Il nodo gordiano del debito

di torquato cardilli    Il nodo gordiano del debito

 

Una leggenda greca ci ha tramandato che un oracolo abbia predetto che il primo cittadino che fosse entrato nella città anatolica di Frigia con un carro trainato dai buoi, sarebbe diventato re. Il caso volle che all’alba il primo a varcare l’ingresso in città fosse un povero contadino di nome Gordio che fu proclamato re e il suo carro, eretto a monumento nazionale, fu legato nella piazza ad un palo con un nodo strettissimo, inestricabile.

Secondo la profezia chi fosse stato in grado di sciogliere tale nodo sarebbe diventato imperatore.

Quando, dopo molti anni, Alessandro Magno entrò in quella città, informato della profezia, si cimentò con il nodo. Non riuscendo a scioglierlo decise di reciderlo con la spada di modo che potesse avverarsi quanto predetto dall’oracolo.

Da allora è sempre stato indicato con l’espressione “nodo gordiano” un qualche cosa di veramente difficile da risolvere e non è azzardato oggi fare uso di questo termine per indicare il groviglio economico del nostro debito e degli interessi da strozzinaggio che l’Italia ha dovuto sempre pagare.

Tenendo presente che tutte le previsioni economiche lasciano intravedere per l’autunno lo scatenarsi della speculazione contro l’Italia non c’è tempo da perdere. E’ arrivato il momento di recidere il nodo con un gesto nuovo e con strumenti nuovi, spezzare il ciclo della supina accettazione e scardinare il blocco di chi si oppone in Europa alla condivisione dei sacrifici se gli europeisti non vorranno essere sommersi da un’ondata travolgente nelle elezioni del parlamento di Strasburgo previste per maggio 2019.

L’economia politica non è altro che lo studio delle scelte a cui è chiamata la classe dirigente del paese, elettiva ed amministrativa, per garantire le migliori condizioni alla collettività. Data l’esistenza di interessi contrapposti tra la classe dominante e la maggioranza della popolazione, si tratta di scelte difficili che si risolvono generalmente nell’appagamento delle ambizioni di pochi e nella frustrazione dei molti in stato di bisogno.

Così i vari governi che si sono succeduti, anziché ammettere l’esistenza di questi interessi contrapposti e sforzarsi di contemperarli nell’equità, per fare ingoiare al popolo misure economico-sociali indigeste, hanno tirato in ballo il concetto del supremo interesse della nazione richiedendo sempre e immancabilmente un sacrificio a carico proprio di chi ha meno.

La classe dominante, agitando lo spauracchio della instabilità, l’aumento dello spread e degli interessi sul debito, ha chiesto il voto alla gente comune promettendo di difenderne gli interessi, mentre era ben cosciente che avrebbe assicurato solo i vantaggi e i privilegi di pochi.

L’egemonia culturale del pensiero liberista fondato sull’affarismo, che ha preso ovunque il posto del pensiero marxista, ha convinto l’opinione generale, tutta la scienza politica e i media al seguito ad accettare, attraverso il contenimento della domanda interna, che vuol dire disoccupazione e compressione dei salari che l’obiettivo della bassa inflazione per il mantenimento del valore del debito intatto, fosse un traguardo obbligatorio raggiungibile solo attraversi un percorso di sacrifici ed austerità.

E in effetti negli ultimi venti anni di economia liberista e di bassa inflazione è stato realizzato l’impoverimento progressivo di tutto il sistema economico con il 99% della popolazione che ha visto diminuire della metà la propria ricchezza – e il 50% di essa l’ha vista ridotta di 2/3 – mentre l’1% della popolazione l’ha triplicata.

Agitando terroristicamente lo spettro del default si è avuto buon gioco nello spaventare la nazione che, in una specie di complesso pavloviano, ha finito per seguire la ricetta dei creatori del debito, anche se questi erano incapaci di indicare una strategia suscettibile, in un arco di tempo accettabile, di consentire l’uscita dalla morta gora.

In particolare negli anni dal 2008 in poi, quando nel mondo si scatenavano tempeste finanziarie con fallimenti a catena, non c’era uomo politico in Italia che non garantisse ogni giorno sulla solidità del sistema bancario nazionale. Mai menzogna fu più clamorosa come hanno amaramente sperimentato decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Nel 2011 il governo italiano fu svegliato dal torpore in cui vivacchiava con la famosa lettera ultimatum della BCE contenente clausole capestro e Berlusconi pur di proteggere i suoi asset personali si rassegnò a dimettersi consegnando il paese ai fautori di una cura lacrime e sangue sempre a danno dei meno abbienti.

L’élite finanziaria, le mega imprese multinazionali collegate alle banche internazionali che dominano i mercati finanziari e i grandi capitalisti, dispensando ipocrisia, egoismo e finta solidarietà, sono emersi dalla crisi sempre più ricchi con patrimoni da 500 milioni di euro in su a danno della crescita collettiva.

Solo chi si cura di guardare le cose un po’ più da vicino scopre che il debito pubblico Italiano, aggiornato agli ultimi dati di giugno 2018 resi noti dalla Banca d’Italia, è di 2.323 miliardi pari al 132% del nostro PIL, con un rapporto appena inferiore solo a quello della Grecia che è del 180%, mentre è superiore a quello del Portogallo (130,4%), della Spagna (101%), della Francia (97%), della Germania (68%).

Il Giappone con un rapporto del 253% e deficit annuo del 10% (debito totale di 8.200 miliardi) fa storia a sé, ma può fornirci un utile spiraglio di via d’uscita. Esso, che è la terza economia del mondo con una disoccupazione del 4,5% contro il nostro 11%, detiene attraverso la propria banca centrale il 43% del debito per il resto diffuso tra la popolazione, il che è come dire che praticamente quel debito non esiste e che il paese non è attaccabile dalla speculazione internazionale. Anzi, il Giappone, potendo contare sul sistema bancario più solido al mondo con depositi di ben 8.000 miliardi (i depositi in Italia sono di 1.400 miliardi), arriva persino a finanziare, guadagnandoci, il debito USA: corrisponde ai sottoscrittori giapponesi un interesse al di sotto dell’1%, ma acquista i titoli decennali USA al 2%.

Tutto il debito pubblico italiano è costituito dagli interessi che il mercato globale ci ha messo sulle spalle attraverso illegittime speculazioni finanziarie internazionali, un vero e proprio atto di strozzinaggio, dato che l’Italia ha già pagato, nel tempo, interessi per 3.300 miliardi, senza aver scalfito il debito.

Sarebbe lecito porre la domanda ai vari Presidenti del Consiglio, Ministri dell’Economia e Governi dell’ultimo ventennio del come mai il debito sia sempre cresciuto a dispetto dei sacrifici imposti ai cittadini e dei proclami sulla saldezza del paese e sulla stabilità politica. Domanda che avrebbe una sola risposta: assoluta disonestà di fondo e incapacità di visione strategica da parte di chi ci ha governato.

Dunque il debito, al di là dei bei propositi e delle promesse di tutti i governi, nonché degli impegni comunitari è destinato a crescere e non potrà mai essere ricondotto nei limiti dell’illusorio traguardo del 60% del PIL, previsto dai trattati europei, senza una impossibile crescita permanente ed ininterrotta del 3% all’anno per 10 anni.

Nei prossimi 9 mesi (di qui alle elezioni europee) scadranno titoli per 291 miliardi (quasi il 13% del debito) con un picco a dicembre 2018 di 43 miliardi e mezzo per cui è urgente tagliare questo nodo gordiano per sottrarci alla morsa degli interessi giugulatori. Per rendersene conto basta riflettere sul fatto che il debito italiano è detenuto dal settore finanziario interno (banche, assicurazioni ecc.) per il 62%, dal settore finanziario esterno (grandi banche internazionali, fondi gestori ecc.) per il 32% pari a 740 miliardi e dal settore non finanziario interno (piccoli risparmiatori,  famiglie) solo per il 6%.

Il barometro economico segna tempesta in arrivo e la stampa già da notizia dei dati diffusi dalla Banca centrale europea secondo cui il possesso del nostro debito in mani di investitori esteri è sceso a maggio e a giugno rispettivamente di 34 e 38 miliardi di euro. Segno questo che la speculazione al ribasso è già partita.

C’è grande attesa per la metà di ottobre quando il Governo dovrà scoprire le carte e rendere nota la legge finanziaria. E’ allora che scatterà un altro giro di vite della morsa delle agenzie di rating che non volendo in Italia un’economia espansiva aumenteranno lo spread rendendo più oneroso il pagamento degli interessi sulle spalle infiacchite del popolo italiano.

Se i grandi investitori esteri si disfano ora del debito italiano con l’intenzione di poterlo ricomprare in seguito quando gli interessi saranno enormemente cresciuti andrebbero delusi e indotti a rimpiangere i bei tempi. Il Governo, seguendo l’esempio del Giappone, con una manovra coraggiosa dovrebbe allettare gli italiani a sottoscrivere almeno 300 miliardi di titoli a interessi zero e premio dell’1% sull’IRPEF.

Questo è l’unico modo per sconfiggere lo spread, aggredire il super debito, e pagare minori interessi senza imporre ulteriori sacrifici al popolo.

 

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Un pensiero su “Il nodo gordiano del debito

  1. l’unica soluzione è abolire la moneta contante per l’economia italiana e adottare “l’unità di credito” che equivale ad una moneta virtuale emessa dallo Stato italiano.Dichiarare fuori corso l’euro in italia, il ritiro di tutta la moneta in euro in circolazione con la quale pagare il debito estero,riducendo in tal modo drasticamente il deficit italino e quindi la spesa per interessi.L’Italia potrà continuare a pagare gli acquisti esteri con gli euro derivanti dalla nostra bilancia in attivo.
    I possessori italiani della moneta in euro sarebbero risarciti con altrettante unità di credito rilasciato dallo stato italiano.
    Per ulteriori notizie più approfondite, consultare il manuale “l’incedere del gambero” ed. Viola in libreria.

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