UN BILANCIO DA BRIVIDI

di torquato cardilli    UN BILANCIO DA BRIVIDI

La settimana prima di Natale si terrà la riunione del Board della BCE che farà il bilancio del programma di liquidità dell’euro dopo l’applicazione del Quantitative Easing (QE) che cesserà, come noto, a fine anno.

Sotto scrutinio saranno principalmente tre paesi: l’Italia, la Spagna e il Portogallo che ne hanno largamente usufruito per mantenere basso e quindi sostenibile il costo del debito.

Per l’Italia, il cui trend economico è peggiore degli altri, sarà scrutinata con la lente di ingrandimento non solo la manovra di bilancio, ma anche il programma operativo del nostro Tesoro che nel solo 2019, senza l’ombrello del QE, dovrà ricorrere al mercato per reperire la bellezza di 419 miliardi, a cominciare con l’asta di titoli di 51 miliardi previsa per gennaio, sicuramente con un indiscutibile aumento dei tassi per far fronte alle restituzioni dovute, al pagamento degli interessi ed al fabbisogno di cassa per le spese correnti.

La Commissione europea ha bocciato la nostra manovra ritenendo il deficit programmato del 2,4% del PIL non coerente con le promesse e gli impegni presi, né adeguata al nostro debito. Probabilmente la UE (sapendo che il deficit dipende massimamente dai debiti contratti da Renzi e Gentiloni) non avrebbe detto nulla se vi fossero stati corposi investimenti pubblici nel lavoro, senza assistenzialismo, e una maggiore equità fiscale.

A Francoforte, invece, si pensa che sarebbe imprudente e pericoloso per l’equilibrio dell’eurozona, abbandonare l’Italia al suo destino con la procedura di infrazione, senza una forma di sostegno sussidiario. In luogo del prolungamento puro e semplicedel programma di acquisto del QE, si fanno due ipotesi: il rifinanziamento a lungo termine per le banche (che detengono titoli di Stato per 364 miliardi di euro pari a 1,5 volte il loro patrimonio) e/o l’allungamento delle scadenze dal breve al lungo termine, in modo da garantire, almeno per tutto il 2019, un efficace scudo anti aumento dello spread.

Ma quale che sia la soluzione che sarà adottata non significa risolvere il problema del deficit italiano; al massimo esso potrà essere considerato  solo spostato in avanti tanto per evitare guai peggiori all’impalcatura europea e contenere l’ondata di protesta prima delle elezioni europee del maggio 2019, lasciando che la patata bollente ricada nelle mani della nuova Commissione e del nuovo Parlamento di Strasburgo.

Quanto alle restituzioni italiane di Bot, Btp, Ccteu, Ctz, Emtn durante la corrente legislatura fino al 2023 è roba da muro del pianto.

Il Tesoro dovrà restituire capitali da brividi per onorare le cambiali firmate dai passati governi, formati da politici cosiddetti competenti e capaci: 290,5 miliardi nel 2019; 196,5 miliardi nel 2020; 187 nel 2021; 173 nel 2022; 183 nel 2023 per un totale in cinque anni di 1.030 miliardi cioè quasi la metà dell’intero nostro debito caricato sulle spalle dell’attuale esecutivo e del popolo italiano.

Oltre a queste restituzioni, dal 2020 scatterà anche un’altra tagliola quella del rimborso alla BCE di Francoforte delle aste quadriennali denominate TLTRO (targeted long term refinancing operation), a meno che non si applichi il programma di allungamento delle scadenze. Insomma un’altra mazzata di cui nessuno parla.

Il collocamento dei Btp Italia che si è chiuso il 22 novembre con una raccolta appena superiore a 2 miliardi, sui 7,7 posti in asta, è stato un mezzo disastro.

Tanto gli investitori istituzionali (che hanno sottoscritto 1,3 miliardi) quanto le famiglie italiane (acquirenti di 864 milioni) hanno tirato il freno a mano spaventati dal rischio Italia i cui titoli non appaiono più certi e sicuri come una volta.

Il Governo, impegnato in passerelle pubblicitarie e annunci al rilancio o in battaglie di comunicazione per dissipare le nubi sui contrasti Di Maio-Salvini, non ha fatto nulla per incentivare e garantire i nuovi sottoscrittori. Non ha nemmeno abbozzato una strategia di raccolta di adesioni con un premio sull’IRPEF facendo leva sul sentimento di sforzo nazionale, né, soprattutto, ha dissipato l’ombra dello spettro del decreto del 7 dicembre 2012 (governo Monti) approvato in applicazione della norma comunitaria del 2 febbraio dello stesso anno. Tale norma collegata al “fondo salva stati” ha imposto le cosiddette clausole di azione collettiva (CAC), secondo cui il paese europeo che si trovasse nella impossibilità di onorare gli impegni assunti di restituzione del capitale e di pagamento degli interessi pattuiti, potrebbe rinegoziarne i termini unilateralmente. Tradotto in termini meno ermetici significa che lo Stato debitore ha il potere di ridurre gli interessi dovuti e dare nuove scadenze dilatando la durata del prestito attraverso la sostituzione dei titoli da rimborsare con nuovi titoli. Come dire che il risparmiatore che abbia comprato il 22 novembre scorso i Btp Italia quadriennali, all’interesse annuale dell’1,45%, potrebbe vedersi imporre, prima della scadenza un interesse prosciugato fino allo 0,5% o addirittura la restituzione del capitale dopo ulteriori 4 anni.

Accettando ad occhi chiusi le imposizioni di Bruxelles il governo Monti e il Parlamento italiano dell’epoca si sono comportati alla chetichella, senza troppi annunci, come i gestori dei banchetti delle tre carte sostituendo quella vincente durante la partita o cambiando gioco e diminuendo la posta.

La convinzione che il momento sia caratterizzato dall’incertezza sull’affidabilità economica del paese proprio a causa della possibile applicazione delle regole Cac è il motivo per cui il mercato ha mostrato freddezza.

L’incertezza, oltreché dall’imponenza del debito deriva anche dalla poca coerenza che l’attuale esecutivo mostra ogni giorno tra promesse elettorali (basate sul mantra del “ci sono le coperture”) e adozione di provvedimenti a favore della crescita economica e del welfare della popolazione.

Il dossier sulle pensioni d’oro, che aveva scaldato gli animi e i dibattiti sul taglio secco o sul contributo di solidarietà, sembra essere finito nel cassetto del dimenticatoio; il condono fiscale che appare e scompare dalla manovra, nasconde disegni perversi; la promessa sulla flat tax è andata a farsi benedire; la fantomatica “quota 100” rappresenta il nodo scorsoio per il Tesoro; i tempi del reddito di cittadinanza sembrano appesi nel limbo delle pie illusioni visto che non c’è ancora una strategia applicativa; per non parlare dello stallo sulle infrastrutture, del rimborso ai truffati dalle banche, del carcere per gli evasori, del risanamento idro geologico, del riammodernamento della pubblica amministrazione, del vero contrasto al contrabbando di greggio e di droga, dell’evasione dell’Iva, del peculato e della corruzione, dell’iniquità fiscale. Su quest’ultimo argomento la manovra (in deficit) non sembra contenere misure per il recupero delle tasse dovute dalle organizzazioni religiose (circa 5 miliardi di euro) così come dalle grandi multinazionali che contando su accordi segreti con governi di paesi UE (tipo Lussemburgo, patria di Junker o l’Irlanda o le isole britanniche) con operazioni di estero vestizione su cui sta indagando la Procura di Milano, sottraggono al fisco italiano ogni anno centinaia di milioni. Basta ricordare che i 13 giganti della rete che fatturano proventi per 1,8 miliardi dichiarano utili ridicoli e pagano tasse per soli 59 milioni di tasse: Facebook pur raccogliendo 1 miliardo di pubblicità fatturato all’estero fattura in Italia 11 milioni e paga solo 12 mila euro di tasse; Google Italia dichiara un utile di 94,5 milioni e paga solo 5,6 milioni, ecc.

Il fatto è che Lega e M5S, a dispetto delle reiterate conferme dei loro due  leader di procedere d’accordo, hanno visioni opposte del mondo: hanno sottoscritto un accordo di Governo che ognuno interpreta a modo suo, sicché la propaganda non può riuscire nel compito di nascondere la confusione di una maggioranza che alla prova dei fatti da segni di sbandamento dall’una e dall’altra parte.

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