ERRORI STRATEGICI E OLTRAGGIO

di torquato cardilli     ERRORI STRATEGICI E OLTRAGGIO

iuventa 

Non è una novità se esprimo il mio disaccordo con la politica estera di questo governo e di questo parlamento, eletto con una legge incostituzionale, interessato solo al privilegio.

L’ho scritto in tutte le salse e lo ripeto oggi a proposito della Libia mettendo in luce gli errori strategici derivanti da un’analisi approssimativa, da una palese ignoranza del contesto storico-politico, da un’ingenua fiducia nella propria capacità di strappare un risultato a politici imbroglioni e corsari. Credendo di convincerli come si faceva con i primitivi vendendo perline e specchietti, abbiamo vantato l’ingiustificata ambizione di voler contare di più di quanto ci potessimo permettere nel far valere le nostre ragioni rispetto ad alleati pronti a lusingarci a parole e ad abbandonarci e poi agire alle nostre spalle.

L’Italia ha giocato a fare la parte della grande potenza e della grande politica con la Libia, paese che era legato a noi da un trattato di amicizia e di partenariato anche nel settore militare, firmato nel 2008 dal primo ministro Berlusconi, ratificato dal Parlamento italiano e tradito nel 2011 dallo stesso Berlusconi che per far piacere alla Francia, agli Stati Uniti e all’Inghilterra ha aderito alla guerra di spappolamento del paese.

Allora, avendo noi in mano importanti carte positive e negative come il jolly del maggior interscambio commerciale con la Libia e della maggiore produzione di gas e olio libico, e la carta nera di essere il principale obiettivo dell’immigrazione incontrollata, non ponemmo nessuna condizione per la nostra partecipazione, né sui dividendi politici, né sul dopo.

Berlusconi era all’epoca molto debole, con ferite ancora sanguinanti, per l’abbandono di Fini, le vicende giudiziarie legate al caso Ruby, lo spread montante, l’aperto sarcasmo con cui veniva accolto nei vertici internazionali. Era interessato solo al destino delle proprie aziende e alla propria sopravvivenza politica che gli avrebbe consentito di manovrare il parlamento e la giustizia.

Fu dunque per questi motivi, e non per quello che ora spaccia come senso di responsabilità nazionale, che non volle creare una spaccatura politica con il Colle e cedette alle pressioni degli interventisti Obama (premio Nobel per la pace!) e la Clinton che volevano a tutti i costi eliminare Gheddafi, uscito il quale dalla scena si sarebbero completamente disinteressati della Libia considerata un campo  minato (come in effetti è avvenuto) lasciando all’Italia di risolvere tutti i problemi dell’immigrazione selvaggia.

Alle pressioni Usa andavano aggiunte anche quelle, condite da qualche minaccia nei confronti dell’ENI, di Francia e Gran Bretagna e Napolitano, in una concitata riunione del consiglio supremo di difesa, impose il peso della propria decisione su un debole Berlusconi che finì, come Ponzio Pilato, per aderire.

Ci è bastato dunque nasconderci, molto incoscientemente, dietro le decisioni NATO e ONU che, contro il parere della Russia, avevano benedetto l’arroganza di Sarkozy e l’interventismo di Obama e Cameron, né sollevammo alcuna obiezione o previsione sullo scenario politico praticabile per fronteggiare il caos che sarebbe nato con la scomparsa di Gheddafi.

E’ stato semplicemente folle, un atto di tradimento degli interessi nazionali, soggiacere alle pressioni del mai abbastanza vituperato presidente Napolitano che, ottenuto il via alla guerra, mentre questa era in pieno svolgimento, già nell’estate del 2011 tramava alle spalle di Berlusconi per offrire in modo extraparlamentare la premiership a Monti, poi materializzata a novembre 2011, un mese dopo la morte di Gheddafi.

Da allora, e soprattutto in questi ultimi anni, non è stata messa allo studio alcuna strategia: ci siamo accontentati del riconoscimento da parte dell’UE e dell’ONU che avevamo titolo a giocare la partita come primi attori. Ma quale partita? Quella di riaprire un’ambasciata fantasma a Tripoli, unico paese dell’UE, dando un appoggio politico e tecnico ad un premier fantoccio messo dall’ONU Fayez al Serraji che ha a mala pena autorità sulla base in cui è trincerato?

Come mai ci siamo sbilanciati così apertamente, mentre autorevoli membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come la Russia e la Francia manifestavano una certa considerazione per l’altro leader, il generale Khalifa Haftar (appoggiato da Egitto e Arabia Saudita), capo delle forze armate libiche, già collaboratore della CIA, che da Tobruk comanda in tutta la Cirenaica con l’ambizione di contendere tutto il potere in Libia?

Perché si è ignorato che tre generazioni di libici, specialmente dei ceti rurali e tribali, vissute sotto il pugno e la propaganda di Gheddafi, sono state allevate e cresciute nella permanente inimicizia verso l’Italia rafforzata nel 2011 dal tradimento del patto del 2008?.

Non ci era bastata l’umiliazione di Macron che, spodestandoci dal nostro ruolo di interlocutore privilegiato sugli affari libici, aveva convocato a Parigi i due leader contrapposti per far loro firmare un documento su cui Serraji non ci aveva né informato né consultato?

E come pensavamo di passare per policy maker del Mediterraneo, senza avere un accordo preventivo con Haftar?

Possibile che nessuno si sia chiesto perché mai in questa difficile partita fosse deliberatamente assente l’Europa, sempre prodiga di parole, ma avara di sostegno concreto?

Non era stata sufficiente la figuraccia di aver annunciato che la Libia ci aveva chiesto di inviare la nostra marina militare nelle acque libiche subito smentita dallo stesso Serraji accusato da Haftar di tradimento della dignità nazionale?

In modo del tutto incosciente il Governo si è schermato dietro un’audizione farsa dei ministri della difesa Pinotti e degli esteri Alfano davanti alle commissioni parlamentari congiunte di Camera e Senato, per portare in aula una risoluzione che lo autorizzasse ad effettuare una missione operativa della nostra marina militare con due navi addette a compiti di aiuto e assistenza alla guardia costiera libica.

I voti favorevoli alla risoluzione (firmata Cicchitto) sono stati 328 (maggioranza di governo più Forza Italia), quelli contrari 113 (M5S + sinistra), 22 gli astenuti (fratelli d’Italia).

Con un tempo di reazione veramente minimo alla decisione italiana l’emittente al Arabiya ha dato notizia dell’ordine impartito all’aviazione libica dal generale Haftar, di bombardare qualsiasi nave non commerciale straniera che entri in acque libiche.

Il nostro flemmatico presidente del Consiglio ha di nuovo fatto spallucce ispirando un comunicato che definiva la minaccia libica non credibile e infondata.

A stretto giro di posta Haftar, sostenuto dal voto unanime del parlamento di Tobruk, ha espresso la sua netta opposizione all’operazione navale italiana qualificata come “violazione della sovranità nazionale”, e confermato l’intenzione di attaccare le nostre navi.

Come se ciò non bastasse è intervenuto a ruota il redivivo Saif al Islam (il figlio di Gheddafi), già condannato a morte per genocidio dal tribunale dei rivoltosi all’epoca della cattura e uccisione del padre, ora liberato dal carcere e praticamente graziato proprio da Haftar. Questo personaggio, dimenticando le responsabilità paterne  nella cancellazione della democrazia, ha fatto leva sull’orgoglio nazionale per ricordare ai libici che i politici italiani sono dei traditori del trattato del 2008 ed ha dichiarato senza mezzi termini che il popolo dovrà ribellarsi unitariamente contro questa nuova forma di colonialismo italiano.

E in modo spontaneo o organizzato sono fiorite manifestazioni di piazza con l’incendio oltraggioso del tricolore. Bel risultato della nostra politica estera da principianti!

Siamo riusciti nel breve volgere di pochi giorni a metterci da soli nel sacco resuscitando uno spirito bellicoso libico unitario (lo stesso dei tempi di Omar al Mukhtar) tanto che persino il vice di Serraji è ora pronto a passare allo schieramento anti italiano.

E in tutto questo l’ONU, gli USA, l’Europa (non dimentichiamo che la responsabile della politica estera europea è la Mogherini), la NATO sono rimasti silenti a guardare.

Intanto l’Italia ha ingaggiato un’altra battaglia, quella reale contro gli scafisti e le ONG colluse con i trafficanti di migranti.

Il primo risultato del giro di vite del Ministro Minniti, che pur tra mille titubanze e incertezze ha varato un regolamento di operatività dei navigli delle ONG (presenza a bordo di nostra polizia giudiziaria, trasparenza sui bilanci, divieto di spegnimento di trasponder e radio) è stato che i traffici di migranti si sono ridotti.

Intendiamoci: il problema non è cessato. C’è solo una pausa di adattamento delle organizzazioni criminali che con molta duttilità sapranno individuare gli anelli deboli della catena posta a protezione delle nostre coste.

Nel frattempo a richiesta del Procuratore di Trapani Cartosio il GIP (cioè un giudice terzo) ha ordinato il sequestro cautelativo della nave Iuventa battente bandiera olandese, peschereccio adattato a operazioni di salvataggio, gestito dall’organizzazione tedesca Jugend Rettet, accuratamente perquisita con prelevamento delle attrezzature informatiche e dei registri di bordo per ulteriori accertamenti. L’accusa è di complicità attiva nell’immigrazione clandestina soprattutto perché i migranti non sono stati presi a bordo in condizioni di pericolo, ma con mare assolutamente piatto, da un barcone senza alcuna avaria e successivamente trasbordati su un’altra nave più grande facendo perdere così le tracce dei traffici.

In rete sono già visibili le documentazioni fotografiche, pubblicate dalla TV e da tutti i giornali (qui sotto descritte) come prova regina della collusione anche in base alle registrazioni telefoniche tra l’Ong e i mercanti dei migranti.

Foto 1: si vede nitidamente un barchino degli scafisti avvicinarsi sotto bordo della nave dell’Ong e parlottare con il suo equipaggio;

Foto 2: la nave Iuventa ha la bandiera libica issata sull’albero di poppa, segno questo inequivocabile che il natante era in acque libiche o che la bandiera era stata issata apposta per farsi riconoscere;

Foto 3: un barcone zeppo di disperati è trainato dal motoscafo veloce degli scafisti fin sotto la nave addetta al salvataggio;

Foto 4: documenta il trasbordo dei migranti dal barcone alla nave;

Foto 5: gli scafisti legano una cima al barcone vuoto e lo rimorchiano indietro per effettuare un altro carico;

Foto 6: gli scafisti si allontanano salutando gli addetti alle operazioni di soccorso che sono a bordo della nave di salvataggio;

Foto 7: in un’altra operazione gli scafisti dopo aver scortato un gommone con i tubolari quasi sgonfi a distanza visiva dalla nave di salvataggio, asportano il motore del gommone e se lo portano via.

Tutte queste prove sono la conferma della fondatezza dell’allarme lanciato ad aprile dal procuratore di Catania Zuccaro – inascoltato, anzi osteggiato dalla maggioranza di governo e persino dal CSM -, e delle accuse specifiche avanzate dal M5S sui taxi del mare contro cui si sono scagliati a corpo morto il PD, il Ministero della Giustizia e la cosiddetta stampa indipendente scritta e in video.

Ma oltre al danno abbiamo subito anche la beffa. La Iuventa non solo si è rifiutata di aderire al decalogo di comportamento del Ministero dell’interno e di collaborare con le autorità italiane, ma ha inalberato a prua a mò di sfida come una bandiera corsara, un cartello a caratteri cubitali dal contenuto oltraggioso: “FUCK IMRCC!”, che per chi non è pratico di inglese vuol dire “Fanculo al Centro di Coordinamento Internazionale dei Soccorsi” (cioè l’Italia).

Piuttosto che impelagarci nel ginepraio libico sarebbe bastato che avessimo appoggiato ancora con più decisione le Procure della Repubblica che hanno lanciato l’allarme dotandole di tutti i mezzi necessari e che non si receda di un millimetro dall’imposizione a tutti i natanti del rispetto del regolamento varato dal Viminale.

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