VAFFA DAY BANCARIO – REQUIEM PER LE DUE BANCHE VENETE

Sta andando in onda proprio in questi giorni, anzi in queste ore, l’ennesimo episodio della più disastrata sit-com messa in piedi dal Governo Renzi e tuttora sostenuta dal MEF, ostaggio di sé stesso per le scelte passate e per le pressioni che si stanno scatenando a causa del periodo elettorale (che in Italia è perenne).

La DG concorrenza ha infatti, mercoledì 24 maggio (data del Piave, ma una Caporetto per il Governo), detto senza mezzi termini e direttamente agli interessati che l’operazione di salvataggio a spese dello stato di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca non può essere autorizzata se non si trova un miliardo aggiuntivo privato, da scalare dall’intervento di Stato.

Questo perché le regole della BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), cioè la direttiva che regola i salvataggi o l’eutanasia delle banche, vietano che aiuti di Stato possano coprire perdite. Possono solo sostenere aziende che hanno possibilità di sopravvivere.

Nei fatti, oggi le banche hanno un fabbisogno di capitale fresco di 6,4 miliardi di euro. Qualcosa meno di 1,7 c’è già, perché il Fondo Atlante ha versato 938 milioni in conto futuro aumento e ci sono obbligazioni subordinate da convertire per 700 milioni. Per chiarezza, queste ultime sono obbligazioni che contengono esplicite clausole di convertibilità, quindi non stiamo parlando delle altre categorie che potrebbero essere soggette a bail-in.

Gli altri 4,7 miliardi sarebbero l’intervento Governativo.

Peccato che, secondo i calcoli della Vigilanza che la DG Concorrenza ha recepito, ci sono almeno un altro miliardino di perdite per cui, pur restando fermo il fabbisogno finale di 6,4 miliardi, quelle perdite non si possono coprire con denaro pubblico, vanno reperite da privati.

I “privati”, ovviamente, sono altre banche che dovrebbero rifinanziare il ramo “volontario” del Fondo Interbancario. Peccato che il sistema sia stato – tra l’altro – già vampirizzato prima con la stupida operazione Tercas, già spernacchiata dalla DG Concorrenza, e poi dalla dissennata creazione di Atlante, proprio il proprietario delle due venete, che vede ora correre il rischio di una diluizione della propria partecipazione fin quasi al suo azzeramento.

E, infatti, Carlo Messina, AD di Intesa, ha già detto chiaro e tondo di aver già dato.

Jean Pierre Mustier, invece, AD di Unicredit, uomo pratico e senza legami con la politica italiana, essendo francese, ha parlato con i fatti: ha svalutato di quasi l’80% la partecipazione in Atlante. Voglio vedere chi può andare da Lui a chiedere altri soldi su qualcosa che ha già dichiarato in perdita senza correre il rischio di avere un trattamento con un palo di gaggia che Don Camillo sapeva usare così bene.

Il resto del sistema, da solo, forze non ne ha.

Va bene!

Ma mi si può dire che la DG Concorrenza è la solita Idra di Lerna che terrorizza la moderna Argolide Sud Europea.

Sicuri?

Leggiamo assieme il comunicato che Banca Popolare di Vicenza, il vero vaso di coccio della situazione, ha emesso il 28 marzo 2017 ad esito della approvazione del progetto di bilancio 2016, che ha chiuso con 1,9 miliardi di perdite.

Il documento, a pagina 6, recita testualmente così: “Alla luce delle raccomandazioni della BCE comunicate in draft il 13 marzo 2017, la Banca dovrà rivedere in ottica maggiormente conservativa le policy, i processi e le procedure associate al rischio di credito e controparte, la cui applicazione all’intero portafoglio creditizio determinerà presumibilmente ulteriori impatti negativi, allo stato attuale non quantificabili ma potenzialmente significativi, sulla situazione patrimoniale ed economica del Gruppo BPVi, già entro il 2017.

Inoltre, BPVi è stata oggetto di un’ulteriore verifica ispettiva on-site limitata al perimetro dei cd. finanziamenti “correlati” all’acquisto/sottoscrizione di azioni BPVi. La verifica ha avuto inizio nei primi giorni di febbraio 2017 e si è conclusa il 10 marzo scorso. Alla data della presente Relazione non si è ancora tenuto il consueto pre-closing meeting con la formale comunicazione dei risultati della verifica al management. Sulla base degli esiti preliminari della verifica, si è già provveduto a recepire nel Bilancio 2016 i maggiori accantonamenti e le riclassifiche da bonis a deteriorati proposte dal team ispettivo e condivise dalla Banca. Inoltre, sono state avviate analisi sulle importanti riclassifiche a sofferenza proposte dal team ispettivo e i cui maggiori accantonamenti sono già stati recepiti. Tali riclassifiche saranno eventualmente effettuate, una volta concluse le analisi, già nel primo semestre 2017.

I grassetti sono miei; leggeteli bene.

La Banca stessa sta dicendo che perderà ancora; non sa quanto ma sicuramente sarà tanto.

Nella semestrale 2017 saranno già apportate rettifiche.

Insomma, è proprio la banca che dice di essere ancora in piena tempesta e non sa quando ne uscirà e, soprattutto, con quanti danni ulteriori.

Se non è tafazzismo questo, non so cosa altro possa esserlo.

Posso solo soggiungere che Vicenza ha avuto, anche dopo Zonin/Sorato, manager che non si sono dimostrati all’altezza (magari, per quanto riguarda Viola, non per sua colpa).

Mentre scrivo, non so se Fabrizio Viola darà le sue dimissioni come si ventila nei corridoi dopo l’incontro con la DG Concorrenza.

Spero però vivamente che lo faccia, salvando quel po’ di dignità e di riconoscimento professionale che meriterebbe.

Le deve dare tanto più ora, dopo le dichiarazioni del Ministro Padoan che ha garantito che non ci sarà bail-in (????). Manca solo che dica “state sereni”.

E adesso?

Il Movimento 5 Stelle sta sbraitando che deve esserci il salvataggio statale e non ci deve essere bail-in. Giusto! Ma in concreto?

Il PD sta mettendo la testa sotto la sabbia aspettando solo che passino almeno le elezioni amministrative.

Poi sono cazzi di Vicenza, di Montebelluna e di tutti i risparmiatori.

Tanto la solenne figura di merda la faranno fare al solo Padoan, sempre più isolato nella gabbia che si è costruito. Al massimo spariamo un po’ sulla Banca d’Italia che nel passato non ha agito.

Le altre forze politiche stanno a guardare e si divertono, anche se io nei panni della Lega un po’ mi preoccuperei, visti i noti legami affettivi con Zonin.

Tutto questo a fronte di una conclamata debolezza delle due aziende che, allo stato, si presentano solo come un maelstrom che inghiottirà altri soldi senza prospettive.

Lascio il commento al Sole24ore, che non è certo un covo di pericolosi sovversivi.

Nella edizione di oggi, 26 maggio 2017, fa sapere che: “Ad allontanare lo spettro della risoluzione, sottolineano dall’Economia, c’è anche il fatto che a entrambi gli istituti sono state date garanzie a copertura delle emissioni di liquidità: giusto ieri è arrivato dal MEF il via libera sulle ultime due richieste: 2,2 miliardi per la Popolare di Vicenza e 1,4 per Veneto Banca, che porteranno a 10,1 miliardi il totale delle emissioni venete accompagnate da garanzia pubblica. Una buona notizia, ma anche una conferma del fatto che senza il sostegno del Tesoro le banche faticano a stare in piedi sulle proprie gambe e dunque una via d’uscita va trovata in fretta”.

Già una via d’uscita.

Ma quale?

I privati, come visto, nicchiano e, stavolta, può essere difficile costringerli con la forza, perché reinvestire su qualcosa che è già stato svalutato non è una azione prudente, potrebbero avere azioni di responsabilità dai soci.

Vendiamo all’estero, così almeno salviamo i piccoli risparmiatori.

Probabilmente una banca cinese potrebbe essere interessata all’ingresso in Italia (o anche una Russa, se la smettiamo con le cazzate dell’embargo che giova solo agli USA).

E l’Italianità?

Quella si è già andata far benedire insieme alla nostra dignità.

Però, anche la vendita/svendita ad un investitore estero può essere una operazione dolorosissima. Infatti chi entra  deve accollarsi già un aumento di capitale previsto di 10 miliardi (magari il tesoro può comunque fare il regalino di 3,7 miliardi, tanto paghiamo noi) più la restituzione di altri 10 miliardi di obbligazioni garantite dallo Stato, più quel che residua delle obbligazioni non sottoposte a bail-in, che dovrebbero essere, solo per quanto riguarda le senior, circa 13 miliardi.

Insomma, di sicuro non si farà il bail-in ma, se lo Stato deve comunque intervenire, si dovrà applicare almeno il burden sharing, cioè la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime.

E, se lo stato non interviene, si dovrà comunque vendere il nuovo conglomerato a 1€, cioè col capitale azzerato.

In questa situazione, ammesso che i cinesi o i russi vogliano comunque entrare, dove credete che finiranno per ritrovare le risorse?

Ma, diamine, coi licenziamenti che dovranno essere obtorto collo accettati dai sindacati, salvo non voler creare una nuova situazione “Alitalia”.

Ad oggi, ci sono ancora oltre 11.000 dipendenti.

Bello eh?

Quindi?

Quindi occorre negoziare con DG Concorrenza un periodo almeno di tregua nel quale si mette un nuovo management nelle due Banche. Occorre pilotare le riduzioni, valorizzando quel che c’è di ancor valorizzabile (ad esempio le licenze bancarie delle controllate) e tagliando con cura e attenzione.

Bisognerebbe anche che il Parlamento facesse la sua parte (si ho detto il Parlamento, non il Governo) varando delle normative che agevolino ulteriori recuperi fiscali su perdite, che essendo erga omnes e legati comunque alla possibilità di ogni banca di generare in futuro utili non sono aiuti di Stato ma solo modulazione della fiscalità (almeno si spera, il campo fiscale è sempre scivoloso).

Lo stesso Parlamento dovrebbe prevedere ulteriori agevolazioni per chi recupera personale in esubero, magari proprio i più anziani che però non possono ancora entrare nel gioco degli anticipi, ma possono essere utilmente inseriti in veicoli per il recupero delle sofferenze. Per recuperare bene le sofferenze occorrono prospettive di tre/cinque anni che potrebbe essere proprio il periodo che manca agli anziani “meno anziani” per maturare il minimo pensionistico.

Altre idee possono essere spese sugli incentivi che le aziende danno per le buonuscite, ma qui usciamo troppo dal seminato.

Nel Movimento 5 Stelle, tra tanti emettitori di proclami, c’è qualcuno che sta lavorando proprio su queste idee, confrontandosi col mondo della produzione e con tecnici senza necessario schieramento politico.

Il Movimento riuscirà a produrre una proposta unitaria?

Vediamo.

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