LA SETE DI POTERE

 di torquato cardilli   LA SETE DI POTERE

L’Italia si trova ufficialmente in mezzo al guado con lo spread alla gola, tra la violazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio per il deficit del 2,4% sul PIL e la bocciatura della Commissione europea, certamente insolentita a giorni alterni dalle sparate e dalle provocazioni da guascone di Salvini.
Siamo stati iscritti per la prima volta nel libro dei cattivi, soggetti a procedura di infrazione per debito eccessivo. Ce lo ha comunicato ufficialmente la Commissione con una lettera che però contiene un paio di passaggi sorprendenti. Il punto di partenza degli addebiti mossici non è tanto la legge di bilancio del 2019 del Governo Conte, quanto il trascinamento del debito pubblico fatto negli anni 2016 e 2017, quando cioè a Palazzo Chigi c’erano Renzi e Gentiloni con queste parole: “…sulla base dei dati notificati e delle previsioni della Commissione, l’Italia non ha rispettato il parametro di riduzione del debito nel 2016 (gap del 5,2% del PIL) e nel 2017 (gap del 6,6% del PIL)…” e poi : ”… complessivamente, la mancanza di conformità dell’Italia con il parametro di riduzione del debito nel 2017 fornisce la prova dell’esistenza prima facie di un disavanzo eccessivo ai sensi del patto di stabilità e crescita, considerando tutti i fattori come di seguito esposti. Inoltre, in base ai piani governativi e alle previsioni della Commissione dell’autunno 2018, l’Italia non dovrebbe rispettare il parametro di riduzione del debito nel 2018 e nel 2019…”
Dopo avere fatto finta di non vedere per venti anni la deriva del deficit italiano desta certamente sorpresa che la Commissione Ue abbia deciso di riaprire gli occhi proprio ora. Forse è una reazione per gli attacchi reiterati e plateali del vice presidente Salvini oppure è il gesto della disperazione di chi sente franare il terreno sotto i piedi e prevede di scomparire dalla scena di qui a sei mesi visto che nel continente sta scemando a vista d’occhio un po’ dappertutto il consenso verso l’Europa di oggi.
Alle gaffe reiterate del capo della Lega tenta di porre rimedio il cireneo professor Conte, appena appena aiutato dal ministro delle finanze Tria, incaricato di portare la croce del peso del Governo.
Come se non bastasse ai fini della credibilità internazionale, i due suoi vicepresidenti Di Maio e Salvini si beccano quasi ogni giorno come due galli nel pollaio. Invece dovrebbero spiegare al popolo che i vari predecessori Renzi, Gentiloni, Padoan (quest’ultimo lasciando l’incarico di ministro per la sine cura parlamentare ha tramesso al suo successore un rapporto debito/pil del 131,2% ed un conto salato di clausole di salvaguardia di ben 10 miliardi) non hanno pudore perché accusano questo Governo di fare un danno al paese creato da loro stessi.
In questo frangente delicato è un fatto che il continuo e contraddittorio alternarsi di distinguo, di dichiarazione di unità di intenti e di frecciate velenose tra i due vice presidenti fa pensare al cupo destino della coppia Macbeth e Banco.
La tragedia di Shakespeare, che rappresenta in termini estremamente atroci gli effetti catastrofici della sete di potere e dell’ambizione politica, perseguita ad esclusivo interesse personale, fatte le dovute proporzioni potrebbe far ritenere che dei due diarchi uno finirà per prevaricare sull’altro. Del resto i sondaggi danno in strepitosa crescita i consensi a favore di Salvini che, pur essendo entrato in Parlamento con un bottino del 17% dei voti, ora veleggia intorno al 36%, mentre il rivale Di Maio che il 4 marzo aveva ottenuto il 33% del voto popolare ora sembra in discesa verso il 27%.
In un linguaggio un po’ più sempliciotto e meno tragico di quello di Shakespeare potremmo rifarci a due stupende favole dell’antichità, tramandateci dal greco Esòpo (VI secolo a.C.) e dal suo emulo, il romano Fedro (I secolo d.C.), per descrivere il rapporto tra i due. Secondo Esòpo uno scorpione chiese ad una rana di permettere di salirgli sulla schiena per trasportarlo sull’altra riva dello stagno (leggi: per andare al potere con il suo magro gruzzolo di voti Salvini chiese a Di Maio di imbarcarlo nell’avventura di governo). La rana, giustamente sospettosa gli rispose che temeva di essere ferita a morte dal pungiglione durante la nuotata, al che lo scorpione rispose che se lo avesse fatto sarebbero annegati entrambi (a nulla sono valsi i pareri e gli inviti a diffidare di quanti all’interno del M5S temevano di essere raggirati dalla Lega). La rana, anch’essa desiderosa di approdare su una riva più verde (quella del governo), si fece dunque convincere da queste parole, ma nel bel mezzo dello stagno lo scorpione sfoderò il pungiglione e la ferì a morte (non sono mancate le avvisaglie di affondare il governo da parte della Lega). Prima di affogare la rana chiese il perché del tradimento allo scorpione che rispose di aver obbedito alla sua natura (troppo tardi per un ravvedimento operoso per la povera rana).
Se invece ci rifacciamo a Fedro questa volta dovremmo mettere Salvini nelle carni della rana che vide su un prato un bue intento a pascolare. Presa dall’invidia per l’imponenza di quell’essere (33% dei voti contro il suo 17%) cominciò a gonfiare la sua pelle rugosa ed ogni tanto chiedeva ai suoi simili se fosse diventata grande abbastanza. Alla risposta negativa continuò nell’impresa di gonfiarsi con sempre maggiore sforzo. Qualcuno l’avvertì di non fidarsi delle apparenze che avrebbero potuto deludere all’improvviso (come ha fatto Giorgetti) ma la rana imperterrita continuò a gonfiarsi finché non scoppiò stramazzando esanime (metafora del destino fallace non solo dei sondaggi, ma dei mutevoli consensi popolari). Poiché da ogni favola bisogna trarre una morale, l’invito a di Maio è quello di resistere ad ogni tipo di lusinga, di rimodulare le asperità della legge di bilancio e la tempistica della quota 100, di salvaguardare il rapporto con l’Europa, di tenere presente che l’innalzamento dello spread danneggia i risparmi ed il futuro degli italiani, e di non cedere alle richieste del partner che nulla hanno a che fare con i bisogni della gente comune, ma solo con la protezione dell’ancien régime, cioè dei cascami della reazione di FI, dei cementieri, dei trafficanti, dei corrotti, delle lobby, degli evasori, dei banchieri e degli imboscatori di valuta nei paradisi fiscali.

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