CITTADINANZA, UN’ALTRA RIFORMA SBAGLIATA

di torquato cardilli   CITTADINANZA, UN’ALTRA RIFORMA SBAGLIATA

JUS SOLA

Dopo due anni di letargo, in un Parlamento che a tutto pensa fuorché al benessere del popolo, come un coniglio tirato fuori dal cilindro dell’imbonitore del partito democratico con il sostegno del Presidente del Senato, è riapparso il disegno di legge sulla cittadinanza da estendere agli stranieri che nascano in Italia, già approvato dalla Camera, in assenza di un pubblico dibattito, il 13 ottobre 2015, quando l’opinione pubblica era impegnata a contrastare lo stravolgimento della carta costituzionale.

Allora i Deputati (alla Camera, è bene ricordarlo, il PD ha la maggioranza assoluta grazie alla legge elettorale dichiarata incostituzionale, e quindi è l’unico responsabile di ogni legge) si limitarono a fare il raffronto con altri paesi democratici, ma non avviarono nessun esame approfondito sulle conseguenze che ne sarebbero scaturite.
La cittadinanza non può essere considerata alla stregua di un’azione umanitaria volta al salvataggio in mare, né a un atto filantropico di accoglienza: è invece un diritto che si fonda sul patto tra Stato e cittadino ed è attribuito alla persona che per natura è associata alla comunità nazionale nell’ambito di un complesso quadro di obblighi e di doveri.
Sul piano giuridico la cittadinanza è dunque quel rapporto speciale che riconosce al cittadino la pienezza dei diritti civili e politici, mentre sul piano sociologico-culturale essa assume significato con contorni più ampi perché implica l’appartenenza del cittadino ad una determinata comunità che riconosce come collante il vincolo di sangue, le leggi, gli usi, la cultura, la lingua, la tradizione.
Cosa prevede la legge riesumata dal sepolcro delle cause perse da una legislatura in “articulo mortis”? Semplicemente di rivoluzionare il principio di cittadinanza, fino ad ora legato alla discendenza, già infranto dall’ampia finestra per matrimonio e per chi sia stato residente legalmente nella repubblica per almeno dieci anni.
Dal diritto per discendenza (ius sanguinis) si intende entrare nel terreno minato dello ius soli, cioè della nascita in Italia come condizione perché lo straniero sia riconosciuto come italiano, se uno dei genitori ha il permesso di residenza di lungo periodo e dichiara di fronte all’ufficiale di stato civile la volontà di acquisire la cittadinanza italiana per il minore che abbia compiuto almeno un ciclo di cinque anni di studio nelle nostre scuole.
C’è proprio bisogno di questo provvedimento di distrazione di massa dai problemi reali, quando solo dopo alcuni anni quello stesso minore avrebbe il diritto di una scelta consapevole? Non bastano il dramma della inesistente ricostruzione post terremoto, dei risparmiatori truffati dalle banche, degli imprenditori che non ricevono dallo Stato il pagamento delle fatture, degli esodati, dei disastri idro-geologici, dei 100 mila italiani che in un anno hanno abbandonato il nostro paese in cerca di lavoro all’estero, dei ponti che crollano, degli acquedotti scolapasta, dell’inquinamento dell’Ilva ecc. ?
Il PD giustifica questo stravolgimento legislativo con due argomentazioni inconsistenti: il diritto all’uguaglianza e la necessità di favorire l’integrazione degli immigrati, ma sorvola sul fatto che in Italia non è violato alcun principio di eguaglianza, grazie a quanto solennemente sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali) e che ai figli dello straniero è garantito lo stesso trattamento educativo, sanitario, sociale, di partecipazione all’attività sportiva di cui godono gli italiani. Quale è dunque la vera differenza? I diritti politici, cioè il diritto di voto riservato agli italiani.
Quanto alla necessità di favorire l’integrazione si invertono i punti di partenza e di arrivo concedendo ciò che dovrebbe essere il risultato di un percorso di identificazione della persona nella società in cui vive e di cui accetta volontariamente le leggi, le usanze, la cultura, la lingua, i costumi, gli ideali di patria, la laicità dello Stato.
Nel 2015-2016, senza l’autostrada dello ius soli, ben 200mila stranieri hanno già ottenuto la cittadinanza italiana e se questa legge fosse definitivamente approvata, non sarebbe azzardato prevedere che quasi un milione di stranieri diventerebbero cittadini italiani nel volgere di qualche anno, con un incredibile effetto calamita per altri milioni di potenziali immigrati che guardano allo sbarco in Italia come ascensore sociale.
La nuova legge non costituirebbe alcun valore aggiunto in favore dell’integrazione ma costituirebbe appunto un incentivo ad un’ulteriore immigrazione senza ostacoli, da parte di immigrati consapevoli della labilità dei controlli e del colabrodo dei cavilli del nostro sistema giudiziario.
Infine, come vedremo più avanti, c’è da considerare il rischio più grave alla sicurezza dei cittadini: il terrorismo. Nel giro di pochi anni l’Italia si ritroverebbe impossibilitata a difendersi dal dilagante fenomeno degli attentati perpetrati alla cieca così come avvenuto in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, ove gli eccidi più sanguinosi ed efferati, con centinaia di vittime innocenti, sono stati pensati ed eseguiti non da stranieri ma proprio da cittadini di quei paesi di seconda generazione.
Quali altre le conseguenze a lungo termine dello ius soli? Probabilmente in 20-30 anni, gli stranieri che già oggi sono il 10% della popolazione (non solo gli africani, ma anche i filippini, i cinesi, i magrebini ecc. più prolifici degli italiani) supererebbero la popolazione autoctona e, acquisendo con la cittadinanza il diritto di voto, cambierebbero totalmente non solo gli equilibri sociali ma anche quelli politici di una nazione democratica nata dal sangue di centinaia di migliaia di morti per la libertà.
Del resto, su 193 paesi rappresentati nell’ONU, solo qualche decina ammette lo ius soli tipico del Nord America, per ragioni storiche legate al processo di indipendenza e di affrancamento dal colonialismo britannico, e del Sud America continenti di immigrazione, mentre in Europa la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, allo scopo di tutelare la cultura e l’identità della popolazione ed evitare uno sbilanciamento etnico e demografico a favore di etnie che per cultura e religione sono restii all’integrazione nella comunità nazionale, hanno posto delle limitazioni ferree e non all’acqua di rose, consistenti in una vera e propria patente di nazionalità (conoscenza della lingua attraverso un esame ad hoc, dei diritti e dei doveri associati all’appartenenza alla comunità nazionale, dei principi e dei valori essenziali del paese).
L’architrave che regola i rapporti tra stati è la reciprocità. Forse che tutti questi paesi d’origine della fiumana di immigrati concede la cittadinanza allo straniero che nasca a casa loro? No. E allora perché noi dovremmo allevarci delle serpi in seno ed essere così munifici verso chi domani non solo non sarà integrato, ma sarà pronto ad agire contro la patria di adozione?
La legge così come è stata pensata dagli illustri giuristi del PD (quelli che, per intenderci, si sono visti bocciare ogni riforma scritta con i piedi della costituzione, della legge elettorale, dei voucher, della pubblica amministrazione ecc.) crea una discriminazione a danno dei cittadini europei che non possono essere titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo previsto solo per gli stranieri extraeuropei.
Ma le discriminazioni non finiscono qui. Supponiamo che una famiglia di stranieri, secondo la legge clandestini, con al seguito alcuni figli, generi un altro figlio che nasce in Italia, solo a quest’ultimo sarebbe concessa la cittadinanza mentre gli altri fratelli anche essi minori sarebbero vincolati alla cittadinanza di origine.
Dunque un conto è scegliere consapevolmente alla maggiore età di diventare italiano giurando sulla costituzione ed un altro è essere privilegiato senza impegni da subito a scapito di un’evidente discriminazione.
E se per ipotesi assurda una donna straniera immigrata, colta dalle doglie mentre si trova in Piazza San Pietro o nella basilica del Laterano (come noto territori dello Stato del Vaticano) vi partorisca, che cittadinanza avrebbe il neonato? Quella italiana perché il Vaticano, molto severo in tema di cittadinanza, non la riconoscerebbe.
C’è infine da considerare l’elemento più pericoloso ai fini della sicurezza nazionale. Come ampiamente acclarato negli attentati terroristici di Parigi, Berlino, Bruxelles, Londra, Manchester ecc. gli assassini erano cittadini di quei paesi. La stessa cosa potrebbe accadere in Italia tra qualche anno con l’impedimento per le Autorità di sicurezza di procedere all’espulsione di sospetti di collusione con il terrorismo dato che la nostra Costituzione vieta l’espulsione di un cittadino italiano.
Perché rinunciare volontariamente, e aggiungerei da imbecilli, alla possibilità di espellere potenziali terroristi (dal 2015 a oggi sono stati espulsi 175 stranieri per questo motivo) che è la prima decisiva arma di difesa?
C’è da ritenere che la stragrande maggioranza del popolo italiano sia contraria a questa legge e già si annunciano progetti di raccolta di firme per l’indizione del referendum abrogativo se la legge fosse approvata.
Di fronte a questa rilevazione cosa dovrebbe fare un governo saggio ed un parlamento di patrioti? Chiedere all’Europa che si occupi seriamente del problema immigratorio e del problema della cittadinanza europea amalgamando in modo omogeneo le varie legislazioni nazionali e smontando sul nascere le obiezioni degli europeisti a parole che per allontanare il problema dichiarano che i criteri in base ai quali ogni paese dell’Unione concede la cittadinanza sono esclusivamente una competenza nazionale.

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