NON C’E’ PEGGIOR SORDO DI CHI NON VUOL SENTIRE

di torquato cardilli

NON C’E’ PEGGIOR SORDO DI CHI NON VUOL SENTIRE

Elias Canetti definisce benissimo la sordità dei politici che odono solo gli applausi, che ascoltano solo la propria voce e si ostinano a restare caparbiamente indifferenti ai sacrifici dei popoli che governano.

Ogni nostro politico, che sia al potere o all’opposizione, quando appare in video nei pastoni dei telegiornali o partecipa ai talk show o rilascia dichiarazioni alla stampa dice sempre le stesse cose, fa sempre la stessa diagnosi, illustra sempre le stesse promesse, ma non fa mai uno straccio di anamnesi, né di prognosi, né indica la terapia praticabile. Alternativamente si limitano a rinfacciarsi la responsabilità dello stato di degrado e di dissesto economico, scaricandosi vicendevolmente la paternità degli sprechi e della carenza di risorse necessarie per soddisfare i bisogni minimi.

Quante volte abbiamo sentito parlare di enormità del debito pubblico, di terrore dello spread, di gravosi interessi sul debito, di infelice rapporto tra debito e Pil, di crisi globale, di luce in fondo al tunnel, di crescita prossima ventura, ecc. ? Un’infinità di volte.

Ma è stata mai spiegata, come farebbe un medico onesto con l’ammalato, la prescrizione obbligatoria per avviare il paese a guarigione e quale sia la strada da percorrere per far uscire l’Italia dal labirinto economico in cui si trova? No.

Cominciamo allora con lo spiegare alcuni elementari dati di fatto.

Il debito pubblico italiano ha raggiunto il suo massimo storico (nel momento in cui leggete queste note avrà superato i 2.389 miliardi e mezzo di euro, quasi il 133% del Pil) spalmato su 25 anni, anche sulle spalle di chi deve ancora nascere, e qualsiasi lettore può controllare in tempo reale il contatore del debito pubblicato on line dall’Istituto Leoni e che occhieggia minaccioso sui pannelli installati nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano.

Nessun ministro dell’economia dell’ultimo decennio, da Tremonti fino a Tria, ha detto agli italiani come stanno realmente le cose, né ha mai affondato il bisturi sulla cancrena del nostro sistema bancario che ha mandato gambe all’aria centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, mentre gli amministratori delle banche (per lo più amici di PD e FI) se la spassavano, né ha usato la scure per tagliare i rami secchi o eliminare il parassitismo.

Nel 2011, Monti, terrorizzato dalla voragine lasciatagli da Berlusconi con uno spread a 570 punti, puntò tutte le sue fiches sull’austerità selvaggia e anziché procedere decisamente sulla strada della razionalizzazione della spesa, anziché escogitare formule pratiche di investimenti con i capitali da recuperare in una draconiana lotta contro l’evasione, contro la corruzione, contro la frode, contro la droga, contro i paradisi fiscali e i loro clienti, fu capace solo di tosare il contribuente, soprattutto quello più indifeso.

Il debito pubblico in economia è rappresentato dal debito che lo Stato contrae nei confronti di chi gli presta i soldi per soddisfare le necessità e colmare il deficit di bilancio che si verifica puntualmente alla fine di ogni anno finanziario.

E’ importante capire chi sia il finanziatore del debito nei cui confronti lo Stato non può esercitare alcun potere impositivo, mentre il prestatore di denaro cioè il compratore delle nostre cambiali, che resterebbero invendute se la remunerazione in interessi fosse inferiore al rating fissato dalle agenzie internazionali di rating, detiene un enorme potere negoziale. Se il creditore, cioè il detentore del nostro debito, non è un soggetto italiano, ma è un ente estero non gli si può fare alcun discorso di rinegoziazione, né di compensazione fiscale.

Sicché chi finanzia l’Italia, amministrata in deficit permanente, ha in mano, in una certa misura, le sorti del paese costringendolo a scelte politiche di austerità, volte esclusivamente a salvaguardare il capitale prestato, anche se ciò impoverisce la popolazione, ne erode i diritti, le nega una retribuzione dignitosa (prevista dalla nostra Costituzione) e ne riduce il welfare.

Il sovranista che reclama l’autorità di battere moneta è ideologicamente obnubilato da una falsa idea di prestigio e non capisce le implicazioni disastrose per noi in termini di difficoltà di approvvigionamento di valuta, di svalutazione, di accaparramento di beni, di inflazione, di perdita del potere di acquisto, di aumento dei costi, di ulteriore impoverimento del ceto medio basso ecc.

Chi è il detentore delle nostre cambiali?

Per il 35,7% (850 miliardi) sono istituzioni straniere (compresa la BCE per il 4,1%) e poi a scalare per il 21% varie istituzioni nazionali (Poste italiane, Assicurazioni, Fondi, ecc.), per il 19% la Banca d’Italia, per il 17,7% le altre banche italiane e solo per il 5,7% i privati cittadini italiani.

Lo spread, cioè la differenza tra il costo del denaro preso in prestito dallo Stato italiano e quello preso in prestito dalla Germania (che funge da parametro di riferimento in Europa) è ora di circa 260 punti base, cioè l’Italia per ottenere soldi paga un interesse superiore del 2,6% a quello che paga la Germania, con notevoli ripercussioni non solo sulla finanza pubblica, ma anche sull’economia corrente di ogni giorno e sulla nostra competitività a livello internazionale.

Il costo che lo Stato deve sopportare per ripagare i soli interessi sul totale del debito è di circa 80 miliardi di euro all’anno (chiediamo prestiti per pagare gli interessi), che vengono sottratti allo sviluppo del paese. Questo onere è superiore all’avanzo primario (saldo positivo tra entrate ed uscite esclusi gli interessi) e determina ipso facto una crescita continua del debito in una spirale perversa che inghiotte questa e le future generazioni.

Secondo il rapporto della Banca d’Italia sulla stabilità finanziaria, l’anno prossimo il Governo dovrà chiedere ai mercati circa 400 miliardi, per ripagare il debito in scadenza e per far fronte alle necessità di coprire il disavanzo pubblico. Questi 400 miliardi di titoli da soli costano circa 12 miliardi di interessi, che vengono ancora una volta sottratti agli investimenti ed al rilancio dell’economia.

Perché il debito pubblico sia sostenibile occorre che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso di interesse sul debito, ma le prospettive sul nostro Pil sono terrificanti: si va da un ottimistico + 0,6 % del Governo ad un pessimistico -0,2% dell’OCSE. Quale che sia il dato reale la nostra crescita è terribilmente al di sotto del tasso degli interessi e quindi siamo condannati a vedere crescere il debito solo per far fronte alle spese correnti.

Dunque appare chiaro che la nostra è una crisi sistemica. Bisogna correggere la rotta in modo drastico, e pur salvaguardando le conquiste sociali in una cornice di maggiore equità distributiva, muoversi contemporaneamente su due direttrici: far calare lo spread, o farne addirittura a meno, come vuol dimostrare questo scritto, e utilizzare quei fondi risparmiati per la crescita.

Per spezzare le catene che impediscono all’Italia di assicurare prosperità ed equità bisogna avere una buona dose di coraggio e d’inventiva di misure appropriate, che non sono quelle indicate dai cultori dell’austerity come il presidente della commissione UE Juncker, il suo vice Dombrovskis, il commissario Moscovici e compagnia cantante. Imboccare la strada giusta significa sovvertire completamente il paradigma economico che ci ha portato sull’orlo del baratro e cioè ridurre il debito senza intervenire sulla tassazione che è insopportabilmente alta, o sulla riduzione dei servizi, ma sul controllo effettivo della spesa pubblica, sull’inefficienza amministrativa sulla lotta alla corruzione ed all’evasione.

Come ho scritto più volte bisogna anche utilizzare le ricchezze private in modo efficace ed equilibrato, invertire il perverso ciclo degli interessi condizionati dallo spread e ripudiare l’idea della estrema sinistra di imporre una patrimoniale secca che, al massimo, può produrre un momentaneo riequilibrio contabile ma non risolvere il problema perché non  incide sugli strumenti per il  risanamento economico del paese.

Il trattato di Maastricht obbliga i partner europei a non sforare il tetto del 3% di debito annuo nel rapporto con il Pil ed a far rientrare in 20 anni tale rapporto nel 60%. Noi non ci riusciremo mai.

Tutti ricorderanno i negoziati con l’UE in occasione della finanziaria 2019 volti a contrarre la previsione di sforamento programmato del bilancio dal 2,4% sul Pil al 2,04% (l’Europa aveva chiesto un limite del 1,6%) per non incorrere nella procedura di infrazione con una riduzione di spesa di circa 2 miliardi, garantita da clausole di salvaguardia (cioè stretta al welfare ed ai servizi). Tali clausole erano aggiuntive a quelle tuttora valide(di aumento dell’IVA, sottoscritte dai governi di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, i cosiddetti statisti competenti ed europeisti. Durante i loro governi il nostro debito, nonostante i sacrifici, è aumentato senza migliorare le condizioni dei poveri e del ceto medio che invece hanno visto ridursi il potere di acquisto, l’ampliamento della forbice della ricchezza a vantaggio dei più abbienti (industriali estero vestiti, finanzieri senza scrupoli, banchieri corrotti, alti papaveri del mondo superiore, multinazionali del gioco e del tabacco, speculatori sulle fonti energetiche, concessionari di beni pubblici e delle comunicazioni, ccc.).

Il quadro internazionale non ci aiuta: tra i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti, la crisi della lira turca e del peso argentino, tra le sanzioni americane anti Russia anti Iran e anti Venezuela che colpiscono anche chi vuol fare affari con loro, la guerra commerciale tra Usa e Cina, la guerra civile in Libia che segna un’altra sconfitta per la nostra diplomazia, noi stiamo scivolando in una recessione che ci obbligherà ad attivare tali clausole se non ci sarà un’immediata riduzione delle spese e un incremento di altri introiti nelle casse statali.

Perché l’Italia non cresce? Per la scarsa produttività (+ 6,7% in 20 anni rispetto al 31,6 % della Germania, 27,8% della Francia, 16,8% della Spagna), lo scarso livello di investimenti soprattutto nell’istruzione al di sotto di tutti i partner europei, l’assenza di cultura manageriale, la poca digitalizzazione, la inesistente meritocrazia con le persone sbagliate nei posti sbagliati, la deficitaria formazione.

Basterebbe in un colpo solo aumentare nel 2020 la quantità di debito in mani italiane con un mega prestito patriottico di 400 miliardi riservato per i soggetti all’IRPEF senza interessi, ma con lo sconto dell’1% del capitale investito, cioè un vantaggio superiore al rendimento del denaro, che crea un guadagno netto per l’erario di almeno 9 miliardi.

A quel punto ce ne potremmo infischiare del rating delle agenzie, come fa il Giappone che ha un debito pubblico da far spavento (pari al 240% del Pil), quasi il doppio del nostro, su cui paga interessi quasi nulli ai sottoscrittori esclusivamente giapponesi. Sarebbe il classico uovo di Colombo che non è stato ancora compreso dal Governo, impegnato in passerelle pubblicitarie, in annunci al rilancio e in battaglie di comunicazione per dissipare le nubi sui contrasti tra Di Maio e Salvini, avviati al duello finale come Romolo e Remo.

Il fatto è che la Lega e il M5S, a dispetto delle reiterate conferme dei due  leader di procedere d’accordo, hanno visioni opposte del mondo: hanno sottoscritto un accordo di Governo che ognuno interpreta a modo suo, sicché la propaganda non può riuscire nel compito di nascondere la confusione di una maggioranza che alla prova dei fatti da segni di sbandamento.

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