudi fatti.

E se invece di mettere soldi statali proviamo una diversa via, tesa a salvare il salvabile?

Si abbia il coraggio di commissariare la Banca Popolare di Vicenza selezionando le non poche cose vendibili, nel tentativo di racimolare qualche soldo, la cui quantità sarà comunque poca rispetto al danno creato,.

Ciò – soprattutto – al fine di salvare almeno un po’ di posti di lavoro.

La BPVi ha da vendere almeno tre licenze bancarie: BPVi stessa, Banca Nuova e Farbanca.

Farbanca è una banca monosportello, dedicata alle Farmacie. Nel momento in cui si attende – finalmente – la liberalizzazione del settore (sempre che il DDL concorrenza esca dalle paludi della Commissione) la licenza può avere interesse. E, infatti, secondo voci di mercato, abboccamenti sono già in corso.

Banca Nuova è invece ben radicata al sud, soprattutto sulla parte occidentale. Può quindi essere interessante per chi debba espandersi in quelle zone, a patto che tutti gli sportelli servano, anche ipotizzando vendite frazionate.

Il valore non lo azzardo, perché è legato a troppi fattori, non solo endogeni, come la qualità degli attivi e le obbligazioni ordinarie che devono ancora scadere, ma anche dal diverso grado di interesse che gli acquirenti possono avere.

Insomma, siamo alla licitazione pura.

Di una sola cosa sono certo.

Qualsiasi valore si spunterà, sarà inferiore al danno creato.

Ma il danno è da considerare cosa oramai assodata e chi è rimasto fregato tale rimane.

Nunc necesse est de futuro cogitare.

Certo, vendere licenze vuol dire, con molta certezza, venderle all’estero.

Ma se il nostro paese è oramai pezzente che ci vogliamo fare?

Finalino!

Ho parlato solo di Vicenza accennando di sfuggita a Veneto Banca.

Non che Veneto Banca non abbia problemi analoghi, ma – occorre dire – che lo stato dell’azienda non è quello di Vicenza, malgrado la perdita quasi analoga (1,5 miliardi di euro contro 1,9)

Soprattutto, non lo è lo stato della qualità degli operatori.

Trinca e Consoli (Pres. E AD) non hanno mai voluto una banca di yes men come hanno fatto, invece, Zonin e Sorato.

Quindi, oggi l’azienda ha un tessuto più sano rispetto a quello vicentino, malgrado le persone di qualità di cui ho parlato per quest’ultima.

Pertanto, se si vuole tentare di fare un salvataggio di stato (sul quale, sia chiaro, non concordo) tanto per salvare la faccia, lo si può tentare per Veneto Banca.

Insieme, infatti, le due carcasse di balena hanno cifre spaventose.

Basti pensare che solo di costi operativi hanno 1,5 miliardi di euro contro 1,4 di ricavi. Hai voglia a cercare di riportare il rapporto costi/ricavi al 60/70% del sistema. Altro che macelleria sociale.

Per i dettagli, si veda questo articolo del sole24ore (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-04-17/pop-vicenza-e-veneto-banca-cura–rinascere-costera-700-milioni-tagli-191614.shtml?uuid=AEoa5e6&refresh_ce=1).

Ovviamente, puntare sulla sola Veneto Banca non sarà comunque senza dolore, ma almeno si proverà con una banca che dovrebbe (spero) aver finito lo schifo, al contrario di Vicenza.

Ad ogni buon conto, stiamo parlando di situazioni cui non si sarebbe dovuti arrivare.

Spero davvero che in un (lontano?) futuro, si faccia una commissione d’inchiesta che osservi come si è comportata la Vigilanza e che stigmatizzi anche la vergogna di ex grand commis di stato che vanno a fare i prezzolati nei Consigli di Amministrazione

 

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