QUISQUILIE KEYNESIANE E BANCHE INEFFICIENTI (Seconda parte)

Dopo aver pasticciato con John Maynard Keynes e aver pianto sulla complessa situazione del nostro debito pubblico, ora parliamo un po’ dell’intervento del Direttore Generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, a Courmayer il 23 settembre scorso.

È importante per il suo contenuto ed anche perché, stavolta, un esponente della Vigilanza di peso parla chiaro, togliendo il tono paludato ad una Banca d’Italia che da troppo tempo è in debito di parole dirette con gli italiani.

Questo intervento segue un altro, ben più pesante, della scorsa settimana, dove Salvatore Rossi esce dal suo ruolo istituzionale e parla, da meridionale, del male che lo stesso Mezzogiorno rappresenta per sé stesso. Non è oggetto delle nostre chiacchiere, ma fa piacere citarlo

In più, dopo che ho messo on-line la prima parte di queste chiacchiere, è stato pubblicato un intervento del Vice Direttore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, il 26 settembre 2017, all’inaugurazione del Fintech District di Milano (una cosa seria, mica la abortita Tiburtina Valley romana).

Anche lì il discorso sulla necessità di innovazione è stato espresso in modo chiaro e assertivo.

 

*   *   *

 

Parte seconda: le banche sanno sostenere le nostre imprese?

 

L’economia Italiana era già debole quando fu investita dalla crisi finanziaria globale del 2007-2008: aveva un sistema produttivo strutturalmente incapace di generare innovazioni, efficienza e vero sviluppo e un sistema finanziario sbilanciato verso le banche. La vecchia “foresta pietrificata” del sistema bancario italiano si era già smossa da tempo, ma non poche banche erano attardate da vizi antichi di governance e di gestione. I fattori di debolezza si alimentavano l’un l’altro, erano oggetto di convegni e denunce pubbliche. Essendo essi connaturati col Paese e con la sua storia, almeno a quella recente, una soluzione appariva lontana.”.

Questo l’inizio dell’intervento di Salvatore Rossi, sul quale mi permetto di chiosare che solo taluni esponenti e pochissime aziende bancarie, purtroppo non sistemiche, avevano cominciato a smuoversi, mentre la maggioranza era quel che era, a cominciare da Unicredit che è stata scossa, da poco, solo da uno straniero.

Quando si prende un febbrone avendo l’organismo già indebolito si corrono seri rischi, e l’Italia li ha corsi. Ne sta uscendo solo oggi, con tendenze incoraggianti, anche se ancora non decisive.” (periodo successivo dell’incipit).

Anche su questo mi permetterei di esser più pessimista, vista la situazione del debito e vedendo i balbettii governativi su manovre che si vuol spacciare per proattive, ma che partoriscono solo gracili topolini di vita effimera.

Credo che il Dr. Salvatore Rossi ben sappia, essendo assai più titolato e preparato di chi scrive, quale sia la vera situazione, ma a un pubblico esponente dello Stato non si può chiedere di più. Il ruolo istituzionale esige moderazione e pacatezza.

Nel frattempo, “parla” anche il Dr. Fabio Panetta, Vice Direttore Generale di Banca d’Italia e uomo che pur venendo dagli Studi nella Vigilanza ha messo mano, cosa importante dopo troppi “studiosi” che il sistema bancario lo hanno visto solo sulle tabelle Excel.

Nella sua presentazione, intitolata “L’innovazione digitale nell’industria finanziaria italiana”[i], il Dr. Panetta è ancor più esplicito nei confronti delle esigenze evolutive del nostro sistema bancario: “Le banche italiane si stanno liberando della pesante zavorra accumulata nei durissimi anni di recessione dell’economia reale. Il grado di capitalizzazione è in miglioramento; grazie alla ripresa congiunturale e agli interventi effettuati, i prestiti deteriorati si stanno riducendo a ritmi che solo pochi mesi fa alcuni ritenevano irraggiungibili. L’attività di vigilanza deve ora proseguire in maniera graduale, evitando impulsi prociclici, accompagnando questo miglioramento e consentendo agli intermediari di tornare a finanziare appieno l’economia italiana. La sfida che si pone ora di fronte alle banche è quella di riportare la redditività su livelli soddisfacenti. Si tratta di un compito non facile. Con il ricorso alla tecnologia esse potranno ridurre i costi e migliorare la qualità dei servizi. Al tempo stesso la tecnologia abbatte le tradizionali barriere all’ingresso nei mercati del credito e dei servizi finanziari e comprime i loro margini di profitto. L’effetto finale sulla redditività non è pertanto agevole da prevedere. Le banche dovranno in ogni caso effettuare investimenti ingenti in tecnologia per sopravvivere.

Una sola chiosa.

Non credo che i prestiti deteriorati si stiano riducendo in assoluto.

O meglio, di sicuro lo stock oramai è in grosso calo perché è in mano a società di recupero, che troppo spesso disintermediano le aziende di credito, con grave danno del cliente già nei guai. Ma questo è un discorso che ho già fatto ed esula dal tema che sto trattando.

Ci sono poi molti unlikely to pay che sono sull’orlo del crinale.

Ma quel che vorrei davvero sapere è: quanti crediti nuovi sono dati alla vecchia maniera?

Inoltre, le banche hanno sistemi informativi tali da consentire un vero supporto decisionale a chi deve concedere gli affidamenti, che non si limiti alla mera analisi di bilancio, garanzie personali e notizie pregiudizievoli (tipo pignoramenti avvoltoio di Equitalia) ma guardi l’operatore economico, soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), nel loro contesto di riferimento, apprezzandone le capacità evolutive del prodotto proposto, anche in relazione: alla concorrenza; ai mercati; alla struttura dell’azienda?

È proprio questa infatti la sfida del Fintech: utilizzare big-data formati da grandi aggregati di dati bancari di proprietà della banca stessa e socioeconomici di qualsiasi fonte, nonché ulteriormente arricchiti da tutte le informazioni che in rete si pescano.

Insomma, a fronte di bancari che oramai da anni non sanno più dare credito, non ne hanno più le basi, il problema si sposta su: “con quali attrezzi lavorano?”.

Che informazioni producono per capire subito non solo che una impresa sta cominciando ad andare male ma, addirittura, che potrebbe andare male?

In più, visto che seguire le PMI costa (ci metti quasi lo stesso tempo a dare un fido da 50 milioni di euro o uno da 5 milioni) le grandi banche si orientano sui c.d. big ticket, così si fa più in fretta e si va anche a visitare il bel mondo degli industrialotti.

Che diamine!

Anche la vanità da parvenu vuole la sua parte!

Peccato che “beccare un buco grande” fa molto male (pensate solo alla devastazione che hanno sparso i costruttori romani) mentre avere tante imprese e fidi poco concentrati riduce il rischio o, quanto meno, lo porta verso la curva media di sistema, che è nota e gestibile.

Però, per darli e seguirli, bisogna essere efficienti e rapidi, ci vogliono più sistemi e meno uomini. La “macchina” ti deve informare compiutamente e tu, naturalmente, devi capire.

Nel frattempo nascono nuove iniziative imprenditoriali che stanno, anche in questo caso, disintermediando il sistema bancario, ma fuori da un ambito vigilato (è il c.d. fenomeno dello shadow banking), che sono molto più rapide e che non pensano in modo tradizionale (pensate solo alla rivoluzione di ApplePay che ha portato a livello globale molte iniziative di pagamenti con smartphone nate un po’ ovunque).

Leggete le righe che ho sottolineato nell’intervento del Dr. Panetta, che ben sottolineano come, per le banche, il pasto non sia più gratis.

Sentite, poi, quel che dice il Dr. Rossi su queste nuove società: “Esse usano tecniche di analisi dei dati innovative (artificial intelligence e machine learning) per trattare in modo efficiente le informazioni che individui e imprese disseminano nella rete, a volte inconsapevolmente (big data). Algoritmi misurano per mezzo di queste informazioni il merito di chi chiede credito e il risultato è a disposizione dei risparmiatori che erogano direttamente il finanziamento, su piattaforme digitali che non prevedono la presenza di un intermediario bancario. Il gioco sembra particolarmente redditizio quando a chiedere credito è una persona fisica o una piccola impresa: in tal caso, sostengono i fautori di FinTech, un algoritmo che si basa sui big data è molto più efficiente di un ufficio popolato di impiegati di banca.”.

(…)

L’insidia per gli intermediari tradizionali è grande. L’unico fattore che può tenere legati prenditori e datori di fondi a un intermediario tradizionale è la fiducia, la dimestichezza con altri esseri umani che stanno dall’altra parte di uno sportello, o anche soltanto con un marchio. Si tratta di un fattore imponderabile, è difficile fare previsioni. Di certo, occorrerà che le banche diano molta più importanza ai canali distributivi digitali, che rivedano radicalmente il modo in cui analizzano e archiviano l’informazione sui clienti. Occorreranno ingenti investimenti in tecnologia e in capitale umano”.

Non commento quel che ho sottolineato. Mi pare giusto e perfetto così. Si comprende subito.

Suona un po’ un Requiem?

Se il sistema non cambia velocemente, sì, suona un po’ una dichiarazione di morte.

Il Dr. Panetta fornisce qualche speranza in più: “La Banca d’Italia si confronta da tempo con questi cambiamenti, al fine di facilitare l’innovazione finanziaria laddove essa comporti benefici per la collettività. Abbiamo valutato, e stiamo valutando, progetti innovativi presentati da banche e altri operatori del settore creditizio e dei pagamenti; esaminiamo le iniziative delle società italiane di peer-to-peer lending che richiedono la licenza di Istituto di Pagamento. Nell’ambito della nostra ordinaria attività istituzionale seguiamo l’attività delle imprese Fintech e le principali iniziative in corso. Da oltre due anni abbiamo attivato un tavolo dedicato alla tecnologia blockchain, alla base delle monete digitali. Il convegno organizzato lo scorso anno su questo tema, a cui hanno partecipato rappresentanti del settore finanziario e tecnologico, è un esempio del nostro impegno sul tema dell’innovazione finanziaria.  Al fine di facilitare la sperimentazione di soluzioni innovative abbiamo con gli operatori un dialogo continuo; esso ha ora un suo rilievo autonomo nel Piano Strategico 2017-19 della Banca d’Italia”.

Chi è vecchio come me ed è da tanto nel sistema, ricorda bene i vecchi SESI e SISC (“antichi” dipartimenti informatici della Banca d’Italia) fatti di persone all’avanguardia, dal cacciavite al programma.

Ritengo quindi questa dichiarazione non solo importante, ma proveniente da una istituzione di consolidata esperienza.

Mi fa anche piacere che la Banca d’Italia riacquisti un ruolo autonomo, almeno nella ricerca, nei confronti di una Europa che ancora non mi sta dando quel che mi sarei aspettato.

Fine del panegirico e fine anche delle illustrazioni.

È ora di trarre un po’ di conclusioni.

 

UNA SINTESI E DUE MODESTE IDEE

Tra la prima e la seconda parte vi è una apparente eterogeneità.

Ed in effetti i temi trattati sono assolutamente differenti.

Tuttavia, vi è qualcosa che tiene insieme le due cose.

Tra uno Stato indebitato e da troppo malgovernato e un sistema bancario pietoso, almeno nella maggior parte delle sue componenti (si salvano diverse realtà, ma che non sono in grado, da sole, di mantenere tutto il tessuto economico nazionale) chi sostiene la piccola e media impresa o i professionisti che sono l’ossatura della società?

 

Per le nuove iniziative dovrebbe intervenire lo Stato o soggetti specializzati in start-up.

Il rischio che ha una nuova iniziativa, per quanto ben pensata possa essere, è infatti comunque superiore a quello di un andamento ordinario o a quello di una società che vuol crescere e diversificarsi ma partendo da una base già consolidata.

In questo caso, le banche è meglio che si occupino di realtà già operanti oppure che agiscano di concerto con altri soggetti specializzati in nuove iniziative.

 

Nel programma del M5S c’è la proposta di una banca di Stato a ciò appositamente dedicata.

In realtà questa Banca già esiste; è Mediocredito Centrale (MCC), storica azienda che ha gestito dal 1952 gli interventi statali (per chi non lo sapesse, il primo nome era Istituto Centrale di Credito a Medio Termine alle Medie e Piccole Imprese. Più chiaro di così). Oggi si tratta di riportare ai fasti antichi questa banca, da troppi anni maltrattata.

 

Già, ma con quali soldi?

 

Ecco, bisogna da un lato abbattere il debito pubblico operando come si è detto nella prima puntata, così si può pensare a dotazioni. I lavori di proposizione legislativa del Movimento vanno avanti. Vi terremo informati.

Dall’altro lato occorre che questa Banca coltivi anche rapporti con investitori professionali italiani ed esteri in campo di start-up.

Tra l’altro, MCC, quando era ancora un istituto vero e serio, aveva una splendida di società di M&A e Venture Capital, SO.FI.PA. (ricordo diverse belle operazioni tra cui, ad esempio, l’ingresso in pool nel capitale di Permasteelisa).

Tornate all’antico e sarà un progresso (Giuseppe Verdi).

 

Più complesso è il discorso sulle Banche.

 

Non c’è bisogno che ribatta io sulle arretratezze dei sistemi informativi a me ben note. Lo hanno detto meglio i due autorevoli esponenti della Vigilanza che ho saccheggiato per portare avanti queste piccole idee.

 

Il livello di preparazione degli addetti, infatti, è veramente – in generale – scarso. Agire su risorse non più giovani, talvolta pure demotivate visto l’andazzo, non è facile e dà risultati non correlati allo sforzo. Lo dico come esperienza sul campo e anche confrontandomi con l’ultimo stanco neurone che mi è rimasto.

 

Ma non possiamo fare fucilazioni di massa e dobbiamo anche avere rispetto di lavoratori che sono poco efficienti non per loro colpa, ma per una classe di esponenti aziendali (faccio fatica a chiamarli Direttori Generali o Amministratori Delegati) che hanno creato strame, concime su cui è cresciuto solo un interesse personale loro e di una buona fetta di deteriori politici.

 

Qui l’intervento deve essere particolarmente duro e deve avere un supporto pubblico anche per favorire il ricambio, nonché la forte attenzione della Banca d’Itala ad essere incubatrice di nuovo, come lo fu tante volte in passato (ricordo una tre giorni nel 1985, cito la data a memoria, di convegno a favore delle Banche di Credito Cooperativo, tenutasi presso la Sadiba di Perugia, che è la scuola di formazione della Banca d’Italia. Il Convegno serviva proprio a far uscire dal passato quelle istituzioni e le loro Federazioni).

 

A questo il Movimento (o chiunque governerà) dovrà porre forte attenzione.

 

Non è più possibile fare giochetti di potere con il mondo del credito (e restare impuniti come Denis Verdini).

 

[i] http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/Panetta_26092017.pdf?pk_campaign=EmailAlertBdi&pk_kwd=it

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2 pensieri su “QUISQUILIE KEYNESIANE E BANCHE INEFFICIENTI (Seconda parte)

  1. Singіng worship ѕοngs iѕs nice but tһat?s not the only strategy to worship.?
    Daɗdy said, maybhe to make Larry cease sіnging. ?There aarе lots of methods
    to worship.

    Mi piace

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