DALLO SCHIAFFO DI TUNISI AI PESCI IN FACCIA UN’OFFESA SEMPRE DALLA STESSA PARTE

di torquato cardilli   DALLO SCHIAFFO DI TUNISI AI PESCI IN FACCIA UN’OFFESA SEMPRE DALLA STESSA PARTE  (30.07.2017)

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E’ passato più di un secolo dallo “schiaffo di Tunisi”, espressione ampiamente utilizzata nelle cronache
dell’epoca per qualificare l’azione di forza dell’occupazione militare della Tunisia da parte della Francia, contro
le aspirazioni italiane. La storia oggi si ripete, come se il Governo Gentiloni fosse ancora quello di Cairoli,
primo ministro dell’Italietta povera, anzi stracciona, e del tutto inadeguato a fronteggiare le sfide del tempo, con
la differenza che ora, al contrario di allora, si reagisce con molto meno orgoglio nazionale, si fanno spallucce e
non ci si dimette.
Nel 1881 la Tunisia, solo nominalmente stato vassallo della Sublime Porta ottomana,  era da molto tempo meta
di una consistente emigrazione italiana, che grazie ai trattati commerciali sottoscritti con lungimiranza prima
dal regno delle due Sicilie, poi da quello di Piemonte e Sardegna e infine dall’Italia unitaria aveva raggiunto la
ragguardevole consistenza di 100 mila persone, e rappresentava la componente europea di gran lunga la più
numerosa.
Per ragioni di rapporti storici, di prossimità geografica e di supremazia di questa presenza sociale ed
economica, il governo di Roma riteneva, in un’epoca tipicamente coloniale, che la Tunisia fosse da considerarsi
come rientrante naturalmente nella sfera d’influenza italiana e che l’Italia potesse legittimamente stabilirvi un
protettorato quale forma di equilibrio geopolitico per bilanciare la presenza della Francia in Algeria e della
Gran Bretagna in Egitto.
Alla colonizzazione della Tunisia, considerata un obiettivo strategico, era interessata però anche la Francia,
desiderosa di ampliare i suoi possedimenti d’oltremare, convinta della debolezza italiana e fiduciosa di poter
contare sull’acquiescenza della Germania che vedeva con occhio favorevole che il suo nemico storico si
impegnasse il più lontano possibile dai suoi confini.
Mentre i politici italiani passavano il tempo nell’antico male delle diatribe tra i partiti nell’eterna arte del rinvio
senza prendere decisioni, e la diplomazia non riusciva a tessere alcuna rete di alleanze, l’illusione che
l’Inghilterra, contraria all’espansionismo francese, potesse esercitare un ruolo di garante dell’aspirazione
italiana, fu bruscamente interrotta quando la Francia fece sbarcare a Tunisi le sue truppe di occupazione per
imporre al Bey il protettorato che fu presto trasformato in dominio coloniale per cui si disse che la Tunisia era
una colonia italiana governata dalla Francia. Ancora una volta fu dimostrato che in politica estera conta il fatto
compiuto.
Il Governo Cairoli del tutto isolato in Europa, con la Francia apertamente ostile, con l’Austria nemica storica,
con la Germania non certo propensa a favorirci, con il papato che si riteneva prigioniero di uno Stato usurpatore
e con l’Inghilterra che manteneva un atteggiamento ambiguo, subì impotente questo affronto. Unico sussulto di
dignità fu l’atto di dimissioni di Cairoli.
Sant’Agostino di Ippona ci ha lasciato nei suoi Sermoni una frase lapidaria “Roma locuta, causa finita est”. Il
teologo si riferiva alle questioni canoniche sottoposte all’esame del Pontefice, ma da allora si è inteso che
quando il potere romano si esprimeva ufficialmente non c’era più spazio per sofismi interpretativi.
Purtroppo abbiamo imparato, soprattutto nell’ultimo quarto di secolo, che il potere romano, che parli dal Colle,
da Palazzo Chigi o da Monte Citorio non fa differenza, si è sempre espresso in modo ambiguo e difforme dalla
realtà prendendo in giro gli italiani e suscitando all’estero ilarità o commiserazione per la solita prosopopea dei
muscoli finti.
Cosa è successo in questi ultimi giorni da far resuscitare il ricordo storico dello schiaffo di Tunisi?
L’Italia per la sua debolezza intrinseca e per la sua politica estera del tutto evanescente di fronte a chi è più
forte, è stata letteralmente prima presa a calci negli stinchi (dai paesi baltici, dalla repubblica Ceca, Polonia,
Austria, Ungheria) sulle quote dei migranti e poi a pesci in faccia dalla Francia, ça va sans dire, sulla Libia.
Il presidente francese Macron, osannato da Renzi e dalla sinistra italiana come il nuovo campione
dell’europeismo contro il populismo e la supposta antipolitica dilagante, si è rivelato un micro Napoleone, con
la stessa inimicizia viscerale verso l’Italia. Alla stregua dell’imperatore dei francesi, che aveva impalmato una
dama più anziana (Giuseppina de Beauharnais, già madre di due figli), ha mostrato da subito un ego enorme: ha
fatto allargare la sua foto ufficiale a misura extralarge mandando in tilt tutte le sedi dei Comuni, delle

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Prefetture, delle Ambasciate, delle Scuole, dei Comandi militari ecc., ed ha sostituito al vecchio aforisma di
Luigi XIV “la loi c’est moi” quello più pesante “l’Europe c’est nous” intendendo per “noi”, i francesi.
Dapprima, infrangendo quella specie di unanimità occidentale che voleva spodestare il dittatore sanguinario di
Damasco, ha detto chiaro e tondo che Assad poteva restare al suo posto, poi, – e qui riemerge l’anti italianità di
fondo dello chauvinisme francese -, ha chiuso le frontiere a Ventimiglia, quindi ha negato l’ingresso nei suoi
porti alle navi dei salvataggi dei migranti in mare, e ci ha pubblicamente umiliato, a dispetto dei sorrisi elargiti
a Taormina, scalzandoci dal ruolo di mediazione e di tessitura politica in Libia, concordato non solo a livello di
Unione Europea e dell’ONU, ma anche con l’approvazione di Washington.
Ha invitato in Francia, senza nemmeno consultarci o preavvertirci, il presidente libico di Tripoli al Serraj ( che
ha autorità su un territorio inferiore a quello del Vaticano) e il generale di Tobruk Haftar (che gode
dell’ombrello russo e controlla militarmente con l’appoggio di Egitto, Arabia Saudita e Emirati oltre 100 tribù)
per far firmare loro nel castello di La Celle-Saint- Cloud presso Parigi, un accordo preconfezionato all’Eliseo in
dieci punti sconosciuto da tutti fino alla vigilia.
Macron ha vigliaccamente approfittato della crisi dei migranti che tiene inchiodata l’Italia rimasta sola nella
ricerca affannosa di una soluzione che può risultare devastante per gli equilibri sociali interni e rovesciato il
tavolo della politica tradizionale avvalendosi anche della collaborazione dell’inviato dell’ONU, il libanese
Ghassam Salamè (presente al vertice, quale successore del tedesco Kobler) che fino al 2015 era stato direttore
della scuola di politica internazionale di Parigi, posto lasciato a Letta. Come dire un libanese di nascita, ma un
francese di cuore.
I due leader libici si sono impegnati in particolare (ma non credo che mantengano fede a quanto sottoscritto) al
cessate il fuoco, a creare un esercito unitario, a rivolgere le armi contro il terrorismo, e ad organizzare entro il
2018 elezioni presidenziali e parlamentari sotto la supervisione dell’Onu.
L’immagine internazionale della Francia, che è stata la madre del disastro libico, e la responsabile passiva del
flusso dei migranti che dal Niger (sotto il controllo dei soldati francesi) si riversano in Libia, ne esce rafforzata,
mentre quella dell’Italia è stata fatta a pezzi proprio il giorno dopo che il nostro Capo dello Stato, agli
ambasciatori riuniti a Roma in un’inutile passerella di banalità, protestava contro l’Europa le cui prese di
posizione definite “battute e facezie” non potevano essere tollerate.
Gentiloni, che da ministro degli esteri aveva regalato alla Francia con un trattato ispirato da Renzi un pezzo di
mare ligure, dopo questo affronto avrebbe dovuto sentire su di sé tutta la vergogna di vedere arrivare a Roma,
il giorno dopo l’incontro di Parigi, proprio Serraj il quale non solo non si era sognato di avvertirlo su quanto
stava cucinando Macron, ma senza nemmeno giustificarsi del doppiogioco di aver sottoscritto un accordo
piuttosto impegnativo a nostra insaputa, osava continuare a chiedere ancora aiuto all’Italia.
Macron, non contento di averci umiliato nel terreno della politica estera, ha rincarato la dose in quello della
politica economica rinnegando il patto sottoscritto dal suo predecessore secondo cui Fincantieri subentrava
all’amministrazione controllata dai Coreani dei cantieri navali di Saint Nazaire. Motivo? Lo stato francese –
sono queste le parole del ministro francese dell’economia, il conservatore Le Maire – non poteva consentire che
un asset strategico come quello dei cantieri navali, soprattutto per le implicazioni militari, finisse in mani
straniere. Come dire che i Coreani potevano tranquillamente detenere il 66% mentre agli Italiani che mettevano
i soldi (80 milioni di euro uno sull’altro) per salvare i cantieri dal fallimento non era consentito di avere il 51%.
Se l’Italia non avesse accettato di cedere la maggioranza di controllo dei cantieri, Parigi li avrebbe
nazionalizzati. Questo aut aut che ha accresciuto a Roma il senso di tradimento consumato dalla Francia, come
rileva persino la stampa britannica, spiega benissimo il concetto della nuova Europa macroniana (l’Europe c’est
nous), imposto proprio dal paese che negli ultimi anni ha considerato l’Italia terreno di caccia grossa
commerciale acquisendo il controllo di imprese famose dalla telefonia (Telecom, Tim) all’alimentare (Parmalat,
Eridania), al lusso (Brioni, Pomellato, Pucci, Bulgari, Loro Piana, Fendi, Gucci, Bottega Veneta, Poltrona Frau)
alle assicurazioni (Generali) alle banche (BNL, Cariparma, Pioneer, Medio Banca), all’industria (Fiat
ferroviaria, Edison) per finire con Acea, la municipalizzata di Roma di cui Suez è il principale azionista privato
con il 23%.
La colpa di tutto questo è solo nostra: i tre anni di governo Renzi sono stati utilizzati per svillaneggiare
l’Europa ed irridere i vertici ristretti dai quali venivamo sistematicamente esclusi, la Mogherini che non è stata
nemmeno invitata al vertice da Macron si è rivelata del tutto insignificante come vice presidente della
Commissione europea e responsabile della sua politica estera mentre l’inesperienza di un ministro degli Esteri

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come Alfano, del tutto avulso da una realtà internazionale così complicata, indaffarato com’è a cercare di
sopravvivere in questo governo e a cercare una collocazione nel 2018 quando difficilmente potrà essere rieletto,
completano il quadro.
Ma come poteva velleitariamente pretendere un principiante della politica estera come Alfano di convincere
Haftar ad entrare come ministro della difesa nel governo di Tripoli? Quando ci si impone come mediatori
bisogna essere equidistanti (vedi Macron) e non spalleggiare una parte contro l’altra.
Abbiamo fallito perché da Renzi a Gentiloni non abbiamo voluto guardare in faccia la realtà, non abbiamo
avuto il coraggio di mettere davanti a tutto gli interessi italiani come fanno gli altri, e ci siamo accodati
supinamente a tutte le decisioni prese alle nostre spalle, accontentandoci di fare gli ospiti paganti nelle riunioni
inutili da Ventotene a Taormina e di accogliere senza freni i migranti dall’Africa.
E, sale sulla ferita, Alfano ha subìto anche il compatimento ipocrita del suo collega francese il socialista Le
Drian, (già ministro della Difesa sotto Hollande e dunque interprete di una certa continuità di strategia politica),
che lo ha rassicurato con una pacca sulle spalle che la sua assenza dal vertice pro Libia non pregiudicava i
rapporti futuri tra i due Paesi e che l’Italia sarebbe stata invitata per dire sì, se si comporta bene, ad un vertice a
settembre allargato alla Spagna e alla Germania. Come dire a Parigi la gloria ed a Roma le grane.
Ma torniamo ai seguiti della visita a Roma di Sarraj.
Con grande fanfara Gentiloni ha annunciato che l’Italia, a richiesta del governo legittimo libico, invierà la sua
marina militare nelle acque territoriali libiche. Sospiro di sollievo di tanta parte della società italiana, che però è
durato il tempo di un battito di ciglia. Appena le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia, immediata è stata la
reazione del generale Haftar che ha chiamato Serraj per accusarlo di tradimento degli interessi nazionali tanto
che questi ha subito emesso una secca smentita negando di aver mai chiesto una cosa del genere all’Italia.
Pronta marcia indietro di Palazzo Chigi che ha rettificato che la nostra marina avrebbe aiutato la guardia
costiera libica a fronteggiare gli scafisti.
Quello che era stato presentato come un nostro intervento decisivo si è risolto in 24 ore in un aborto di missione
militare con due sole navi incaricate di dare un supporto tecnico, logistico ed operativo alla guardia costiera
libica. Risultato? L’unico deterrente all’immigrazione dalla Libia sarà il mare in tempesta.
Siamo già passati attraverso un’incomprensione che ci costò la sonora sconfitta di Adua a seguito del trattato di
Uccialli che in italiano voleva dire sottomissione dell’Abissinia all’Italia ed in Tigrino cooperazione con
l’Italia.
C’è da sperare che questa volta a Roma imparino non solo la storia, ma come si difendono al meglio gli
interessi italiani.

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