LE SPESE FOLLI DI UN PAESE IN BOLLETTA

 

di torquato cardilli   LE SPESE FOLLI DI UN PAESE IN BOLLETTA

bollette

Provate a domandare non al primo che incontrate per strada, ma alla persona che ritenete più informata se sa dirvi in quante missioni militari all’estero sia oggi impegnata l’Italia, da quanto tempo, in base a quale dibattito parlamentare con dovuta informazione all’opinione pubblica e a quali costi addossati sulle spalle di ogni cittadino.
Non vi saprà rispondere o al massimo vi dirà i nomi di una missione “Afghanistan” oppure aggiungerà quello di un’altra “Iraq”, infine se è proprio una persona che segue le vicende politico militari aggiungerà la parola “Libano”, ripetendo nomi imparati da oltre dieci anni, ma tacerà sicuramente sugli altri quesiti.
Se le cose stanno così è veramente necessario che l’italiano medio sia meglio informato e rifletta sulle scelte del Governo e sull’atteggiamento passivo del Parlamento.
L’Italia, incapace di dare lavoro ai suoi giovani, di procedere alla ricostruzione dal terremoto, di mettere in sicurezza il paese dai disastri idrogeologici, di proteggere la sua natura dai piromani che agiscono al soldo della camorra, di garantire la sicurezza delle infrastrutture (scuole, ospedali, ponti, ferrovie), di migliorare i trasporti urbani e regionali, di ridurre il colabrodo delle reti idriche, di sventare le discariche abusive di rifiuti tossici, di assicurare un reddito minimo, di estirpare corruzione ed evasione fiscale, di tenere in prigione i delinquenti incalliti e i banchieri truffatori, di mettere un freno effettivo all’immigrazione di massa ecc. perché priva di risorse (così dice il Governo che piagnucola con l’Europa) però si svena con le costose missioni militari per pura vanagloria dei quattro cialtroni che mettono le mani nelle tasche di 60 milioni di cittadini.
Nessun dibattito non dico in Parlamento, ove chi vi siede svolge l’unica occupazione di passare il giorno a spalmare colla sul proprio scranno, ma nemmeno nelle segreterie dei partiti o sui mezzi di informazione radio televisivi o della carta stampata che si limitano a scarni comunicati, tipo notiziole da titoli di coda, mentre quotidianamente insistono sulle bizze dei vari leader politici, divulgando le loro scempiaggini letterarie, o dilungandosi sui furbetti del cartellino.
L’Italia (sono dati pubblicati dal Ministero della Difesa) partecipa gratis, cioè senza alcun tornaconto politico, a ben 31 missioni militari in 22 paesi diversi con l’impiego di 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei, 13 mezzi navali e ben 7.600 militari regolari (di varie specialità) fissi sul campo, quasi quanti lo Stato ne destina all’operazione “strade sicure” che vede impegnati 7.000 militari a presidio di obiettivi definiti sensibili per alleviare lo sforzo di polizia e carabinieri nella prevenzione del terrorismo. Ma a differenza dell’impegno in Italia la dislocazione di oltre settemila soldati all’estero significa una movimentazione annua di ventimila effettivi.
Nel 2017 il rifinanziamento di queste missioni militari all’estero, approvato dai soliti noti, ha comportato una spesa di 1,28 miliardi di euro con un incremento del 7% rispetto alla spesa del 2016 che era stata di 1,19 miliardi.
Se avete voglia di un po’ di ilarità per distrarvi dai vostri guai quotidiani basta leggere l’aulica e retorica presentazione che compare sul sito dell’esercito italiano. Lì è tutto un florilegio di banalità come “la consapevolezza dell’esercito che le operazioni militari contribuiscono e stimolano la crescita del paese, e promuovono la coscienza dell’importanza dell’Italia di assumere ruoli di sempre maggiori responsabilità anche in campo internazionale”. E ancora “l’output operativo dell’esercito al servizio dell’ONU, della NATO e dell’UE, rappresenta uno stimolo alla stabilità e allo sviluppo, condizioni necessarie per riportare la speranza nelle aree del globo particolarmente martoriate”.
​Capita la musica? Andiamo con le armi spianate pronti a sparare e a bombardare per contribuire alla crescita dell’Italia e per riportare in aree tormentate la speranza che togliamo ai nostri cittadini. E questo sarebbe l’antipasto dello slogan “aiutiamoli a casa loro” che ci viene propinato un giorno da Salvini, e il giorno dopo da Renzi, lontano mille miglia dalla visione strategica e dal disegno politico di un Cavour che seppe imporsi al tavolo dei grandi non come cameriere, ma da commensale con eguali diritti.
Il teatro operativo in cui l’impegno italiano è numericamente più consistente è quello della regione Iraq-Kuvait. I nostri geni tattici, del tipo alla “very bello”, cultori a chiacchiere della tradizione romana, resuscitando il nome di una storica legione fondata dall’imperatore Settimio Severo nel 197 d.C., hanno spedito in Mesopotamia la missione “Prima Parthica”  con l’impiego di 1.500 militari, 420 mezzi terrestri e 17 aerei (dal costo di 300 milioni l’anno, aumentato del 7% rispetto alla spesa del 2016 che si era attestata sui 250 milioni) addetti non solo alla protezione della diga di Mossul, ma anche al supporto dei bombardamenti anti Isis, al recupero e all’evacuazione dei feriti, all’addestramento delle forze di sicurezza curde.
Chi ce lo ha chiesto? Gli Stati Uniti che ad ogni incontro sistematicamente insistono sull’aumento del nostro impegno militare che noi accettiamo sull’attenti senza obiezioni.
Che vantaggio o almeno contropartita abbiamo ricevuto in cambio? Nulla.
Chi ha pagato le spese? Il popolo italiano.
In Afghanistan abbiamo 950 militari, 148 mezzi terrestri e 8 elicotteri inquadrati nell’operazione americana “Resolute Support”, una spedizione ridotta rispetto alle migliaia di qualche anno fa, ma tuttora languente (costo per l’Italia di 295 milioni) per nascondere la più grande sconfitta militare moderna degli Stati Uniti che dopo ben 15 anni di guerra non sono riusciti a venire a capo dell’intricatissima matassa tribale del paese, né a debellare i talebani o a stroncare i traffici di armi e di droga che invece si sono moltiplicati. Questa guerra non dichiarata e incostituzionale ci è costata un certo numero di morti e di mutilati, sacrificati in nome di quale esigenza patriottica? Pura vanagloria di fronte all’alleato americano che ci comanda a bacchetta, senza alcun effetto (ripeto alcun effetto) sulla sicurezza e sul benessere del popolo italiano.
In Libano schieriamo nella missione “Unifil” in funzione di cuscinetto tra Israele e gli irredentisti hezbollah e aggregazioni varie 1.125 soldati 303 mezzi e 6 aerei (con un costo di 153 milioni) inviati per esaudire una richiesta delle Nazioni Unite che non hanno mai speso una parola in difesa delle ragioni di diritto italiane.
La Libia, dopo la disastrosa guerra scatenata dalla Francia, Gran Bretagna e USA contro Gheddafi per esclusivi interessi loro contrari ai nostri, cui si è supinamente e vigliaccamente accodato Berlusconi sotto l’imperio di Napolitano, è diventata la madre di tutti i nostri guai sull’immigrazione. Vi abbiamo spedito la missione “Ippocrate” non solo per addestrare la marina militare e la guardia costiera libica (operazione in cui manifestiamo la nostra effettiva incapacità di sorvegliare le coste africane) ma gestiamo anche un ospedale da campo di base a Misurata. Il costo di questa missione per il 2017 è quasi triplicato rispetto all’anno precedente passando da 17 a 48 milioni. Dispieghiamo 326 militari e 107 mezzi oltre a un numero imprecisato di agenti sotto copertura, spioni e barbe finte che avrebbero il compito di fornire informazioni utili al Governo per la scelta della migliore politica atta a stroncare i traffici di carne umana. E invece niente. Il vero scopo è quello di proteggere e garantire l’attività dell’ENI anche a costo di perdere credibilità e onorabilità sugli altri fronti e di essere il bersaglio principale di un’eventuale colpo di coda dei jihadisti o di un’operazione di forza del generale Haftar da Bengasi, sostenuto dalla Russia e dall’Egitto e con cui tratta Macron.
Quanto alla lotta vera contro gli scafisti nessun successo o risultato pratico. Ci vantiamo di condurre, con la benedizione di Frontex, la regia delle operazioni navali di soccorso ai barconi e di accoglienza dei migranti con i nomi più fantasiosi “Mare Sicuro” dal costo di 84 milioni con 4 navi, 5 aerei e 700 uomini, “Sophia” dal costo di 43 milioni con un’altra nave, due velivoli e 600 uomini, “Nato Sea Guardian” dal costo di 19 milioni con 3 navi, 2 velivoli e 300 uomini, e una quarantina di navi di vari paesi extra mediterranei, il tutto senza aver impedito il ripetersi di naufragi o di partenze dalla costa libica di natanti di disperati, mentre i trafficanti di carne umana avvisano in anticipo per telefono o per radio le navi delle Ong per segnalare le partenze, le coordinate e chiedere il soccorso.
E’ stato mai spiegato agli italiani quale sia lo scopo della nostra partecipazione in Kossovo nell’operazione “Nato Joint Enterprise” dal 2005 con una presenza militare di 568 uomini 202 mezzi e 1 aereo (costo 80 milioni)? E perché in Turchia, abbiamo dislocato dal 2013, la missione “Sagitta” nell’ambito dell’”Active Fence” americana, che sarebbe incaricata della difesa antiaerea e antimissile da possibili attacchi dalla Siria con 130 uomini e una batteria missilistica con una spesa di 12 milioni che si moltiplicherebbe se si facesse fuoco? O piuttosto lo scopo nascosto è quello di sorvegliare ed opporsi alla presenza russa in Siria e nella regione?
Non è finita.
Tanto per appagare le vanterie di un apparato militare che ambisce a mostrine e decorazioni, abbiamo inviato dal 2008 nel golfo di Aden la missione “Atalanta” di 407 soldati 2 navi e 2 aerei (costo 27 milioni), impegnati nella lotta alla pirateria tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di fronte alle coste somale, mentre in Somalia con un nostro contingente di 130 soldati e 18 mezzi aerei (13 milioni) siamo stati messi a capo della missione dell’Unione Europea “EUTM” per l’addestramento dell’esercito e della polizia locale. Infine ci sono anche altre missioni italiane nel mondo: 160 soldati e 50 mezzi terrestri (costo 20 milioni) dislocati sul confine lettone-russo nell’ambito della “Spearhead Force” della Nato pronta ad una reazione rapida, 110 uomini e 4 aerei da caccia (costo 11,5 milioni) per pattugliare lo spazio aereo bulgaro nell’ambito di un’altra missione Nato di polizia aerea, 145 soldati e 6 caccia (costo 3 milioni) sono operativi in Islanda a richiesta della Nato come protezione di quello spazio aereo, a Gibuti teniamo una base militare di supporto di 126 uomini e 21 mezzi (112 milioni), negli Emirati Arabi 126 uomini, 12 aerei (costo 21 milioni), ed altre micro missioni in Albania (6 milioni), in Egitto (4 milioni), Mali (2,5 milioni), in Palestina (3 milioni) a Cipro, Georgia, Bosnia, Niger, Malta, India-Pakistan, per un totale di altri 455 soldati e qualche milione di euro.
Per non parlare della triplicazione dei fondi destinati ai servizi segreti. Si è passati da 5 a 15 milioni per le operazioni d’intelligence collegate alle missioni di agenti di spionaggio e controspionaggio dell’AISE in Libia, Iraq e Afghanistan, grazie all’introduzione voluta nel 2015 da Renzi di affiancamento di forze speciali forze militari a supporto delle operazione coperte di intelligence.
Quando mai è stata data all’opinione pubblica dal Governo una giustificazione accettabile di questo insulso sperpero di denaro?
I cittadini italiani che pagano le tasse hanno il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi e con quale beneficio per la collettività nazionale. Hanno il diritto di sapere che le loro privazioni servono a finanziare spese folli di finto prestigio in operazioni militari all’estero in scenari sempre più incerti, succubi delle scelte del padrone di oltre atlantico in funzione anti russa, mentre dobbiamo subire l’affronto di chi in Europa, rimproverando la nostra inettitudine, si dichiara pronto ad intervenire militarmente per impedire le partenze dei migranti dalla Libia.

Torquato Cardilli

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