Carige come metafora

1. Premessa: la Carige come metafora

È difficile scrivere di Carige nei giorni dopo il crollo del viadotto Morandi.

E’ stata una tragedia orrenda, i cui colpevoli dovranno essere trovati in tutte le strutture che non hanno funzionato, pubbliche e private, nonché nella politica di ogni colore.

Ma il crollo del ponte è anche l’ultimo colpo in ordine di tempo all’economia locale, che supererà di gran lunga i danni già apportati dall’incidente navale del maggio 2013, quando la nave Jolly Nera distrusse la Torre di controllo del porto.

In mezzo a queste tragedie “fisiche” si pone Carige, il cui stato di crisi è un ulteriore elemento non trascurabile come ostacolo alla ripresa di Genova, che pure sta faticosamente risalendo dalla fossa in cui era sprofondata negli ultimi decenni.

Probabilmente, Carige è una seria metafora della cattiva gestione di un territorio, oltre che di cattiva gestione di una azienda di credito.

Per questo, al termine di questo articolo non trarrò conclusioni solo su Carige, ma tenterò di esprimere due idee sullo stato e sulle prospettive del sistema bancario italiano.

2. Carige: cenni di attualità e di storia recente

Parto dall’attualità.

Il 12 agosto, sull’edizione cartacea (e il 13 su Internet), Il Sole 24 Ore pubblica un articolo con il seguente titolo: “Carige, in crisi profonda anche l’ultima banca della prima Repubblicai.

Interessante l’inizio, di cui cito ampio stralcio, invitandovi a leggere l’intero articolo sul sito: “Chissà se lo spagnolo Ramon Quintana della Vigilanza Bce e la tedesca Elke Konig del Single Resolution Board della Ue avrebbero mai pensato di dover essere chiamati – come avvenne nella lunga notte tra il 15 e il 16 novembre del 2017 – per gestire la resolution, ovvero il fallimento, dell’italiana Banca Carige. Ore drammatiche per un milione di correntisti dell’istituto ligure e anche per le Autorità di Vigilanza italiane (Bankitalia e Mef). Senza l’aumento di capitale da 560 milioni da realizzarsi entro il 31 dicembre, Carige non aveva altra prospettiva che la risoluzione. Il governo Gentiloni stava per rimettere il mandato, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, e politicamente era nei fatti impossibilitato ad agire con un decreto d’urgenza come avvenuto per il salvataggio di quel che era rimasto delle banche venete. Dopo 48 ore concitate, Carige riuscì – anche grazie alla moral suasion delle istituzioni – a chiudere il consorzio di garanzia e l’aumento di capitale andò in porto evitando in extremis il default.

Insomma, lo scorso fine anno stavamo per perdere la Banca e il Governo non avrebbe potuto agire, non solo per motivi politici, come dice Il Sole, ma anche perché non poteva riproporsi nuovamente uno scandaloso salvataggio pubblico come quello delle Venete, sul quale – chi legge ogni tanto le mie due righette – sa che nutro forti dubbi circa la bontà.

Né si potevano chiedere interventi “volontari” (risate!!!!), con o senza il  Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, quando il sistema bancario è stato già pesantemente defedato, a cominciare dalla vera e propria estorsione politica rappresentata dal Fondo Atlante (qualcuno se ne ricorda in questo paese dalla memoria corta?).

L’articolo, poi, così prosegue: “A pochi mesi di distanza dal drammatico salvataggio di ultima istanza, quelle ore di panico che avevano contagiato l’intero sistema bancario italiano – il default di una banca alla vigilia delle elezioni poteva avere conseguenze imprevedibili – sembrano non avere lasciato alcun ricordo nella mente dei grandi azionisti e amministratori di Carige, che da settimane hanno ripreso a litigare e a dare l’impressione di contendersi un “tesoro” invisibile a molti osservatori, a partire dalla Vigilanza Bce. Perché una piccola banca italiana, ancora convalescente dopo una crisi durata oltre un decennio, scatena una battaglia finanziaria che ha già messo in allerta la Bce e fatto scattare le indagini della Procura di Genova? Per provare a dare una risposta, bisogna partire dai bilanci. E poi risalire al contesto economico e politico di quella che, a giudizio di un banchiere informato dei fatti, resta ormai nel Nord Italia «l’ultima banca della Prima Repubblica, un coacervo di affari, lobbies e politica».”.

Ecco, lasciamo perdere per il momento i numeri, li affronterò dopo, e affrontiamo ora la devastazione che padri padroni e politica hanno fatto nella Banca.

Prima di parlare degli attuali soci e degli appetiti politici odierni, ricordiamo che per quasi 25 anni la Banca è stata in mano a Giovanni Berneschi, che era il vero dominus, sorretto da tutta la politica locale di ogni colore (tanto per dire, il Vice di Berneschi era Alessandro Scajola, fratello di Claudio, oggi di nuovo in sella come Sindaco di Savona).

Berneschi, estromesso con decisione dopo una profonda ispezione della Banca d’Italia, fino al momento della sua uscita è stato “amico” di chiunque a destra e a sinistra (coop comprese), senza dimenticare il Cardinal Tarcisio Bertone, all’epoca Cardinale di Genova, diventando un vero snodo per gli interessi locali.

All’interno del Gruppo Carige ha creato un coacervo di maneggi, dentro un groviglio di società bancarie e assicurative, che hanno garantito una dorata greppia anche ai suoi familiari, diretti ed acquisiti.

Per avere un miglior dettaglio, si vedano le notizie riportate nell’articolo de Il Sole che ho citato, si legga l’articolo de La Stampa scritto dopo la defenestrazione, che posto in notaii, e poi – se si ha tempo – si legga il libro “Banche in sofferenza. La vera storia della Carige di Genova” di Carlotta Scozzaro (Ed. GoWare, 2017).

Oggi la storia si ripete.

La greppia è ancora appetibile e Il Sole si esprime su ciò senza trincerarsi dietro a scialbi eufemismi: “Questo coacervo di politica (vecchia e nuova) e di lobby affaristiche locali (e non solo) intravede ora l’opportunità di rientrare in gioco, facendo da sponda a qualche azionista o pilotando la banca verso un’aggregazione “amica”? Di certo ci proverà, tentando di recuperare lo spazio perso durante la fase della Carige targata Malacalza.”.

Così arriviamo all’ultimo protagonista della storia: Vittorio Malacalzaiii imprenditore naturalizzatosi genovese, indubbiamente personaggio di vaglia, ma non così estraneo alla politica come Il Sole dice, essendo anch’egli legato al Cardinal Bertone che lo propone addirittura come consigliere dell’Ospedale San Raffaele di Milano dopo la gestione dell’eccentrico Don Luigi Verzè.

Vittorio Malacalza, nel 2015, interviene con l’acquisto del 17,6% del Capitale, percentuale oggi arrivata al 20,6%, e assume subito un piglio padronale come se quel quinto di possesso fosse il 100%.

Senza scendere in troppi particolari, perché la storia sta diventando tediosa, diciamo che in tre anni fa fuori due amministratori delegati, Piero Montani e Guido Bastianini, il secondo da lui stesso voluto, mettendo in sella il terzo, l’attuale, Paolo Fiorentino con il quale (indovinate?) è ora in rotta dura.

Nel frattempo la banca ha bisogno di costanti iniezioni di capitale e la lotta di Malacalza è non solo per non diluire la sua partecipazione ma anche per evitare di avere soci forti con cui doversi confrontare.

Ovvio che una banca già pesantemente colpita da decenni di cattiva gestione e imbottita di crediti marci avrebbe avuto bisogno di tutt’altro.

Così, tra contraddittorie ristrutturazioni del gruppo, tardivi progetti di ridimensionamento o di contenimento dei costi, cessione di crediti cattivi (tutt’ora in corso) e vendita dei pochi gioielli (pregiate bigiotterie?) si arriva finalmente all’oggi quando su 14 consiglieri di amministrazione 7 si sono dimessi; Vicepresidente Vittorio Malacalza compreso.

Se si dimette ancora un consigliere il Consiglio decade automaticamente e non può quindi portare avanti ulteriori azioni di mercato, come auspicato proprio da Malacalza.

Insomma, come penso avrete capito, Vittorio Malacalza non è tra le persone più allegre e compagnone che si possono trovare al Bar, al Circolo del Tennis o, ahime!, in Banca. Ha la sgradevole caratteristica di riuscire a litigare con tutti. Non si è fatto mancare nemmeno la Vigilanzaiv.

Questa situazione ha fatto venire al pettine i nodi e la BCE non ha approvato il nuovo piano di ristrutturazione presentato a Giugno, ritenendo che non risolva la necessità di capitale aggiuntivo (la Banca è sotto fin da Gennaio 2018 rispetto al parametro di capitale complessivo e le misure di riduzione dei rischi non hanno rispettato le tempistiche dalla stessa Banca previste).

Anche una ipotesi di emissione obbligazionaria è andata a gambe all’aria. Dopo i bocconi amari di Etruria e delle Venete, chi vuole più comprare questi poco appetibili strumenti di risparmio?

Per questo motivo, sempre la BCE ha chiesto che si provveda a “chiamare” una assemblea entro il 30 settembre per rinnovare il CDA, dando una autorevole e forte impronta al nuovo organo volitivov.

La Banca ha ora fino a fine anno per trovare una soluzione seria.

Conseguente il percorso da avviare: la Banca ha bisogno di una aggregazione. Da sola non può più stare in piedi.

L’assemblea è stata indetta per il 20 settembre.

Il 2 novembre usciranno i risultati degli stress test BCE che potrebbero anche mettere a serio rischio la continuità aziendale, se prima – a prescindere – non si sia assunta una via risolutiva vera.

La strada è tracciata, quindi?

Oppure no?

Torniamo un attimo al primo articolo de Il Sole che ho citato, dove si legge: “l’incerto futuro della banca è appeso all’esito dell’assemblea del 20 settembre per il rinnovo del cda dove, con ogni probabilità, si scontreranno la lista Malacalza e quella dell’inedito asse in via di formazione tra il finanziere Raffaele Mincione e il petroliere Gabriele Volpi. «Nelle banche si sono visti azionisti di migliore reputazione ma, data la situazione di Carige, inutile pensare che a Genova arrivi un Warren Buffett», è il commento di un banchiere d’affari che chiede l’anonimato.”.

3. Due numeri

Dopo tanto discutere della cattiva gestione della Banca, dare un’occhiata ai numeri è necessario.

Traggo i dati dall’ultimo documento, “coreograficamente” illustrativo della situazione semestrale, emesso dalla stessa Carigevi.

Senza scendere nel particolare, diciamo che la banca è più o meno una banchetta media, con dei crediti che oggi risulterebbero ripuliti (ma, ricordo, si aspetta ancora l’emissione delle risultanze degli stress test il 2 novembre); però presenta, purtroppo, un altissimo rapporto cost/income (90,2%), cioè costi operativi su margine di intermediazione.

Tradotto in parole banali, per ogni euro incassato nella attività produttiva 90,2 centesimi se li mangiano i costivii.

Siamo, insomma, di fronte a una banca produttivamente inefficiente, pur tenendo conto del significativo calo dell’indice (a dicembre avanzava solo un centesimo e mezzo invece di quasi dieci). Ma siamo ben sopra le medie di sistema.

E, purtroppo, è una banca con oltre 4.000 addetti, già calati di qualche centinaio di unità rispetto allo scorso anno, ma ancora quantitativamente tanti.

Tutto ciò produce questi risultati

In sintesi, è Banca che deve ancora molto operare su sé stessa (anche con importanti tagli, inutile nascondersi dietro a un dito).

Deve anche trovare prospettive future diverse, perché l’attività operativa tipica bancaria attuale non è una attività che renda molto, fatta come finora è stata fatta.

Un’altra tabella e poi mi fermo:

Quello che vedete è l’andamento dei tassi di raccolta (passivi) e impieghi (attivi).

La forbice è la differenza, cioè il margine che rimane dopo aver impiegato quanto raccolto.

Anche a un non addetto ai lavori appare chiaro che con questi margini risicati bisogna fare tanto credito e farlo bene, perché qualsiasi euro non rimborsato crea scossoni non indifferenti.

Oppure occorre andare verso altre direzioni, ma che non sono quelle di un mero

come detto a pagina 23.

Di questo parlerò nelle conclusioni generali che, come detto, non tratteranno di Carige ma di ciò che Carige rappresenta per il sistema.

Qui, comunque, occorre spendere qualche parola di commento, visto che i numeri possono dare adito a troppe congetture.

Inizio subito col dire che NON siamo di fronte a un malato terminale come era Etruria (con le altre sorelline) o come le due Venete.

Stiamo, invece, parlando di una azienda che ha bisogno di un forte scossone, di tanto lavoro, forse prima di accetta e poi di bulino e, sicuramente, di una prospettiva più ampia di ciò che Carige da sola può offrire oggi a se stessa.

In più, occorrono capitali freschi, visto che la messa in sicurezza non è ancora arrivata.

E rimediare capitali oggi non è facile; è escluso raccoglierli da semplici risparmiatori ed è difficile ottenerli da investitori professionali che, ovviamente, vogliono le corrette garanzie (sperando che non vogliano fare un business da pirati. Anche questa è una condizione oggi frequente).

Per questo motivo l’ottimismo sguaiato con cui è stato scritto il documento della semestrale, alla luce della sonora bocciatura dei piani operata dalla BCE, rappresenta non solo una esposizione del pelo irto di un gatto che vuole farsi passare per tigre, ma è anche una caduta di stile, laddove più modestia avrebbe dato maggior tranquillità al regolatore e a quel poco pubblico pagante che rimane.

Ciò, unito alle manovre da eterna prima Repubblica (quando mai è iniziata la seconda?) che si vedono intorno alla Banca, fa nutrire una forte preoccupazione circa il fatto che il bene di Carige lo si voglia davvero.

Per questo la Vigilanza (e anche la vigilanza democratica popolare) devono mantenere un alto profilo e un’alta tensione di controllo.

4. Carige e solo Carige?

Ripeto quanto già detto in tanti altri miei articoletti.

Il sistema bancario italiano potrebbe avere una qualità ben migliore.

Vampirizzato e prosciugato dalla politica è oggi in mano a una classe dirigente e manageriale che non è quella di cui avrebbe bisogno.

Anche nei quadri intermedi la qualità potrebbe essere migliore, non per colpa degli addetti ma per scarsa erogazione di formazione tecnica, sostituita dall’uso indiscriminato degli “obiettivi di vendita” legati alla distribuzione di prodotti preconfezionati che, come poi si è visto, erano convenienti solo per chi vendeva.

Nel frattempo, chi è sotto i 40/45 anni è probabile che non sappia concedere un credito analizzando concretamente il merito; tanto i soldi si davano alla “cerchia” e i mutui erano diventati prodotti da banco.

Naturalmente, non tutto il sistema era ed è così.

Hanno fatto e fanno eccezione banche private di qualità dove il “padrone”, quando non è illuminato, almeno verifica che si mantengano inalterati gli equilibri qualitativi e quantitativi.

Nomi?

Banca Sella; Banco Desio; Credem; Banca Ifis e diverse altre con le quali mi scuso della mancata citazione.

Esiste anche qualche lodevole eccezione nei settori più devastati dalla politica, come le popolari.

Ad esempio, Sondrio è un caso di qualità.

Fortunatamente, anche lei non è sola e ci sono altre lodevoli eccezioni, anche in dimensioni più contenute; ma i casi andati alla stampa stanno a dimostrare come troppo male si è fatto a quel comparto.

Nelle aziende di qualità il fatto che organi e management abbiano mantenuto alti profili tecnici vuol dire che anche lo spessore morale è stato alto.

Cito infine Unicredit, che con la gestione Mustier ha visto un cambiamento che spero possa proseguire ridando all’Italia una banca di spessore internazionale, necessaria per il sostegno delle grandi aziende che lavorano a livello globale.

Su Intesa aspetto, fortunatamente con fiducia. È in mezzo a una profonda trasformazione i cui risultati hanno ancora bisogno di tempo per palesarsi appieno.

Ma il resto?

Ecco: il resto.

Il resto deve capire che il mercato è cambiato.

Fare banca ordinaria come si è fatto finora non si può più.

E non parlo del “dettaglio” morale.

Bisogna capire che il credito ordinario non può più essere dato solo analizzando (sperando che lo si faccia) bilanci, mercati e prospettive di piccolo cabotaggio.

Oggi, anche una piccola azienda viaggia in un mercato che è globale, le cui scosse mandano onde lunghe anche nel piccolo.

Per questo motivo, a meno di non chiudere i mercati, cosa improponibileviii, il credito lo si deve concedere e gestire avendo a disposizione tutti i sistemi analitici, predittivi e di controllo che sono oggi resi possibili dalla analisi di tutti i dati disponibili (i c.d. big data).

Anche la proposizione di nuovi prodotti e la cura dei clienti risparmiatori/investitori deve avvenire secondo gli stessi criteri.

Ma cambiare costa e quante banche si rendono conto che investire in un nuovo sistema informativo è risparmiare ed evolvere?

Di certo questo non lo vogliono fare manager di secondo profilo che si aggrappano allo status quo organizzativo e informatico esistente perché sanno bene che non sono in grado di gestire un cambiamento.

Inoltre, non tutto il credito può essere concesso dal sistema bancario.

Nuove imprese o espansioni in settori altamente innovativi (senza un controbilanciamento tradizionale) devono essere seguiti da un sostegno creditizio parimenti specializzato e/o da un apporto di fondi pubblici dedicati all’innovazione. Non si può mettere a rischio il risparmio con iniziative che per loro natura hanno una forte alea.

Per questo motivo sono nate le nuove norme relative alle possibilità di intervento di taluni fondi alternativi con strategie dedicate e, in generale, al Direct Lending (una delle rare iniziative valide nel campo bancario, non a caso assunte in maniera multipartisan, evitando così la sconcia incapacità d’intervento in materia bancaria che ha caratterizzato il Governo Renzi e quello QuasiRenzi).

Queste iniziative possono essere utili anche per le banche che si devono affiancare a chi investe. Le banche devono, infatti, effettuare i processi di analisi per la concessione, la gestione e il monitoraggio del credito. In questo modo acquisiscono una fonte nuova di reddito, rappresentato dalle interessanti commissioni continuative e proseguono a supportare il mercato locale anche quando non intervengono direttamente, traendo altri frutti in termini di raccolta di tesoreria aziendale, apertura conti retribuzione, etc.

A una condizione però!

Il credito lo devono saper fare davvero e non devono esserci condizionamenti politici.

Ancora.

Le banche stanno perdendo la gestione della raccolta a favore di coloro che si sono inseriti più efficacemente sul mercato delle transazioni nei modi più vari, come Apple Pay o Paypal, oppure come Amazon, Facebook o la stessa Apple che possono acquisire una licenza bancariaix.

Anche in questo caso, se la banca non ha provveduto da sé a formare un sistema o ad allearsi con un provider che offra un sistema di pagamento elettronico adatto alla classe dimensionale dell’istituto e al mercato di riferimento (come ad esempio Cabel IP) è fuori dal mercato. Però stare dentro vuol dire investire.

Con i però potrei andare avanti a lungo, ma per non appesantire ulteriormente questo pezzo lascio a chi è assai più bravo di me la parola. Leggetevi questa intervista a Marco Mazzucchellix.

Soggiungo ancora che vi è l’ulteriore esigenza, ineludibile, di procedere a una nuova separazione delle tipologie di banca, non così pesante e dura come nella Legge Bancaria del 36’ (ancora una delle migliori leggi bancarie mai fatte; lo so, non me lo dite, lo ripeto sempre) ma che eviti commistioni e scarsa chiarezza nei confronti della clientela sul tipo di soggetto con cui si sta operando.

Anche qui non vado oltre, perché usciamo dal seminato.

Tutto questo che significa?

Che Carige, ma non solo lei, da sola non può sopravvivere, perché è oramai un animale darwinianamente inadatto al nuovo ecosistema.

Qualsiasi decisione palliativa che faccia solo aumentare un po’ il capitale, oltre che bruciare ulteriori risorse, è del tutto inutile.

Vi sono solo due vie: o una aggregazione con altre realtà bancarie, ma che non sia la creazione della “Polisportiva Fiacca & Debolezza” (occorre un violento turnaround non privo di costi e sangue), oppure si trova un fondo che non sarà Warren Buffet, ma potrebbe comunque essere uno specializzato in qualche tipo d’investimento.

La dico dura; oltre il Ponte, per cui se la dovranno sbrigare Governo e Atlantia, ci sarà tanto da ricostruire a Genova e una banca vicina al territorio potrebbe avere un senso gestendo interventi diretti e altri in supporto a Fondi.

Certo, questo scatenerebbe la famelicità di tutti i politici d’accatto che infarciscono i nostri scranni di ogni ordine e collocazione.

Per questo occorre una Vigilanza forte, che non è quella Europea basata sulla statistica e sideralmente lontana dai mercati reali (lo si vede da come non comprende come si recuperano i crediti e quindi suggerisce soluzioni sballate che, ahimè, diventano norma).

Quanto mi manca la Banca d’Italia che conosceva il sistema e riusciva esercitare una moral suasion; quella Banca d’Italia che ha ben governato il mercato fino all’avvento di Fazio, il quale, pensando Lui di dover fare politica attiva, ha dato la stura ai peggiori istinti di una classe politica qualitativamente oramai già scaduta.

Quella Banca d’Italia c’è ancora.

La volontà di farla risorgere no.

5. Comica finale

Berneschi è stato condannato a luglio, in appello, a otto anni e sette mesi, con un peggioramento quindi di cinque mesi rispetto al primo gradoxi.

Con lui vari sodali, compresa la nuora che aveva patteggiato.

Peccato che in altro procedimento, per intervenuta prescrizione, è stato prosciolto. Gli sono stati così restituiti 4 milioni sequestrati, nonostante il fatto sia bello lì, ben servitoxii.

*.  *.  *

Noticella di fondo.

Sarebbe stato facile, per catturare l’attenzione, mettere una delle foto shock del crollo, oppure mettere qualcosa di banale di Carige.

Ho preferito invece mettere una foto che ho trovato su diversi siti che parlano di viaggi (se ha un copyright, che non ho trovato, me lo si dica) per inserire il più possibile del bello che c’è a Genova.

Quello è l’obiettivo finale da proteggere.

 


vii Per correttezza, devo fare presente che a pagina 14 del documento illustrativo della semestrale si fa presente che: “L’andamento dei ricavi combinato all’azione di contenimento dei costi consente di raggiungere un cost/income pari al 90,2%, migliore rispetto al 94,1% del primo semestre 2017. Al netto dell’impatto IFRS9 ed includendo il positivo apporto di Creditis, il C/I p.f. sarebbe pari all’81,7%”. Creditis è la società di credito al consumo del Gruppo in via di cessione. Ho inserito questa precisazione di Carige, perché doveroso far sapere ciò che la Banca scrive. Faccio notare, però, che se le regole di valutazione sono cambiate (questo vuol dire citare l’IFRS9) e il perimetro aziendale pure, il verbo sarebbe esprime, appunto, un ciò che avrebbe potuto essere, ma non è.

viii Anche Trump, nel suo modo ruvido e poco ortodosso, fa finta di chiudere i mercati con azioni veteroprotezioniste per negoziare con maggior forza accordi bilaterali che bilancino l’oggettiva perdita di competitività della sua iper-matura economia (quella tradizionale: agricola e manifatturiera).

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