MANUALE PER UNA CONVERSAZIONE INTELLIGENTE SULL’ECONOMIA Facendo vedere agli amici, mentre mangiano la pizza, come si è bravi anche se si ha il QI di un montone infoiato.

1      Omaggio all’inclita e al volgo

Mancano le grandi firme che acculturavano il popolo minuto, soprattutto femminile, facendolo sentire vicino ai V.I.P. mentre leggeva riviste patinate, scolorite da decine di polpastrelli leccati per girare meglio i fogli.

Da troppi decenni non si vedono più i consigli di Galateo di Donna Letizia oppure le rubriche di Bon Ton di Lina Sotis.

Anche Dagospia, con i suoi avanzi della Roma godona Veltroniana o di Donna Angiolillo, non è più in grado di fornire una guida come ai bei tempi andati.

Bruno Vespa oramai si ripete e i suoi plastici sulle case degli omicidi sono più espressivi di lui.

Per questo motivo, sapendo di fare cosa gradita, ho deciso di colmare umilmente un pezzetto di questa lacuna, dandovi alcune dritte che vi faranno fare bella figura in ogni occasione sociale.

Vi fornirò infatti alcuni suggerimenti sui maggiori temi di economia, e non solo, trattati in questi giorni nelle più importanti arene culturali, quali:

  • FB;
  • i pomeriggi domenicali delle principali televisioni;
  • le newsletter del PD;
  • i post di eletti di ogni colore.

Gli argomenti sono quelli declamati dalla Sora Lella, la vicina di casa che non vedete l’ora di uccidere perché sa sempre tutto e vi fa fare figure barbine dal Coiffeur (che è cinese, ma ha appiccicato alla vetrina una insegna ritagliata da Vogue: vuoi mettere la classe?).

Leggete tranquillamente definizioni e spiegazioni.

Se volete fare bella figura imparatele a memoria e citatele anche a sproposito.

Farete un figurone anche se non avrete capito “una beneamata minchia” (citazione classica Albanese).

Non vi preoccupate: nemmeno i vostri ascoltatori hanno capito e, talvolta, anche chi queste materie le tratta per dovere.

Però vi annuiranno tutti con aria competente.

 

2      Trending topics (i sorci che fanno tendenza)

 

2.1      Spread (e banche in crisi)

Spread vorrebbe banalmente dire differenza.

Una volta, quando politici ed economisti sapevano parlare inglese ma usavano un ottimo italiano, dicevano “forbice”. Hanno smesso quando una nota ladylike parlamentare ha detto che per scalare i capelli preferiva quella dentata professionale.

Oggi, però, tutti usano questa parola solo per intendere il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e quelli degli odiati crucchi.

Ho già spiegato in un precedente articolo che lo spread ha poco a che fare con la robustezza di una nazione[1], però – certo – non è un argomento da sottovalutare.

Paolo Savona ha detto che se lo spread sale troppo occorrerà prendere provvedimenti.

Chi lo ha detto?

Esatto!

Proprio “quel Paolo Savona”, che non è improvvisamente impazzito ma si dimostra, ancora una volta se ve ne fosse bisogno, il grande economista che è.

Se lo spread sale molto, infatti, i nuovi titoli dovranno pagare un tasso più alto per essere accettati e, conseguentemente, i vecchi varranno di meno.

Peccato che, mentre i privati cittadini quelli vecchi se li possono tenere in tasca fino alla scadenza e proseguire a intascare le cedole, se ci sono, le banche invece hanno altri problemi.

Per le banche un titolo in portafoglio va valutato al valore di pronto realizzo (in realtà la cosa è molto più complicata; esiste anche un nuovo standard contabile internazionale, l’IFRS9, che detta regole ben precise per valutare gli attivi. Comunque, il risultato e più o meno quello che ho detto)

Questo ha una logica.

Per semplificare al massimo, si immagini una banca in crisi di liquidità, semplice o aggravata da una botta di panico; per restituire i soldi ai risparmiatori questa banca deve vendere i titoli tenuti come riserva per recuperare denari. È una operazione assolutamente banale e regolarmente contemplata come atto di buona gestione.

Se in quel momento, però, i titoli detenuti riconoscono un tasso inferiore ai nuovi, essi valgono meno e, per essere alienati, devono essere venduti sotto al prezzo nominale per riportare quanto meno alla pari il tasso con quello dei titoli nuovi; si determina così una perdita rispetto al prezzo al quale la banca li ha comprati (tecnicamente si chiama minus rispetto al prezzo di carico).

Per questo motivo il titolo va valutato, quando si fanno bilanci o situazioni intermedie, per quel che vale sul mercato (e, soggiungo, con fretta di vendere).

Immaginatevi che bel piacere per quelle aziende di credito che stanno risalendo faticosamente la china, senza parlare di quelle che sono ancora in fondo alla discarica (Pardon! Valle), dover portare perdite in bilancio.

Questo non vuol dire che le banche avranno problemi futuri ma, molto più banalmente, che dovranno vendere i titoli in pancia ORA, per minimizzare le perdite.

E dello Stato italiano chissenefrega; meglio rimanere in vita che fare gli eroi. Anche perché una eroica banca fedele alla patria, ma morta, non serve a nessuno; una banca spelacchiata ma ancora operativa il suo contributo all’economia lo fornisce.

E, difatti, proprio questo sta succedendo[2].

Le banche italiane a maggio avevano in pancia circa 340 miliardi di titoli.

Inizialmente avevano anche sostenuto il paese nelle more della contrastata nascita di questo Governo.

Ma adesso ognuno pensa per sé.

Tanto più ora che il Governo vuole mettere ulteriori tasse su un sistema creditizio già brutalmente ammazzato prima da sé stesso (ma con allegra partecipazione della politica, primo fra tutti il PD) poi dalla grave incompetenza soprattutto di Padoan e degli allegri Renzini che hanno fatto di tutto per abbatterlo con leggi sbagliate e salvataggi indecenti nel modo in cui sono stati fatti.

Ma si sa, è facile sparare sulle banche, specie quando non si capisce di economia ma si fa il Ministro (che si occupa di altro argomento, ovviamente, mica del MEF o di altro dicastero economico).

Per questo Savona ha messo il carico da 11 e lo ha fatto sapere.

Non Tria!

Savona!

 

2.2      Sovranismo monetario e banca di ultima istanza

Fanno “culturista e informato” le due locuzioni vero?

Per il significato di locuzione rimando a un buon vocabolario o, almeno, a una botta di google.

Il sovranismo monetario è il ritorno a gestire la moneta propria e, quindi, la propria sovrana autonomia.

È una idea in sé non insana come si vuole far credere da parte di chi si oppone a questo governo.

Però, se usciamo dall’Europa noi, che siamo la terza economia dell’aggregato, l’Europa stessa crolla.

Non un peccato visto l’egoismo di Germania e Francia e frattaglie nordiche o orientali varie.

Certo un grande mercato è meglio di uno piccolo e ci rende comunque più stabili.

Ma di ciò parlerò alla fine.

Quanto alla Banca di ultima istanza, questa dovrebbe essere la cara vecchia banca centrale che comprava i titoli emessi dallo Stato che non venivano assorbiti dal mercato.

Questo avveniva in Italia prima del 1981, momento nel quale si interruppe, per decisione Ciampi e Andreatta, due uomini di Stato del tutto fuori dagli schemi servili che caratterizzavano le cariche pubbliche (a meno che non fossero potenti boiardi, come Prodi, ma non voglio allargare il discorso).

Legioni di leoni da tastiera, specie quelli digiuni di economia o storia, oggi attaccano violentemente quella decisione che, invece, fu difficile e presa non a cuor leggero.

Si era infatti di fronte a uno Stato che spendeva solo con mance elettorali. Nell’81 furono Presidenti del Consiglio i dimenticabili Forlani e Spadolini (il secondo, uomo assai colto ma alieno dalla realtà) i quali portarono avanti la politica di mancette date con la spesa pubblica di democristiana fattura, che culminò poi con il grandioso pregiudicato Bettino Craxi, uomo tanto grande nella sua intelligenza, quanto nella sua presunzione e disonestà.

Insomma, la Banca di ultima istanza (cioè di ultima spiaggia) potrebbe essere anche una cosa utile, ma a patto che politici capaci sappiano far crescere il paese con politiche espansive.

Non era così allora, non mi sembra nemmeno oggi.

 

2.3      Reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza è una cosa sacrosanta.

Ogni cittadino italiano ha diritto ad avere la sicurezza che il suo Stato lo sosterrà in un momento di crisi, perché lo Stato non è solo una espressione geografica e regolamentare, ma una vera comunità nazionale.

Solo così funziona una patria civile e coesa.

Ma la traduzione pratica può essere una grande protezione sociale o una solenne cazzata.

Allo stato, temo si sia alle cazzate.

Manco solenni.

Il reddito di cittadinanza, per quanto è dato sapere da parte di un governo che informa per slogan e propone articolati di legge “salvo intese” (una prece):

  • è un benefit che si darà a chi è incapiente;
  • chi lo avrà non potrà rifiutare per più di tre volte un lavoro, se questo è a meno di 50 km (da dove? Da casa o dal Comune di residenza? Nel secondo caso un residente di Ostia lo posso mandare più o meno verso Viterbo);
  • il lavoro o i corsi di formazione saranno garantiti dai centri per l’impiego, che non funzionano ma saranno meccanicamente potenziati con nuove telescriventi e modernissimi elaboratori Olivetti BCS[3];
  • il reddito non potrà essere utilizzato per commettere atti impuri (andare a donne, giocare, comprare “Repubblica”);
  • chi prova ad averlo senza diritto sarà mandato in Caienna (di notte con un volo transatlantico invisibile, visto che è territorio francese, così restituiamo il favore ai gallici vicini che ci riportano i migranti lasciandoli nei boschi).

Insomma, allo stato, di certezze ce ne sono solo due:

  • Uno: che il reddito sarà erogato su un bancomat, così si controllano le spese (però si fa un favore alle odiate banche. Siamo in grave conflitto d’interesse);
  • Due: che il reddito di cittadinanza, così configurato, sarà un mero trasferimento di denari tra lo Stato e il cittadino; esso produrrà scarso PIL in termini di generazione di valore; con 800 euro scarsi, infatti, ti compri un panino al giorno, degli indumenti cinesi e paghi un affitto da poco (e a Roma manco quello).

Ecco!

Il vero problema è proprio il secondo punto.

Questo non è un reddito di cittadinanza ma una mancia elettorale di sopravvivenza che assomiglia molto ai “lavori socialmente utili” siciliani con cui tanti hanno vissuto, spesso da parassiti, inscenando violente manifestazioni, magari organizzate da forze “terze” ben note in Sicilia, con tanto di incendio di cassonetti, tese a ricattare i governanti locali di turno se non si sbrigavano a confermare l’obolo caritatevole.

Insomma, una bella misura per l’allenata componente parassita del Mezzogiorno.

Siamo ben lontani dal modello francese dell’Assedic che rende maggiormente dignitoso il momento di passaggio da un lavoro all’altro ed è in parte generato dallo stesso lavoratore finché è impiegato[4]. Questo istituto, insieme agli interventi della Caisse d’Allocation Familiales (CAF) rende veramente sopportabile “essere poveri transitoriamente” in Francia e fornisce un effettivo aiuto per non scadere mai nella classe sociale infima.

E siamo lontani anche dal meno nobile modello tedesco.

Comunque, consoliamoci: Macron sta distruggendo tutto e la Merkel, per contrastare a destra, vuole togliere i sostegni (alla faccia della libertà di stabilimento per i cittadini Europei che finora aveva contraddistinto la Germania).

 

2.4      Pensioni quota 100

Qui il discorso si fa più complesso.

Infatti, ci si trova di fronte a una importante istanza di dignità per i lavoratori, che si scontra però con un arido muro di numeri che hanno – purtroppo – il loro significato.

Infatti, è ben noto che la vita media si sta allungando e che – soprattutto – abbiamo meno nascite, per il cui il paese sta diventando progressivamente più anziano; anzi, tra i più anziani al mondo, visto che non siamo in grado di sostenere una nuova famiglia, ammesso che un giovane abbia un lavoro e lo abbia non precario.

Orbene, essendo le pensioni un trasferimento tra chi lavora e chi è in quiescenza, è del tutto normale che il sistema di trasferimenti, con più vecchi e meno giovani, vada in tensione.

In più, con la crisi che ha fatto perdere posti di lavoro, sono ulteriormente diminuiti i trasferimenti in numero, ed anche in ammontare medio, perché chi lavora è precario e deve accettare salari più bassi, vista la pressione esistente sull’offerta di lavoro.

Insomma, a fronte del sacrosanto diritto di avere almeno un po’ di vita decente dopo quaranta anni di lavoro, fin tanto che non si è decrepiti e qualcosa si può ancora fare, sia esso divertimento o impiego nel volontariato, si pone un baratro dovuto allo svuotamento del bacino delle disponibilità di fondi e flussi.

Prima di parlare di soluzioni, però, sgombriamo il campo dalle numerose bestialità urlate per nascondere imbarazzanti verità di fatti:

  • se qualcuno va in pensione si libera un posto di lavoro che pagherà una pensione:

non è vero perché:

  • non è detto che un lavoratore sia sempre sostituito con l’avanzare delle tecnologie;
  • chi va in pensione è anziano e mediamente o fortemente esperto. Ha avuto quindi una progressione di carriera o competenza che, anche senza automatismi, si è comunque tradotta in un aumento di salario. Un giovane che entra, invece, comincia dai primi gradini, come tutti abbiamo fatto (tranne i Pico della Mirandola o i rampolli Agnelli, Romiti, De Benedetti & C.). Chi entra “normalmente”, quindi, entra al minimo e per di più, come ho già detto, con salari più bassi rispetto di quelli che avevamo noi diversamente giovani circa un secolo fa;
  • questa differenza fa sì che non solo non basti un giovane per pagare una pensione, come non è mai bastato, ma che l’asticella si alzi non di poco. Quanto? Tre o quattro nuovi ingressi, come ho sentito dire? Di più? Non sono in grado di rispondere perché dipende da molti fattori, ivi compreso:
    • di quanto sarà ulteriormente inferiore la pensione dall’ultimo stipendio, rispetto alla decurtazione già oggi in essere;
    • come garantiremo stabilità e dignità ai nostri figli.

Una cosa, però, è sicura: il rapporto è uno a molti.

  • non è vero che c’è bisogno di altri lavoratori dall’estero per pagare le nostre pensioni.

Col cavolo!

È verissimo, invece, per quanto ho spiegato al punto precedente.

Questi lavoratori però devono essere qualificati, in regola, costantemente addestrati e messi in grado di vivere una vita dignitosa.

Insomma, non ci servono gli extracomunitari che arrivano ora, tra i quali Germania e Paesi del Nord scelgono fior da fiore (possibilmente laureati che scappano da paese ex civili ora in guerra o sotto dittatura, come Siria, Turchia o Iran) e ci respingono poveracci senza arte né parte, buoni solo per raccogliere pomodori in nero, perché i possidenti vogliono evadere tasse e massimizzare il profitto, mentre noi vogliamo una latta di pomodoro eccellente a costo di una lenticchia (salvo comprare poi il “Barolo cru Delafav” e l’Olio “Medio Evo”, che la massaia del Coiffeur non sa cos’è, ma lo ha sentito decantare da quella improbabile conduttrice alla trasmissione di cucina delle 13:00).

Insomma, mettiamoci in testa una cosa.

Abbiamo bisogno di forze fresche.

Non possiamo invece sopportare sbarchi disordinati che distruggono poveri cristi, se riescono a sopravvivere ai libici, e creano un oggettivo problema sociale, checché ne dicano i buonisti pelosi, solitamente BoBo’s che di extracomunitario dal vivo hanno visto solo la filippina che gli fa da sguattera (in nero, sia chiaro, così non si versano i contributi all’INPS);

  • tagliamo le pensioni d’oro.

Giustissimo verso coloro che le hanno ottenute senza versare i contribuiti pro-tempore vigenti. Tuttavia, teniamo a mente che non rappresentano che una parte infinitesimale del monte pensioni, ancor più microscopico se si considera chi la ha legittimamente ottenuta versando tanti contributi. Insomma, azione giusta e condivisibile, ma anche individuazione di un capro espiatorio, buono da ostendere nella TV urlata che esige sangue e vendetta, senza però alcun effetto pratico;

  • lo abbiamo promesso a “Popolo” che ci ha votato.

E vabbè! Raccontagli un’altra cazzata, tanto il popolo è bue.

Quale sia la soluzione di compromesso non lo so, ma di sicuro occorre che quota cento o qualcosa di simile sia mantenuta.

Probabilmente, qui si vedrà la capacità di mediazione delle forze politiche e la vera solidarietà che mostreranno i cittadini italiani, normalmente (attenzione, la prossima è una citazione classica) sempre pronti a fare i froci, ma con il culo degli altri[5].

Ad ogni buon conto, teniamo presente che anche questo provvedimento, se pur moralmente giusto, rappresenta un trasferimento di denaro da una parte all’altra e non uno strutturale investimento per lo sviluppo.

 

2.5      Pace fiscale e flat tax

La pace fiscale, per come viene intesa nelle odierne proposte, è una indecente sanatoria da mancetta elettorale di infimo livello, magari buona anche per sanare qualche reato serio.

Normalmente, quando si fa una grande riforma fiscale, è obbligatorio fare un “perdonanza” totale.

È necessario perché se vuoi ripartire a nuovo non puoi permettere che il vecchio rimanga nascosto e si prosegua a nascondere nel presente per non far sapere il passato.

Ma qui la riforma fiscale vera non c’è, salvo un pezzetto.

Però c’è una strizzata d’occhio alla solita massa elettorale che vive di elargizioni piccole e grandi.

Diverso è il discorso della flat tax, l’unica novità, che è vero che è rivolta solo alle partite IVA, ma risolve un problema su cui indegnamente hanno speculato tutti i governi fin qui succedutisi, ammiccando agli evasori fiscali per sopravvivenza, per raccattarne il voto.

Ora mi prenderò degli strali durissimi ma affermo con forza che avere la partita IVA in Italia è una lotta sovrumana contro uno Stato e un fisco tanto labirintico quanto idiota, fatto solo per mantenere il personale potere della casta degli impiegati alle entrate e dintorni di ogni ordine e grado.

A voler seguire tutte le regole, anche il commercialista più scaltro si arrende e la pressione fiscale è talmente alta che chi galleggia nelle parti basse della classifica sociale può anche andare in crisi, al momento di conguagliare nella dichiarazione dei redditi.

Certo, parlare di evasori fiscali fa venire in mente subito i grandi divi o i grandi sportivi che prendono residenza a Montecarlo e poi, magari, patteggiano qualche milioncino ogni tanto per proseguire a campare tranquilli. È il costo scontato, alternativo alle tasse, che hanno preventivato.

Ma quelli sono pochi e servono come specchietti per le allodole da carta patinata di serie B.

I poveri cristi, o peggio ancora quelli che devono avere la partita IVA per fingere di essere “liberi” di prestare un lavoro subordinato – nuova categoria di schiavi – sono le vittime misconosciute, tanto quanto i nuovi occupati post “jobs act” (così come denominato nel pessimo inglese di Renzi).

Insomma, più che una flat tax ci vorrebbe una totale riforma (quante volte avete sentito questa frase? Stucchevole vero?).

Ma il paese è in tale crisi che oggi toccare il fisco con una “perdonanza giubiliare” non è possibile.

Nel frattempo, si spera di finire almeno vergogne come le blandizie che il pregiudicato Berlusconi rivolgeva a chi era “costretto a evadere”, popolo che però mantenne anche lui vessato per non mettere mano a una soluzione strutturale che privava di una leva elettorale.

La Flat-Tax, quindi, per le piccole P.IVA, può essere una soluzione moralizzatrice?

Da sola non credo, ma è comunque un primo passo se si mettono accanto controlli veri. Pochi ma effettivi e rivolti non verso chi è facile beccare per un errore (anche chi è lavoratore dipendente ma ha sbagliato la dichiarazione).

Occorre dire a quelli della Agenzia delle Entrate che non è con numeretti raccolti su bersagli facili, perché poveri cristi, che si fa il lavoro davvero.

Con costoro si recupera facile ma si recupera poco, malamente e con cattiveria rispetto a quel che andrebbe davvero recuperato.

Chissà che non sia il momento di cambiare tutte le strutture, licenziando chi manifestamente individuato come infingardo, dal dirigente all’impiegato, vista la acclarata inefficacia.

 

2.6      La Banca di Stato

La Banca di Stato è quella Banca che nelle intenzioni deve sostenere tutte le iniziative di Stato, le agevolazioni italiane ed europee, il sostegno alle Start-up e, in generale, la rinascita economica.

Tutti la vogliono fare, peccato che già esista.

Evidentemente, chi la propone doveva studiare di più e parlare di meno.

Ho già trattato ampiamente del Mediocredito Centrale su queste pagine, finalmente tornato a nuova vita dopo un orrido periodo, dapprima sotto Banca di Roma/Unicredit e poi sotto Poste Italiane[6].

Non torno quindi in argomento se non per ricordare che basta ridare a quell’Istituto i compiti e il prestigio che aveva fino al 1999 e si ricomincia alla grande.

Invece, si prosegue a teorizzare un nuovo ente e praticare l’uso ultroneo di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che sarebbe l’Istituto che sostiene gli enti locali con il risparmio postale

La CDP, infatti, è stato usata da Tremonti come banca di investimenti e poi da Renzi praticamente come nuova IRI (alla faccia degli attacchi allo statalismo). Mi sembra che questo trend prosegua.

Insomma, la Banca già c’è.

Rimaniamo in attesa del collegamento dei governanti con la realtà.

 

2.7      Italexit e ritorno alla lira

Ed eccoci al vero argomento che vi farà fare un figurone superbo sotto il casco asciugacapelli o al mercato rionale.

Dobbiamo uscire dall’Europa e riconquistare la nostra sovranità monetaria.

È assolutamente necessario perché questa Europa ci vuole distruggere come ha fatto con la Grecia, affinché la Merkel possa proseguire a comandare con Macron, anche se la Merkel tra un po’ sarà giubilata, come dimostrato dalla crescita dei Verdi in Baviera e anche di AFD, mentre Macron lo faranno arrosto i nuovi poveri bianchi, a cui Jupiter-Monsieur le Président de Francetaglia ogni cosa, soprattutto dignità e futuro, ma li accompagna per mano ad attraversare la strada per trovare un lavoro che non c’è.

Dobbiamo pure riprendere in mano la nostra moneta per poter svalutare competitivamente e vendere titoli di Stato alla Banca Centrale (vedi sopra), anche se l’Euro ci permette di avere un mercato più vasto e sfruttare la potenza di un più grosso blocco economico.

Insomma, dobbiamo decidere noi per orientarci verso una nazione più solidale e non Junker o gli altri, perché tutti i cittadini Europei vogliono una Europa più solidale al suo interno e più chiusa nei suoi confini (magari buttando fuori il blocco di Visegràd portato dentro dalla Merkel perché mezzadri della Germania, ma assolutamente diversi culturalmente dall’Europa occidentale).

Solo coloro che governano i rispettivi paesi da troppo tempo non capiscono più la realtà (Macron compreso, che è riuscito a fare casino subito, forte della sua sublime preparazione tecnica avulsa dalla realtà).

Insomma, dobbiamo uscire rimanendo.

Ricapitolando: non avete capito nulla di che fare?

Non vi preoccupate, anche gli altri.

Basta che diciate tutto e il contrario di tutto e farete un figurone da gradi statisti.

Naturalmente, si spera che chi possa davvero farci uscire, se occorrerà comunque uscire (cosa che non escludo a priori), abbia già il piano pronto e i relativi mezzi.

Perché, ricordatevelo, per uscire bisogna farlo col botto, senza preavvisare prima e senza pietà per nessuno, anche per quella parte di cittadini necessariamente si impoveriranno nel breve.

Solo chi esce per primo vincerà sfruttando il vantaggio competitivo.

 

2.8      Investimenti strutturali

Gli investimenti strutturali sono quelli che servono realmente per rilanciare una economia in asfissia.

Sono investimenti che normalmente solo lo Stato o le grandi amministrazioni pubbliche possono effettuare o, al massimo, che possono essere effettuati congiuntamente tra pubblico e privato ma con il coordinamento della mano pubblica.

Sono interventi di ampio respiro quali costruzioni di infrastrutture, riqualificazioni urbane, interventi per il turismo di qualità, etc.

Sono quelli che mettono in moto tutti i benefici effetti della cara vecchia politica Keynesiana, alla faccia dei monetaristi tedeschi e americani, che tengono d’occhio solo che non scenda il valore della moneta, tanto il mercato per costoro si fa da solo (come no!?! lo stiamo vedendo da qualche anno!).

La domanda è: questo governo ha i soldi per farli, visto che lo sforamento del budget per il momento sembra coprire i soli trasferimenti, rimanendo così nel solco del più bieco elemosinario democristiano/socialista?

Non ho ancora visto il completo articolato, come nessuno lo ha visto.

Però, tanto per dire, non comprare nuovi missili di difesa e dirottare sul completamento della Pedemontana veneta parte dei soldi è una via percorribile (Toninelli permettendo, che non ne azzecca una manco quando ha il 50% delle possibilità tirando a indovinare).

Non comprare gli F35 e potenziare strutture culturali e turistiche dove gli stranieri vengono volentieri può essere un’altra idea. Vero è che l’impegno confermativo è stato preso dai precedenti governi e il venir meno alla parola data rende una nazione inaffidabile. Ma, visto l’argomento, magari un vaffanculo ci può stare.

TAP e TAV, invece, sono investimenti produttivi. Bisogna solo decidere se si vuole bloccare per altri motivi oppure no.

Rimaniamo in fiduciosa attesa.

P.S.: a proposito di J.M.Keynes, quando lo si nomina, magari al Bar del centro sportivo, ricordate sempre di citare la sua frase più famosa: “Nel lungo periodo siamo tutti morti”. Anche se non c’entra nulla con quello che state dicendo, è sempre una citazione che mostra competenza.

 

3      Piccole considerazioni finali

Care la mia Sora Cesira e Sora Lella – ma anche Caro sor Peppino – come vedete di argomenti ce ne sono per sostenere tante conversazioni “di impegno e distinzione”, almeno finche non torneranno di moda i problemi di Lele Mora e Fabrizio Corona.

Parlatene pure liberamente con chi volete, tanto non conterete mai nulla.

Come massa siete solo un insieme deterministico, quindi prevedibile, e, conseguentemente, manipolabile. Tanto più se vi informate nelle arene che ho citato all’inizio e leggete solo quello che conferma i vostri pregiudizi magari su siti di fake costruite solo per avere tanti clic che generano ricavi da pubblicità (lo sapete vero cosa significa pregiudizio? E sapete che ci sono siti che vi prendono per il culo dicendovi quello che volete sentire e loro ingrassano? No! Non lo sapete, perché tanto non capirete mai )

Nel frattempo io, al fine di ottimizzare le capacità di governo, lavoro per eliminare il problema fastidioso della democrazia.

 

 

[1]https://informationzero.wordpress.com/2018/10/02/e-se-non-si-alza-la-triste-ossessione-tra-ripulsa-e-desiderio-ovvero-il-tasso-bancario-come-non-lo-avete-mai-visto/

[2]https://www.corriere.it/politica/18_ottobre_15/manovra-ritocchi-titoli-stato-banche-studiano-paracadute-contro-l-effetto-spread-bcd78cda-d0b2-11e8-b9cc-418fa02c5235.shtml

[3]http://www.storiaolivetti.it/percorso.asp?idPercorso=616

[4]https://fr.wikipedia.org/wiki/Association_pour_l%27emploi_dans_l%27industrie_et_le_commerce

[5]Importante proverbio romano, assai adatto a interpretare il comune sentire di un popolo disincantatamente abituato al servilismo dapprima verso i papi, poi il Re, poi il Grande Puzzone e i suoi corifei in camicia nera e, infine, alla grande democristianeria col Sommo Sacerdote Andreotti. Splendida l’interpretazione data da un improbabile uomo d’affari che solo in un mondo di cialtroni come quello che gira intorno a Roma e ai suoi palazzinari poteva venir fuori: Stefano Ricucci https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/04_Aprile/19/ricuccipal.html

[6]https://informationzero.wordpress.com/2018/04/22/mediocredito-centrale-questo-sconosciuto/

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