TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES 

di torquato cardilli   TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES

Quando, dopo le elezioni del 4 marzo, passata l’euforia e consumati i lenti ritmi bizantini della nostra politica, sono iniziati gli abboccamenti e le trattative per la formazione del nuovo governo, nel circolo dei consiglieri di Di Maio, inebriati dalla vittoria, si sono fatti largo gli adulatori, incompetenti e velleitari, senza che vi fosse alcun Laocoonte che provasse a metterlo in guardia, come racconta Virgilio nell’Eneide (timeo Danaos et dona ferentes), dall’accettare il dono del si della Lega nel fare il nuovo esecutivo del cambiamento.

Si sapeva, da subito, che la Lega, disperata per l’insuccesso complessivo dell’alleanza di destra e in grandi ambasce per l’avanzata del M5S, rivelatosi prima forza politica del paese con il doppio dei voti di qualsiasi concorrente, se fosse entrata in un governo a 5 stelle sarebbe stata come il cavallo di Troia per riportare alla greppia i vecchi privilegiati e che a dispetto della propaganda avrebbe concordato ogni mossa delicata con Berlusconi.

La prorompente personalità di Salvini, che non rappresenta nessun cambiamento, essendo il più anziano, politicamente parlando, tra i leader italiani, dopo aver sbarrato la strada di Palazzo Chigi a Di Maio ed aver preteso vice Presidenza e ministero dell’Interno con il controllo ferreo di Palazzo Chigi attraverso il fido Giorgetti, si è subito manifestata in estemporanee uscite contro questa o quella istituzione che hanno oscurato la figura del premier Conte, in invasioni di campo nei settori della politica estera, della difesa, dell’economia, dei lavori pubblici, in frecciate agli alleati, in ostacoli palesi e sotterranei a ogni riforma tra quelle propugnate dal M5S.

Il continuo riferimento, fatto a giorni alterni da Di Maio al contratto di governo non tiene conto della volpina sottigliezza, a volte persino fraudolenta, della gran parte della vecchia burocrazia legata ad altre logiche politiche e appunto del Salvini bifronte con la sua coorte di incistati nei gangli dell’amministrazione.

Non c’è stata occasione in cui un’iniziativa del M5S non abbia trovato ostacoli dialettici, trabocchetti politici o addirittura sabotaggi risalenti al capo della Lega che ad ogni richiamo ai patti di governo, fatto dal Premier, ha risposto con apparente sottomissione lasciando però liberi i suoi ascari e dragomanni di intrufolare nei provvedimenti di governo scappatoie tipo fanghi velenosi e condoni tombali, nonché dichiarare a destra e a manca o addirittura in Parlamento posizioni contrarie, finendo per minare la credibilità dell’intero governo.

C’è francamente da temere che Di Maio faccia la fine di Masaniello, vittorioso nella rivolta di breve durata contro i privilegi dell’aristocrazia e lo sfruttamento della plebe, ma che non pratico dell’arte di governo non aveva preso alcuna contromisura per smontare le manovre della nobiltà che si era vista spogliata in pochi giorni delle proprie rendite e prerogative.

Di Maio ed i suoi oltre trecento parlamentari dopo la vittoria di Maratona debbono uscire dall’illusione perniciosa di vincere anche la battaglia delle Termopili (c’è sempre in giro un traditore tipo Efialte). Dovrebbero evitare di fare la fine di Pisacane, ed entrare nel terreno del pragmatismo del cambiamento che non vuol dire ottenere tutto e subito. Bisognerebbe che avessero la lungimiranza di saper graduare gli interventi nell’intero arco della legislatura cominciando a risolvere i casi più urgenti dei bisogni popolari che sono stati i pilastri dell’impalcatura del successo, cui purtroppo si aggiungono i disastri dell’uomo e del clima (ponte Morandi e devastazione in Veneto).

Non ci si può accontentare del successo sulla questione dei vitalizi parlamentari o di aver chiuso la questione dell’ILVA, o della legge sulla corruzione, avendo ceduto sul TAP e sul condono fiscale e sull’aumento dei fanghi pericolosi in cambio del condono edilizio di Ischia.

Il popolo a 5 stelle reclama il reddito di cittadinanza, il no TAV e il no MUOS, la fine della prescrizione che rende tutti eguali di fronte alla legge, il rimborso integrale, seppure scaglionato nel tempo, per i truffati delle banche, la difesa della legalità contro ogni tipo di condono finanziario, fiscale, edilizio che suonano come un’offesa per la gente onesta, quella che ha permesso al paese di sopravvivere. Il M5S ha vinto le elezioni perché ha promesso la lotta senza quartiere alla mafia e alla criminalità varia che con i continui incendi di depositi di rifiuti da Nord a Sud vuole ridicolizzare il Ministro dell’ambiente, ex generale dei carabinieri, la cui nomina ha rappresentato un salto strategico rispetto agli imbelli predecessori.

Scusate se mi rifaccio all’articolo di Odifreddi per utilizzare il paragone con Lenin che non esitò a ritirarsi dal primo conflitto mondiale con il decreto sulla pace, approvato pochi giorni dopo la rivoluzione russa, nonostante l’ultimatum della Germania. Di Maio alle prese con le difficoltà di cassa, stretto nella morsa tra l’Europa e la BCE, tra lo spread e l’inizio della stagnazione, dovrebbe esigere il ritiro, come promesso in campagna elettorale, entro l’anno di tutti i nostri contingenti militari dall’Afghanistan e da altri teatri di impiego.

Se non attuasse una politica di rispetto integrale degli impegni presi potrebbe uscirne rovinosamente logorato e potrebbe avverarsi la recentissima profezia della Goldman Sachs1, secondo cui il Governo è destinato a cadere subito dopo le elezioni europee del maggio 2019, se non addirittura prima.

Come già successo in passato i manovratori della finanza internazionale pensano ad un esecutivo più coerente con una politica a loro gradita che privilegi l’aumento delle entrate (tasse) per dar luogo all’austerità imposta dal tentativo di frenare il debito, cioè un programma in netto contrasto con quanto si profila nella legge di bilancio.

Goldman Sachs sa bene che il Governo giallo-verde che gode ora dell’approvazione del 60% dell’elettorato non attuerà, pur rasentandolo spesso, nessuno strappo fino a metà maggio, ma aggiunge che se le promesse non troveranno soddisfazione nel breve termine potrebbe rimetterci le penne proprio la formazione politica che più ha insistito sull’abrogazione dei privilegi e sulla redistribuzione del reddito.

Se si andasse ad elezioni anticipate in concomitanza con quelle europee lo scenario più plausibile è che si aprirebbe la porta a un governo di centro destra puro all’insegna del sovranismo, ma è assai improbabile che un governo del genere sia in grado di migliorare il

funzionamento della macchina statale sempre inceppata senza riforme draconiane, e che riesca a sprigionare crescita e diminuzione del rapporto debito/pil.

Tutti gli organi di informazione hanno dato conto che il terzo trimestre 2018 ha segnato per l’Italia crescita zero, sicché non è azzardato dire che siamo in un mare in tempesta per una manovra finanziaria contraddittoria, con episodi di assalto alla diligenza anziché esempi di morigeratezza richiesta dal governo del cambiamento.

Nella manovra sono state incluse misure discutibili: da una parte lo scorporo dei provvedimenti sul reddito di cittadinanza e sulla revisione della legge Fornero, i cui fondi verranno stanziati attraverso un ‘collegato’ alla legge di Bilancio da votarsi separatamente. Il che tradotto in termini pratici vorrà dire che ci vorrà molto più tempo per rendere la misura operativa e questo alleggerirà il fardello del debito dell’erario che potrà contare in una momentanea boccata d’ossigeno valida per stare al di sotto del 2,4% di debito, ma sicuramente non gradita dall’elettorato.

Inoltre sono stati previsti un provvedimento per consentire alla Lega di non ammainare definitivamente la bandiera della flat tax prevedendo questa tassa piatta del 15% per le lezioni private e le ripetizioni dei professori, e quello cervellotico di assegnare terreni incolti a famiglie con il terzo figlio. E non è detto che la voracità parlamentare non introduca altre forme di finanziamento ridicole.

Viceversa solo se Conte e Di Maio riuscissero ad imbrigliare Salvini pena lo scioglimento dell’alleanza, l’elettorato 5 stelle vedrebbe che non è stato tradito.

Chi è maggiormente preoccupato della insostenibilità del debito italiano è l’establishment tedesco che non vuole prendere neppure in considerazione minimale la socializzazione del debito in Europa e che incomincia a far trapelare l’idea che ogni italiano versi il 20% del proprio risparmio privato ammontante a oltre 4.000 miliardi di euro, in un fondo di garanzia del rimborso del debito pubblico.

Questa misura che finirebbe per punire i cittadini onesti e virtuosi addossando loro il peso dell’inefficienza dello Stato e della sua classe politica costituirebbe un ulteriore premio per gli evasori e imboscatori di patrimoni all’estero ed equivarrebbe al suicidio politico dell’intera classe dirigente attuale; per questo Conte, Tria, Di Maio, e Salvini si affrettano a smentirla.

Sul piano europeo c’è da considerare che i tedeschi potrebbero boicottare, timorosi di perdere altro terreno elettorale, le manovre di Draghi volte al rinnovo dei titoli italiani in scadenza per rendere meno traumatica la fine del quantitative easing.

Una tela di fondo del genere potrebbe acquisire tinte ancora più fosche a causa delle tensioni internazionali, dell’acuirsi della politica stravagante di Trump sui dazi commerciali con la Cina, sulle sanzioni all’Iran e alla Russia, che danneggerebbero ulteriormente l’economia italiana. Allo stato attuale sembra che il Governo Conte non si renda conto del pericolo di una spirale negativa interna ed esterna. Dovrebbe anziché applicare una patrimoniale invogliare gli italiani ad un risparmio patriottico di 300 miliardi con titoli a tasso zero e detrazione dell’1% dall’IRPEF, il che sconfiggerebbe definitamente lo spread. In caso di rifiuto dell’alleato ad adeguarsi, al povero Di Maio che viene sistematicamente contraddetto non solo dai parlamentari peones della Lega, ma persino dai Ministri come Bongiorno e dai Sottosegretari come Giorgetti e Rixi, tanto per citarne qualcuno, converrebbe pensare più che a elezioni anticipate ad un cambio di cavallo.

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