Mezzogiorno e banche, il caso della Banca Popolare di Bari

Le recentissime notizie di avvisi di garanzia ai vertici della Popolare di Bari, stanno nuovamente accendendo un riflettore sull’ennesimo fortunale che può abbattersi sul sistema bancario, vista l’importanza di quella Banca nel panorama nazionale e, ancor più, in quello del Mezzogiorno d’Italia.

E proprio da quest’ultima circostanza vorrei prendere le mosse, prima di parlare della Popolare.

Il Sud, infatti, non ha più una grande banca che lo rappresenti e lo sostenga.

Il Banco di Napoli è oramai da anni saldamente integrato in Intesa e il Banco di Sicilia, a fine millennio scorso, è entrato prima in Banca di Roma e quindi, conseguentemente, in Unicredit.

Ha rafforzato la sua influenza al Sud anche UBI Banca assorbendo Carime, che nasceva dalla fusione di Caripuglia, Carical e Carisalerno e che era stata acquisita nel 2001, comprandola da Banca Intesa.

Anche piccole Banche hanno subito la stessa sorte, come la Banca Popolare Apricena, assorbita da Banca Popolare di Milano (oggi BancoBPM) oppure numerose banche siciliane, calabresi, campane e pugliesi assorbite da Credem.

Potrei andare avanti a lungo, tanto è lunga la lista, ma termino ricordando Banca Meridiana, nata da un po’ di zoppicanti realtà apulo-lucane, finita nelle (in)capaci mani di Veneto Banca che la ha usata per prendere anche BancApulia.

Quella che ho qui velocemente tratteggiato è probabilmente la seconda grande conquista del Sud, stavolta però non favorita da grandi potenze straniere che, per loro interessi, agevolarono e/o supportarono i Savoia, ma creata dalla insipienza dello stesso sistema economico/politico del Mezzogiorno che ha completamente defedato l’area, dietro il paravento della “Questione Meridionale” da cui francamente nessuno vuole uscire, né i politici né gli stessi abitanti.

Detto in parole più crude, questo Mezzogiorno, proseguendo caparbiamente a vivere in una logica sostanzialmente assistenziale, ha fatto crollare il buono nell’economia, che pure c’era, ed ha conseguentemente fatto crollare anche le banche, che sono divenute oggi soltanto propaggini di raccolta, derivante per la gran parte proprio dai soldi dell’assistenza, che le stesse banche “occupatrici” reimpiegano poi al Nord (questo, magari, sarà oggetto di un altro articolo, per spiegare qualcosa agli amici della Lega).

Ciò detto, occorre comunque fare un doveroso distinguo: la parte occidentale del Mezzogiorno (Campania, Sicilia, Calabria) rappresenta la parte più malmessa, con poche eccezioni; Puglia e Basilicata, invece, presentano sorprendentemente diverse zone di alta vitalità, con imprese produttive di valore, nel turismo, nell’agroalimentare, ma non solo.

Si pensi ad esempio alla MerMec di Monopoli che inventa e produce, tra l’altro, le intelligenze artificiali dei treni ad alta velocità ed è oggi presente praticamente in tutti i continenti.

Grazie alla MerMec il Politecnico di Bari ha preso nuovo vigore.

Ecco!

Siamo tornati a Bari.

La Banca Popolare di Bari è l’ultima Banca di sistema rimasta al Sud ed è allocata proprio in una zona dove gli stereotipi meridionali potrebbero essere cancellati.

In Puglia esistono altre due popolari e vi sono diverse BCC, qualcuna di pregio, come Castella Grotte, ma stiamo parlando di dimensioni e vocazioni differenti.

Per questo, i recenti fatti non possono che destare forte preoccupazione.

Un problema alla Popolare di Bari, infatti, sarebbe un problema non solo per il Sud ma anche per tutto il sistema.

Basti solo ricordare che Popolare di Bari, che già aveva acquistato, incongruamente a giudizio di scrive, la Cassa di Risparmio di Orvieto, è stata la Banca che ha acquistato Tercas dopo un lungo contenzioso del Governo con la DG Concorrenza della UE, inaugurando la prima delle tante figuracce in materia bancaria che hanno contraddistinto la “dinamica” leadership di Renzi (andatevi a rileggere il mio articolo, sempre su Informationzero, del 21 aprile 2016*.).

E, probabilmente, proprio quell’operazione è stata l’inizio di tanti guai.

Un po’ di storia della Banca.

Fu fondata nel 1960 da un gruppo di imprenditori e di banchieri provenienti da realtà minori, capeggiati da Luigi Jacobini.

La Banca divenne subito un importante punto di riferimento per l’economia locale, grazie anche ad alcune iniziative di grande spessore sociale, come un prestito scolastico dato senza discriminazioni, a tasso zero e con la banca che si assumeva anche l’onere del bollo della cambiale che, all’epoca, era strumento usuale di garanzia.

Insomma, un banchiere (e un gruppo sociale) illuminato, tant’è che – quando improvvisamente mancò nel 1978 – Guido Carli (all’epoca Governatore della Banca d’Italia) ne fece un accorato elogio.

La Banca prosegui poi nelle parimenti abili mani del figlio Marco Jacobini che la fece crescere fino però, ahimè, ad arrivare alle operazioni prima descritte, che sono state in parte volute e in parte subite.

Subite, perché nel frattempo la Banca è diventata un punto di riferimento dell’economia locale e quindi oggetto di pressioni, appetiti, blandizie e quant’altro possibile, da parte politica.

Per capire basta osservare l’isterica reazione dell’On. Boccia del PD o del Governatore Michele Emiliano alla notizia degli avvisi di garanzia e l’altrettanto scomposto attacco ai suoi colleghi di partito di Renzi che ha avuto una polluzione notturna al pensiero di poter dare addosso a una banca che non è toscana (perdendo l’ennesima occasione di stare zitto, cosa che proprio non gli riesce).

Vediamo un po’ più da vicino i fatti.

Nel fascicolo del bilancio individuale 2016, a pag. 28 si legge: “In data 15 dicembre 2016, la Banca è stata oggetto di perquisizione e sequestro nelle proprie sedi legali ed amministrative site in Bari, da parte degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria della Guardia di Finanza, Nucleo Speciale Polizia Valutaria e Nucleo Polizia Tributaria di Bari, sulla base di specifica delega della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari. In particolare, le motivazioni attengono ad un presunto reato di “ostacolo alle attività degli Organi di Vigilanza” connesso alle recenti operazioni di aumento di capitale, oltre ad approfondimenti relativi alle regole di gestione dell’internalizzatore non sistematico che governa gli ordini di acquisto e di vendita dei titoli azionari e obbligazionari emessi dalla Banca. Il procedimento non presenta soggetti indagati, risultando attivato nei confronti di ignoti. La Banca ha fornito la massima collaborazione agli organi inquirenti, confermando la piena correttezza del proprio operato sia con riferimento al rispetto delle procedure interne sia, soprattutto, agli obblighi nei confronti delle Autorità di Vigilanza, esercitando, altresì, i propri diritti di difesa.”.

Ma a fine agosto di quest’anno, colpo di scena, gli indagati arrivano con gran eco di stampa e sono i Vertici aziendali più altri dirigenti**. Tra questi i due figli di Marco Jacobini, che lavorano in banca in posizione apicale.

Come facile capire, la botta è grossa.

Ma vediamo un po’ la posizione tecnica dell’Istituto.

La Banca è ancora una Popolare, malgrado la riforma che imponeva la trasformazione in SpA entro il 2016 delle prime dieci popolari italiane.

Lo stop alla trasformazione è arrivato grazie a un ricorso al Consiglio di Stato, che ha ravvisato nei motivi dei ricorrenti elementi rilevanti e non manifestamente infondati (insomma, anche stavolta, il grande governo Renzi ha abborracciato qualcosa senza farla bene).

Si attende la decisione nel merito il prossimo gennaio.

Le azioni, non quotate, non hanno sostanzialmente mercato perché nessuno le vuole comprare.

Dopo tanti anni, hanno anche subito una svalutazione, per quel che vale.

Anche il tentativo di scambiarle facendole ammettere al mercato Hi-Mtf, una piattaforma di scambio privata resa oggi possibile dalle nuove regole, non ha sortito effetti perché se non c’è chi compra c’è poco da offrire.

Questo sta determinando tensione e rabbia tra gli azionisti/risparmiatori (ricordiamoci che è una popolare) con circostanze che ricordano tristemente i casi veneti.

Ma la banca è davvero nella stessa situazione delle due “serenissime”?

No!

La situazione tecnica è ben diversa.

Mi spiace per i due lettori che ancora rimangono, ma qualche numero lo devo dare.

La banca, al termine dello scorso esercizio, presentava un patrimonio netto di Gruppo (i dati sono in migliaia) di € 1.068.918 (cui va aggiunto un trascurabilissimo apporto di capitale di terzi) con un patrimonio netto di classe 1 di € 840.876, cui vanno aggiunti € 263.523 di classe due (fonte: Pillar 3).

Insomma, la banca presenta un totale patrimonio ponderato per il rischio superiore al miliardo di Euro a fronte di attività ponderate di poco inferiori ad 8,5 miliardi.

In tale situazione i coefficienti al termine dello scorso esercizio erano i seguenti (fonte Pillar 3):

  • Capitale primario di classe 1/Attività di rischio ponderate (CET1 capital ratio) 9,92%
  • Capitale di classe 1/Attività di rischio ponderate (Tier 1 capital ratio) 9,92%
  • Totale fondi propri/Attività di rischio ponderate (Total capital ratio) 13,03%

I crediti non in bonis (fonte: bilancio consolidato, importi in migliaia) erano pari a

  • Sofferenze lorde 1 .484.378 con una copertura del 62,3%
  • Crediti deteriorati lordi 2 .831.509 con una copertura del 45,1%.

Quanto alla semestrale, non disponibile sul sito, essa si è conclusa (fonte: comunicato stampa della Banca del 9 agosto 2017) con una perdita netta di 2,3 milioni, provocata dalla integrale svalutazione della partecipazione al Fondo Atlante per 23,6 milioni.

È “In rallentamento la dinamica delle sofferenze lorde (-0,6% nei sei mesi), mentre si confermano consistenti i livelli di copertura: 61,7% per le sofferenze, 43% per i crediti deteriorati nel loro complesso” (fonte: comunicato stampa).

Ti pareva che Atlante, ulteriore capolavoro renziano, potesse mancare?

Insomma, senza tediare ulteriormente con dati tecnici, la Banca appare sicuramente fragile ma è una banca che può reggere, anche se necessita di interventi decisi; questo, se non vi sono cause esogene che determinano scossoni.

In questa situazione, è chiaro che un avviso di garanzia ai Vertici, per di più con ipotesi accusatorie di non secondo momento, indebolisce assai la Banca sia nella governance (un vertice azzoppato da cotanti sospetti può andare avanti serenamente?) sia nella percezione del pubblico, già minata dalla mancanza di un mercato liquido delle azioni.

In più, aggiungiamo una cosa.

Conosco Marco Jacobini e, personalmente, lo reputo un buon banchiere anche se nessuno è eterno. Ma la presenza di un Jacobini padre fondatore, un Jacobini figlio Presidente attuale e due Jacobini nipoti già ai vertici dà alla Banca un sapore nord-coreano che oggi costituisce ulteriore zavorra per un vascello debole.

Insomma, qualunque sia l’esito delle indagini e degli eventuali processi, la Popolare di Bari non può sopportare i tempi lunghi della giustizia (oltretutto eterni in Italia).

Per questo motivo, è opportuno che – al di là di eventuali decisioni personali che ciascuno vorrà o potrà prendere – la Vigilanza intervenga nuovamente sulla azienda, con tutte le prerogative e le armi che ha.

Non importa che abbia finito una ispezione lo scorso anno, poche settimane prima che entrasse la PG in azienda a Dicembre.

Non importa nemmeno che tutto questo baillame sia nato con un esposto di un dipendente licenziato.

Ora la situazione è diversa da fine anno scorso e l’azienda deve essere rimessa in carreggiata subito, lontano dai tempi e dagli strepiti della politica che, finora, ci ha regalato solo un pasticciaccio Tercas, quattro banche andate troppo tardi in risoluzione, due Venete che invece di essere salvate hanno affondato altre risorse grazie ad Atlante, un Montepaschi pubblico e tante altre cose che stare qui ad enumerarle ci manderebbe in depressione.

Solo con un intervento rapido e tecnico si può sperare di lasciare al Sud una banca che possa agire sul Mezzogiorno, che è ora che se la sbrighi da solo, senza piagnistei, assistenza e furbate varie.


* https://informationzero.wordpress.com/2016/04/21/banche-da-salvare-e-aiuti-di-stato-non-veri-il-diktat-europeo-e-i-giochetti-nazionali-di-giovanni-grossi/

** http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/09/11/news/dagli_inchini_del_santo_e_della_politica_alle_inchieste_della_magistratura_la_lunga_parabola_della_popolare_di_bari-175245720/

 

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2 pensieri su “Mezzogiorno e banche, il caso della Banca Popolare di Bari

  1. Un buon approccio per reagire ! La banca popolare di Bari è l’ultima banca (di rilevanza) rimasta al sud e ci deve rimanere. Al sud non si fa shopping con i saldi #sapevatelo

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