UN GENERALE SCONFITTO RINTANATO NEL BUNKER

di torquato cardilli UN GENERALE SCONFITTO RINTANATO NEL BUNKER

renzi e pecore

Tito Livio nella monumentale opera “ab urbe condita” ha lasciato ai posteri la descrizione dell’umiliazione subita dai Romani a Caudio nella seconda guerra sannitica del 321 a.C. sostenendo che gli elementi che hanno maggior peso in una guerra sono il talento dei generali, la fiducia che in essi ripongono i soldati, il loro numero non disgiunto dal loro valore, e la sorte, in cui confidava persino Napoleone.
Poco meno di 120 anni fa l’Italia subì una cocente sconfitta militare ad Adua, seconda per infamia solo a quella patita sul suolo patrio a Caporetto, di cui ricorre tra tre mesi il centenario.
Nel primo caso il generale Baratieri, unico responsabile di una disfatta irreparabile in cui caddero oltre diecimila soldati, nascondendo la propria incapacità strategica accusò le truppe di non aver saputo tenere il loro posto di fronte alle orde degli abissini quattro volte superiori per numero.
A Caporetto l’esercito italiano fu travolto in una rotta disastrosa fino al Piave e il comandante in capo Cadorna, senza alcuna autocritica sugli imperdonabili errori tattici e strategici suoi e del suo stato maggiore (generali Capello e Badoglio), addossò la colpa dello sfondamento nemico alla indegna “viltà” dei fanti, non addestrati e analfabeti in massima parte meridionali, che “rifiutarono di affrontare il nemico e morire combattendo, preferendo all’onore e alla morte l’onta della resa”.
Prima della disfatta Cadorna, senza adeguare i piani di battaglia alle precise informazioni che aveva ricevuto da disertori ungheresi e romeni sul luogo dell’attacco austriaco, pensava esclusivamente a preordinare un alibi nel caso di un rovescio addossando la responsabilità all’atteggiamento disfattista delle truppe, tenute da due anni in pessime condizioni e per questo sfiduciate al massimo. Quando la sua fanteria rifiutò di uscire dalle trincee di fronte alle mitragliatrici austro-tedesche, impose una feroce repressione con la corte marziale che sbrigò in poco tempo circa 6000 processi per diserzione, e ordinò che nessun sostegno potesse essere dato ai soldati italiani fatti prigionieri dal nemico (“che patissero pure la fame e il freddo”) per evitare che altri militari potessero preferire la resa e la prigionia alla morte sul campo.
Fu in questa atmosfera che dopo due giorni di bombardamenti e attacchi nemici le difese italiane senza una guida sicura con ordini contraddittori, nonostante l’eroismo di qualche intrepido comandante di reparto, crollarono di colpo e in preda al panico fuggirono nel desiderio di sottrarsi ad un’assurda guerra di cui non capivano il senso, dopo aver lasciato sul terreno 40.000 tra morti e feriti, e in mano al nemico 300 mila prigionieri e 300 cannoni.
Se provassimo a calare queste similitudini storiche nella realtà politica italiana dopo il risultato delle elezioni comunali 2017 ne potremmo costatare tutta l’attualità.
Renzi ha rappresentato la classica epitome di come il potere autoreferenziale possa far perdere il contatto con la realtà e condurre il proprio esercito al disastro.
Dopo l’incredibile successo alle elezioni europee del 2014 che gli aveva consentito di presentarsi a Bruxelles come leader del più grande gruppo parlamentare ed allo stesso tempo come presidente di turno dell’Unione Europea, è scivolato progressivamente in una pericolosa voragine di errori. Confidando esclusivamente sul suo ego smisurato e sulla cerchia di adulatori di cui si era circondato, ritenne di essere in grado di piegare le regole europee mostrando un arrogante e irriguardoso contegno verso certe procedure e svillaneggiando ad ogni occasione la Commissione Europea di cui però accettava in fin dei conti qualsiasi decisione capestro per i nostri interessi mettendoci sotto la firma, senza ottenere alcunché all’infuori della flessibilità nei conti, sperperata in mancette.
Costretto a fronteggiare un’invasione non di eserciti stranieri, ma di ondate immigratorie gestite da vere e proprie organizzazioni criminali è stato incapace di delineare una strategia politica di breve e di medio termine che coinvolgesse concretamente i partner europei, limitandosi al gesto abbastanza pacchiano di togliere dal suo ufficio di premier la bandiera europea.
Ha sciupato miseramente la carta della presidenza di turno dell’Europa conseguendo il modestissimo risultato di spostare la sua ministra degli Esteri al ruolo abbastanza vuoto di rappresentante europeo per la politica estera. Non ha denunciato gli accordi di Dublino, si è accontentato di vaghe e vuote promesse, ha continuato a raccogliere centinaia di migliaia di profughi e naufraghi a mare, ha consentito anche alle navi di paesi non mediterranei di fare la bella figura televisiva di imbarcare naufraghi e di regalarceli, non ha ottenuto la ripartizione dei profughi e degli immigrati, non ha obiettato alle richieste di sforzi militari aggiuntivi provenienti dalla Nato e dall’America ed anzi ha impegnato l’Italia all’acquisto degli F35.
Sul piano interno mentre perdurano la crisi economica, la disoccupazione, il numero di italiani al di sotto della soglia di povertà assoluta, la fuga dei giovani verso l’estero, la chiusura di aziende ed esercizi commerciali perseguitati dal fisco, ha creduto di poter superare le difficoltà con le incentivazioni fiscali contenute nel “job act” e con la pessima riforma dei voucher di lavoro.
Convinto che il fallimento del referendum sulle trivelle, da lui espressamente boicottato in ossequio alle lobby del petrolio, gli avesse fatto ottenere un successo politico di una certa proporzione ha pensato che sarebbero bastati un po’ di bonus qua e là per arginare la diminuzione dei consensi popolari mobilitando le poche risorse di cui disponeva per raccattare i voti vaganti degli incerti.
Le elezioni amministrative del 2016 con le sonore sconfitte a Roma, a Torino e in 19 ballottaggi su 20 a favore del M5S, sono state l’equivalente della battaglia di Lipsia persa da Napoleone. Ha lasciato sul campo milioni di elettori, passati ad ingrossare le file dell’opposizione o dell’astensione.
Privo di cultura politica, di senso dello Stato e dell’onore, anziché sentire l’onta, già provata da qualche suo predecessore dopo un insuccesso elettorale, si è lanciato in modo incosciente in dichiarazioni minacciose dell’uso del lanciafiamme all’interno del partito decidendo di sfidare il destino.
Anziché licenziare chi lo spingeva verso il baratro, ha scomunicato gli oppositori interni trattati come eretici e si è puntellato con l’alleanza dei cascami parlamentari del NCD e di ALA nonché delle oligarchie multinazionali bancario-industrial-finanziarie nazionali ed estere.
Il popolo italiano deluso da tante promesse non mantenute o realizzate in modo maldestro (aumento del debito, crescita ferma, morosità nel pagamento dei debiti, oppressione di Equitalia, riforme della Scuola, del Lavoro, delle Banche popolari, della Pubblica Amministrazione), arrabbiato per i repentini rovesciamenti degli impegni presi e per l’assenza di prospettive, contrariato dal flebile aggancio dell’Italia al positivo trend globale (inflazione a zero, bassissimo costo del petrolio, continua iniezione di denaro dalla BCE con il QE) e indispettito dalla martellante propaganda su tutti i mezzi di informazione, ha seguito l’intuito di non potersi fidare dell’uomo e della corte dei miracoli che lo circondava, incapace di scrivere una legge senza strafalcioni, senza palesi contraddizioni, senza vergognosi compromessi al ribasso che erodevano i diritti del cittadino.
Il responso delle urne del referendum costituzionale del 4 dicembre è stato durissimo, non sul filo dei voti, bensì con un distacco di 20 punti percentuali, ed ha fatto crollare miseramente, in meno di un’ora dalla chiusura delle votazioni, ogni sogno di gloria, di grandezza, di conquista del potere in modo totale.
Gli è toccato, nell’incalzare delle critiche, rassegnare le dimissioni al Capo dello Stato e tornarsene con l’alterigia di sempre al villaggio di Rignano sull’Arno, convinto di poter continuare a comandare la distribuzione delle carte nella formazione del governo Gentiloni e di sfidare il partito per la riconquista della segreteria.
Renzi, vinte le primarie grazie anche alle truppe cammellate dei cinesi e stranieri in genere, e il congresso farsa contro due candidati zoppi come Orlando ed Emiliano, accecato dalla sua crescente ambizione di onnipotenza, ha creduto di avere ricevuto un consenso popolare unanime.
Riconquistata la segreteria è rimasto refrattario ad ammettere di aver sbagliato strategia, non ha fatto autocritica per i rovesci subiti (elezioni regionali, elezioni comunali, referendum, leggi bocciate dalla Corte Costituzionale), non si è liberato dei pretoriani adulanti ed è andato verso le elezioni comunali di giugno 2017 con la solita sicumera immaginando di riscattarsi per il ritorno a Palazzo Chigi.
Di fronte ai numeri del disastro (il PD ha perso metà dei comuni che deteneva prima dell’11 giugno 2017) ancora una volta si è rifiutato di ammettere la cocente sconfitta. Ha fatto ricorso a grafici farlocchi per dimostrare di aver avuto più sindaci della destra o dei 5 stelle e sorvolando sulle migliaia, centinaia di migliaia, di voti persi sul campo, ha rispolverato la tesi peregrina del voto a macchia di leopardo.
Parte della sconfitta è sicuramente dovuta agli avversari politici coalizzati nel dargli una sonora legnata, ma dal voto dell’11 giugno è emerso con chiarezza che tanta gente comune, giovani, anziani, disoccupati, lavoratori temporanei gli hanno negato la fiducia perché non rappresenta più gli interessi dei lavoratori, dei poveri, di quanti faticano ogni giorno.
Era convinto di vincere e di rafforzare la propria leadership, ma ha sbagliato clamorosamente.
Ora, rinserrato nel suo ufficio blindato, dal quale continua a lanciare in maniche di camicia slogan e annunci via twitter, ha mimato il tragico comportamento di chi, attorniato dai soliti cortigiani fedelissimi, ma inutili, ha paura di vedere la realtà fuori del bunker.
Come i generali del passato, che abbiamo visto prima, ha addossato la colpa della sconfitta ai suoi soldati elettori sminuendo la portata della débacle politica con la facezia che se perdi in un Comune e vinci in quello accanto la partita non è compromessa.
Pur avendo ceduto le roccaforti storiche del partito come Genova, Carrara, L’Aquila e Sesto San Giovanni, un tempo definita la Stalingrado operaia d’Italia, si è vantato di aver strappato alla destra Lecce e Cernusco sul Naviglio come se queste località avessero la stessa valenza dei Comuni persi.
Nel vano tentativo di ripristinare un dialogo con il suo popolo scomparso ha risposto a centinaia di messaggi via Facebook sottraendosi all’analisi del perché della caduta e invitando i suoi seguaci a guardare avanti.
Sempre contornato da personaggi ubbidienti che non hanno l’ingegno, l’acume e la capacità di proporre analisi realistiche, né di accettare che la sconfitta sia la fotografia del rifiuto di qualche milione di elettori di sinistra di continuare ad appoggiare un partito schierato sulle formule del liberismo e dell’affarismo, è rimasto praticamente solo.
Se risponde a verità l’affermazione che “l’uomo vale quanto la sua parola” Renzi non ha più scampo.

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