LA PROPRIETÀ DELLA BANCA D’ITALIA (fatti veri e luoghi comuni)

Rientro su un argomento che avevo trattato già tempo fa, perché l’articolo relativo ai processi che seguono una ispezione di Vigilanza ha più volte riportato alla luce, nei commenti che ho ricevuto, il presunto problema della proprietà della Banca d’Italia “in mano” ai soggetti vigilati.

Credo, quindi, che un po’ di ordine sia necessario.

Cos’è la Banca d’Italia e come è regolata

La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico.

Nasce dalla fusione di diverse banche centrali degli stati nazionali via via assorbiti dal Regno d’Italia (con la sola eccezione del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli) e assume la forma giuridica che ha tutt’ora con la Legge bancaria del 1936 (per inciso, ancora oggi una delle migliori leggi bancarie storicamente fatte in materia, non solo nel nostro paese).

La radicale riforma del Testo Unico Bancario avvenuta col D.Lgs 385/93 ha mantenuto vigenti i vecchi articoli del ’36 relativi alla citata forma giuridica.

Tale situazione è stata ribadita dalla Cassazione il 21 luglio 2006, con la sentenza 16751 a sezioni riunite, dove si è affermato che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375“. La proprietà può quindi essere di soggetti privati, la gestione ha un ruolo pubblicistico, come compiti e poteri[i].

Il ruolo pubblico è ancora ribadito nello statuto che, all’ art. 1, Comma 1, esplicitamente recita “La Banca d’Italia è istituto di diritto pubblico”.

Pertanto, qualsiasi sia la compagine proprietaria, la Banca d’Italia deve rispondere al pubblico interesse.

Il patrimonio è di € 7.500.000.000 diviso in 300.000 quote di € 25.000 ciascuna.

Queste quote possono essere detenute, ai sensi dell’art.3, Comma 3, solo da:

  1. banche aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia;
  2. imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia;
  3. fondazioni di cui all’articolo 27 del decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153;
  4. enti ed istituti di previdenza ed assicurazione aventi sede legale in Italia e fondi pensione istituiti ai sensi dell’art. 4, comma 1, del decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252.

Il diritto di voto dei c.d. “Partecipanti al Capitale” è però limitato, proprio per mantenere intatto il pubblico interesse rispetto a possibili pressioni dei partecipanti stessi.

Infatti, l’art. 6 dello Statuto, al Comma 2, così recita: “L’assemblea non ha alcuna ingerenza nelle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite dal Trattato, dallo Statuto del SEBC e della BCE, dalla normativa dell’Unione europea e dalla legge alla Banca d’Italia o al Governatore per il perseguimento delle finalità istituzionali.”.

Tradotto in parole povere, i partecipanti non possono occuparsi di Vigilanza, di politica monetaria e di qualsiasi altra attribuzione che derivi dalla necessità di soddisfare le finalità istituzionali.

In sintesi, possono avere voce in capitolo su quasi niente.

In più, nessun partecipante può detenere più del 3% del Capitale.

E allora: perché partecipare?

 

Che vantaggi si hanno partecipando al Capitale?

Facciamo un altro piccolo excursus storico.

L’originaria proprietà, come detto, deriva dalle vecchie banche statali preunitarie.

Queste erano nate da decisioni pubbliche e/o da iniziative di enti sociali di comunità, solitamente istituzioni mutualistiche.

Per questo motivo, in Italia, prima della grande riforma delle Casse di Risparmio e della privatizzazione di altri istituti pubblici (come la BNL), il sistema bancario era in larga parte pubblico.

Anche qualche banca privata possedeva quote della Banca Centrale, ma erano quote minoritarie.

Con le privatizzazioni iniziate alla fine del secolo scorso si è avuta la parallela mutazione della qualità dei “Partecipanti”.

Questo, grazie alle citate previsioni normative, non ha modificato l’indipendenza dell’Istituzione.

Prova ne è il grande scandalo scoppiato con l’intervento a gamba tesa sulla riconferma di Visco da parte dell’ex Premier Renzi.

Lo sgarbo è stato grave perché la nomina del Governatore spetta al Capo della Stato su proposta del Governo, previo parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia.

Torniamo a noi.

Che vantaggi si hanno a partecipare al capitale, visto che le funzioni pubbliche rimangono integro patrimonio della Nazione e non dei privati?

Di sicuro, tra i vantaggi non è possibile annoverare benevolenza e salvataggio.

Nel momento in cui scrivo, sul sito della Banca d’Italia c’è ancora una lista contenete tra i partecipanti Banca Popolare di Vicenza, Carismi e Caricese, e altri “soliti noti”[ii].

Cioè vi sono diverse realtà che oggi non esistono più come entità autonome, o non lo saranno a breve o, addirittura, sono in liquidazione.

Quindi, togliamo di mezzo l’argomento relativo alla circostanza che i partecipanti possano influenzare il partecipato. I fatti sono questi.

Quanto a poteri dei partecipanti, peggio della Banca d’Italia, nella storia, c’è stata solo la FIAT di Gianni Agnelli, dove il parco buoi di borsa serviva per fare operazioni di sistema (come pagare l’uscita della Finanziaria Libica Lafico; chi è vecchio sa di che parlo) e per garantire capitale, ma contare contavano una nota unità di misura di nullità.

E allora?

In effetti un vantaggio c’è ed è, YMHO, un vantaggio del tutto iniquo.

La Banca d’Italia distribuisce utili, in misura ridotta rispetto al risultato, ma comunque significativa.

E non è solo questo, sempre a mio parere sia chiaro, il fatto nefando.

Ancora un pochino di storia recente.

Nel 2014 il capitale della Banca d’Italia aveva ancora un valore nominale di €156.000, cioè di un bilocale in periferia a Roma, e fu rivalutato invece di far ricomprare tutto dallo Stato.

La rivalutazione a 7,5 miliardi ha consentito alle banche partecipanti di rafforzare il valore del patrimonio con una posta che reputo fittizia, visto che le quote non sono facilmente vendibili (alla fine di questo pezzullo ne parleremo un po’ di più con l’aiuto di qualcuno più bravo di me).

Eravamo nel momento in cui la rottura della diga non era più arginabile col ditino del bambino olandesino, piccolo eroino un poco coglioncino, ma i problemi si appalesavano gravi con l’avanzare lavico delle previsioni di assorbimento di capitale previste da Basilea e altre amenità.

E allora, già da fine 2013, il Governo Letta prepara un decreto che “stabilisce” il valore con una attitudine tutta italiana a mettere la polvere sotto il tappeto invece di risolvere il problema[iii], inaugurando così una serie di interventi sciagurati sul sistema bancario che ci ha perseguitato poi con Renzi e ora con Gentiloni.

Tutti interventi naturalmente, ça va sans dire, con effetti ben diversi da quelli sperati, ammesso che si abbia avuto qualche barlume di percezione sugli effetti delle decisioni governativo/legislative. Si guardino solo, ultimamente, i problemi che ha la riforma delle popolari o quelli che stanno vivendo le BCC.

A questo inane tentativo di rafforzamento patrimoniale si affianca, come cennato, non meno deprecabile, un’altra circostanza, sempre a mio modestissimo parere.

Ai partecipanti spetta il riconoscimento di una quota degli utili della Banca Centrale nella misura del 6%, redistribuendo così risorse pubbliche a enti privati che nulla hanno a che vedere con la gestione dell’Istituto di emissione.

Quanto sarebbe stato meglio redistribuire quelle risorse, cui lo Stato ha scientemente rinunziato, a enti di ricerca, enti mutualistici, enti in genere dedicati al sociale, che sarebbe stato assai più vicino allo spirito con cui erano nate le prime associazioni di mutuo soccorso da cui scaturirono le casse di risparmio?

Senza contare il vantaggio che avrebbero potuto avere le Università, cui si sarebbe pure potuto chiedere, in cambio della partecipazione; un contributo attivo diretto, a rafforzamento del grande rapporto che ha la Banca d’Italia ha già col mondo accademico [iv]?

Certo, al momento questa mia opinione ha un valore puramente speculativo, visto che troppe quote sono passate di mano per rispettare il limite del 3% di possesso e diversi enti pensionistici hanno fatto il loro ingresso nella lecita e corretta speranza di inserire un asset sicuro nel loro portafoglio.

Rimane comunque il fatto che nel 2013/2014 fu fatta una scelta che definire opinabile è assai riduttivo.

 

Piccole considerazioni conclusive

Spero di aver mostrato come l’indipendenza della Banca d’Italia sia garantita dal quadro normativo vigente e quindi tutte le polemiche che derivano dalla partecipazione al capitale non abbiano ragion d’essere.

È, infatti, il quadro disciplinare e tecnico entro il quale una Banca Centrale si muove che delinea confini e poteri operativi.

Si guardi la Bundesbank che è completamente pubblica, quindi teoricamente controllabile dal Governo, come lo è la Banca Centrale Neozelandese che ha limitatissimi poteri in materi di politica monetaria; la BUBA ha da decenni un sistema legislativo che ne consente la piena autonomia, in misura tale da mettere talvolta in imbarazzo il governo tedesco.

Spero anche di aver messo in luce come, ancora una volta, decisioni legislative prese per il sistema bancario siano state assunte solo con una logica emergenziale (da garbage can model) così che, dal 2013, il sistema, già malmesso di suo, ha avuto altre botte da chi – teoricamente – i problemi li avrebbe dovuti risolvere mentre si sono provocati danni, taluni dei quali ci hanno anche resi ridicoli di fronte alla Commissione Europea e alla DG Competizione.

Spero, infine, che almeno a livello di rappresentati della cosa pubblica, si smetta di sentire fesserie sulla Banca d’Italia che dimostrano il totale livello d’incompetenza di costoro, che dovrebbero legiferare per il nostro bene.

Lasciamo queste corbellerie a siti che oramai proliferano insieme a quelli delle medicine alternative, dei complotti giudo/plutaico/massonici, delle scie chimiche e altre amenità che sarebbero divertenti, nella loro totale imbecillità, se non fosse che stanno assumendo una diffusione preoccupante.

Ma questa temo sia utopia.

Vabbè, per consolarmi vado a suonare un po’ con Elvis e Michael, che mica è vero che sono morti. Sono venuti qui in Piemonte a rinfrancarsi del mondo brutto con risotti, tartufo e barbera giovane.

 

FINALINO SERIO (almeno un poco)

Se qualcuno volesse approfondire con maggiore profondità e serietà l’argomento, consiglio l’ottima raccolta di interventi intitolata “La rivalutazione del capitale della Banca d’Italia” di Francesco Capriglione, CEDAM 2014.

Proprio nel primo intervento, dello stesso Prof. Capriglione, c’è una eccellente spiegazione sul processo seguito nel rivalutare il capitale ed una ineccepibile valutazione del processo di costruzione giuridica.

Non sono d’accordo su tutto, anche se l’autore è colpevole della mia laurea, soprattutto quando deve ammettere che le banche hanno avuto un aiuto in sede di analisi europea per far vedere un bel capitale, ma questo non sarebbe, secondo un bel volo pindarico, un “aiuto di stato”.

Così come non sono d’accordo quando paventa la possibilità che le norme sulle vendite delle quote eccedenti il 3% potrebbero creare un “mercato parallelo al sistema degli scambi” (pag. 27).

Ovviamente, il mio disaccordo è del tutto politico.

L’aiuto di stato non c’è perché sennò la UE, contestandocelo, ci avrebbe dovuto anche chiedere un bella fetta di “supra anca” ovviamente “magra all’osso” e quindi gli antieuropeisti in Italia sarebbero oscillati tra i 120 e 150 milioni di cittadini (vi assicuro che non sto sbagliando i calcoli, avrebbero votato anche oriundi e noniusolati) perché le banche si possono denigrare, sputazzare ma non eliminare.

Il mercato parallelo, invece, lo avremmo stroncato normativamente senza problemi, mica parliamo di televisioni.

Però, ripeto, leggetevi l’intervento, non solo per capire la ratio degli interventi, ma anche l’ignoranza di chi spara fesserie sullo stato delle cose.

Con l’occasione, leggetevi anche il grandioso contributo del Prof. Raffaele Lener dal titolo: “Partecipanti privati al capitale. Non veri soci ma vera voice” (pagg. 175-183). Anche qui, dopo una eccellente spiegazione della trasformazione dei soci da pubblici a privati, l’autore interviene sulle modalità di vendita delle quote, in particolare sulla possibilità di veto allo scambio da parte del Consiglio Superiore della Banca d’Italia se non sono rispettati i requisiti di legge, ivi compresi quelli relativi alle qualità intrinseche dei partecipanti.

Cito (pag. 180): “Qui il legislatore si supera: se i requisiti non sono soddisfatti, il consiglio “annulla la cessione delle quote”. Ovviamente, non essendo il Consiglio un tribunale, non può “annullare” un contratto. La norma è scritta malissimo” (grassetti e sottolineature mie).

C’è bisogno di commento?

 

[i] https://it.wikipedia.org/wiki/Banca_d%27Italia

 

[ii]https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/funzioni-governance/partecipanti-capitale/Partecipanti.pdf (attenzione, questo rimando è a una pagina che giocoforza è, lentamente, dinamica. Quindi chi in futuro dovesse leggere questo articolo – notazione presuntuosa – potrebbe trovare risultati diversi da quelli che cito)

[iii] https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/27/banche-il-governo-prepara-un-regalo-fino-a-4-miliardi-per-intesa-e-unicredit/793030/

[iv] Noticella a margine n°1) qualche era geologica fa, quando ero studente alla LUISS, la Banca d’Italia appoggiava diversi lavori sul nostro CED e sui suoi grandi professori di Econometria: Bianchi, Rossi e Verde (quando si dice il patriottismo). Ogni volta che noi disgraziati, che giocavamo con le macchine, ci divertivamo a hackerare, ci dimenticavamo che c’erano anche le stampe Bankit in produzione (era l’epoca dei tabulati). Fu famoso l’anno in cui, il primo aprile, fu sostituita la prima pagina di stampa con un pesce, che uscì regolarmente anche presso gli Studi. Noticella a margine n° 2) più seria. Sono oramai 23 anni che bazzico le aule di Economia della Sapienza al Castro Laurenziano. Dio sa se c’è bisogno di qualche soldino, anche per solo per la vernice murale che oramai risale a Pompei.

 

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4 pensieri su “LA PROPRIETÀ DELLA BANCA D’ITALIA (fatti veri e luoghi comuni)

  1. Buonasera Dott. Grossi.
    Ho letto che nel 2009 ,Tremonti voleva tassare la Banca d’Italia sulle plusvalenze prodotte dalle riserve auree, per circa 250 milioni di euro. La BCE si oppose in quanto un tale provvedimento sarebbe stato in contrasto con le leggi comunitarie, senza entrare nel merito circa la proprietà dell’oro; che ne pensa?
    Grazie per la risposta.
    Luigi da Roma

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    1. Scusi il ritardo, ma sono stato in giro per lavoro.
      Sì, nel 2009 Tremonti ebbe l’idea, ma fu una proposta giuridicamente pasticciata perché l’oro è un bene degli Italiani non della Banca d’Italia, quindi non lo puoi tassare come patrimonio.
      Insomma, fu una idea dettata da qualche collaboratore tanto facondo quanto ignorante.

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