IL PAESE DELL’INSAPUTA

di torquato cardilli

Il paese dell’insaputa

Il grande Belzebù della prima repubblica amava dire che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.

Non c’è stato scandalo in Italia che non abbia avuto la regia di un grande vecchio: sia esso un politico, un trafficante, un banchiere, un industriale, un grand commis dello Stato, un militare, un mafioso. Siamo passati, all’insaputa degli italiani, attraverso gli scandali della Lockheed, dello scambio Eni-Petromin, di tangentopoli, delle trattative e patti con il terrorismo palestinese e con la mafia, subendone le relative pressioni, senza fare una piega.

L’aspetto tragico e farsesco allo stesso tempo di ogni scandalo è che quando qualcuno viene pizzicato con il sorcio in bocca fa finta di cadere dalle nuvole trincerandosi dietro l’espressione che il fatto è avvenuto “a sua insaputa”, mentre tutti gli altri (datori di lavoro, complici, affaristi, politici) fanno finta di non conoscerlo.

Le cronache dell’ultimo ventennio sono zeppe di casi del genere: il ministro Scajola acquistò una casa di fronte al Colosseo all’insaputa che metà del costo fosse stato pagato da altri; il ministro dell’economia Tremonti si dichiarò all’insaputa che i lavori di restauro della casa messagli a disposizione dal factotum Milanese fossero stati pagati a sua insaputa; il presidente della Camera Fini alienò una casa a Montecarlo, di proprietà del partito, ad un prezzo da regalo, al proprio cognato a sua insaputa; l’utilizzatore finale (definizione del suo avvocato personale) delle grazie di Ruby, nel lettone regalatogli da Putin, operò all’insaputa che la ragazza fosse minorenne e la fece passare per nipote di un capo di stato africano, a sua insaputa, blindato dal voto a maggioranza di un parlamento succube; il ministro dell’interno Alfano cadde dal pero per essersi fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva, a sua insaputa; i capi dei partiti Margherita e Lega parlavano di onestà, legalità e riforme mentre, a loro insaputa, i rispettivi tesorieri sottraevano dalle casse più di 20 milioni di euro per investimenti personali e per i famosi brillanti in Tanzania; il segretario della Lega succeduto a Maroni non ha saputo giustificare come si siano liquefatti, a sua insaputa, 49 milioni di euro di contributi statali; Renzi ha goduto gratis di una casa a Firenze messagli a disposizione, a sua insaputa, dall’amico Carrai, ecc.

Una sequela di bugie senza fine, il cui elenco ancora lungo, ci distrarrebbe dai punti principali della questione di attualità già soprannominata “Russiagate”, relativa alla condotta improvvida e mendace di un tribuno come Salvini, che rappresenta un serio pericolo per l’Italia e per la sua sicurezza nazionale.

La sua ingenuità puerile per la disinvoltura con cui affronta questioni di politica estera, come se fosse al bar sotto casa, è ingiustificabile per chi ricopra due cariche molto sensibili come la vice presidenza del consiglio e il ministero dell’interno. Ha mentito all’Italia rinnegando la conoscenza dell’affarista Savoini, senza rendersi conto che tutte le sue apparizioni e dichiarazioni in pubblico, anche quelle di carattere riservato o personale, sono fotografate, registrate, diffuse in rete e vivisezionate al microscopio.

Si è comportato come il ladro che ruba il cetriolo al supermercato e che fa scattare l’allarme alla cassa: bloccato dalla sicurezza si scusa dicendo che gli era caduto in tasca, a sua insaputa.

L’aver negato di essere intimo di Savoini (che è stato per anni giornalista della Padania di cui lui era direttore e poi suo portavoce), di averlo portato a Mosca ai colloqui con le autorità russe, di averlo invitato al pranzo di gala offerto dal premier Conte al presidente Putin, sono state sbugiardate da una carrellata di selfie (quale imprudenza narcisistica!), di

foto e filmati in cui Salvini figura a braccetto di Savoini sulla piazza rossa a Mosca; insieme alla Le Pen prima delle elezioni europee; insieme all’incontro per l’accordo Lega-Russia unita; insieme con il vice presidente della Crimea; insieme al parlamento europeo; insieme nei negoziati con il ministro dell’interno russo; insieme al pranzo ufficiale con Putin ecc.

Ma desta anche imbarazzo la prima risposta claudicante data ai giornalisti dal premier Conte di non conoscere Savoini e di non sapere perché fosse stato invitato, a sua insaputa, al pranzo di Villa Madama, come se i commensali ad un pranzo di Stato si raccolgano tra i primi passanti per strada, cosa che pare accaduta solo in una parabola del Vangelo.

Dunque nessuno sa chi sia il Savoini, nessuno lo ha visto imbarcarsi sullo stesso aereo di Salvini o che cosa facesse a Mosca in contemporanea con la sua visita, che cosa significasse la sua partecipazione al negoziato tra i due ministri dell’interno italiano e russo o al negoziato con il vice presidente della Crimea o, appunto, alla cena di gala offerta a Villa Madama dal premier Conte a Putin.

Quelli che dovrebbero sapere non sanno nulla, ma almeno gli uffici del Cerimoniale della Presidenza del Consiglio e della Farnesina (responsabile della gestione di Villa Madama) avranno pure verificato i nominativi degli invitati per stampare i pass di rito. Chi ha consegnato loro la lista degli invitati a nome dei quali doveva essere predisposto il segnaposto a tavola secondo un rigido cerimoniale? O si può credere che ci si possa imbucare a Villa Madama, superando i vari controlli di sicurezza, con la stessa faciloneria con cui ci si imbuca nei party dei giovani?

Suscita poi ironia la dichiarazione di Salvini che non si troverà un rublo nei conti della Lega in ordine, nonostante la condanna per i 49 milioni mancanti all’appello, gestiti dal tesoriere Centemero che è pure indagato così come i vari Rixi, Siri, Garavaglia. Che bella compagnia di galantuomini!

Un’altra strana coincidenza è quella che la Lega tra ottobre e novembre del 2018 (lo stesso periodo del viaggio di Salvini e Savoini a Mosca) abbia presentato in Parlamento un emendamento, fortunatamente non accolto per la vigilanza del M5S, alla legge “spazza corrotti” voluta dal ministro di Giustizia Bonafede, che avrebbe cancellato il divieto di accettare un finanziamento da parte di uno Stato straniero. Avendo fallito l’obiettivo di eliminare il finanziamento ai partiti dall’estero, la Lega ha mirato su un altro bersaglio: il decreto “Crescita” inserendovi la deroga che il divieto di finanziamento estero non è applicabile alle fondazioni, associazioni e comitati. Questa deroga fu in parte depotenziata da un emendamento del M5S che vietava alle fondazioni di devolvere e riciclare i finanziamenti dall’estero ai partiti.

Il “Russiagate” riguarda una trattativa condotta in prima persona dal Savoini con oligarchi russi per l’acquisto di greggio, con una supposta percentuale milionaria del 4%.

La Magistratura sta investigando se sia configurabile il reato di corruzione internazionale, ma a prescindere dal fatto se la trattativa sia stata conclusa o meno con relativa tangente al seguito, sul piano politico ed etico la condotta del ministro Salvini è assolutamente riprovevole.

Lo scoop dell’agenzia di notizie americana Buzzfeed, che ha diffuso l’audio delle conversazioni, dopo che ne aveva già parlato a febbraio scorso il settimanale l’Espresso, è stato ripreso nel resto del mondo (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania oltre agli USA) da tutti i media internazionali che ci hanno sguazzato dentro come anatre, felici di poter assestare un colpo alla credibilità di Salvini, che tanto li aveva irritati.

Ma se il fatto era stato portato alla luce dall’Espresso mesi fa, perché è rimbalzato dagli Stati Uniti corredato di prove solo ora?

Perché Salvini ha commesso l’ingenuità di recarsi da Putin a promettere un cambio drastico della politica estera italiana? Si dice che sia stato ammonito dall’ambasciatore Usa a Roma di non prendere posizioni contrarie agli interessi degli Stati Uniti e di recarsi invitato a Washington per spiegare la situazione. Ma non si è trattato di un invito di cordialità. Nella capitale americana Salvini non ha incontrato Trump; oltre che una stretta di mano ha subìto una bella tiratina d’orecchie, per riportarlo all’obbedienza, dal Vice Presidente Usa Mike Pence e dal Segretario di Stato Pompeo .

Forse che i russi non erano al corrente che a Washington Salvini aveva detto e promesso il contrario di quanto detto e promesso a Mosca, scontentando gli uni e gli altri?

La goccia che ha fatto traboccare il vaso per gli americani è stato il recente incontro, allargato a faccendieri e affaristi, con nuova piroetta politica, con Putin a Roma, certamente scontento di sapere di esser stato tradito a Washington.

Restano ora da scoprire due misteri: chi sia stata la gola profonda che ha rivelato il trappolone dell’hotel Metropole a Mosca, covo storico dello spionaggio, prima sovietico ed ora russo, e chi sia stato il mediatore dell’operazione.

Gli agenti segreti sono sempre esistiti dall’una e dall’altra parte: tutti gli uomini politici sono spiati e intercettati a cominciare dalla primo ministro inglese, dal presidente francese, dalla cancelliera tedesca, nonostante la protezione del loro servizio di controspionaggio. Figuriamoci se non possa essere stato intercettato un Salvini o un suo manutengolo come Savoini.

Perciò non si va lontano dalla verità se si ipotizza l’intervento dei Servizi segreti. Ma chi potrebbe essere stato il trait d’union che ha fatto un favore sia agli americani che ai russi?

Per carità si tratta di una congettura di pura fantasia degna di un improbabile film giallo, ma è un fatto che Berlusconi, amico di vecchia data di entrambe le potenze, abbia avuto un incontro riservatissimo e blindato a prova di intercettazione con Putin in una saletta dell’aeroporto di Fiumicino prima della partenza del leader russo dall’Italia.

Che si saranno detti? L’immaginazione fa supporre che Putin non potendo sbugiardare apertamente Salvini abbia chiesto l’aiuto del suo amico Berlusconi, molto desideroso di vendicare il suo orgoglio ferito e assestare con la zampata del leone una graffiata dolorosa al traditore che gli ha tagliato l’erba sotto i piedi e gli ha mangiato più di metà del partito.

Berlusconi, che ha ancora influenza sui Servizi rappresentava l’anello ideale di congiunzione con Washington. Del resto il grande vecchio della politica italiana ha un curriculum onorato, pieno di coinvolgimenti in processi di ogni tipo, di intrighi e di ricatti, di corruzione di giudici ed acquisto di sentenze, di violazione di segreto istruttorio (per la pubblicazione della famosa telefonata di Fassino “abbiamo una banca?”), di tramite oscuro dello scabroso filmato di Marrazzo con un transessuale, di compera dei senatori come ammesso dallo stesso Di Gregorio, di denuncia dello scandalo, tramite il faccendiere Lavitola, della casa di Montecarlo dopo la cacciata di Fini dal Pdl. Le amicizie con sodali del calibro di dell’Utri, Mangano, Previti, Galan, Formigoni, Cosentino Sciascia, Berruti, Mantovani, Cesa, Mannino, Papa, Cuffaro ecc., tutti finiti in galera, nel mondo delle delazioni lo farebbero ritenere abbastanza affidabile per fare filtrare le registrazioni di Mosca.

Se per gli italiani non è un gran problema aver eletto Salvini, all’insaputa di quanto sopra, per l’Europa è invece inaccettabile che un esponente di spicco del Governo, verso cui la fiducia è al minimo, sia legato ad una doppia fedeltà o se vogliamo ad un doppio tradimento e che menta spudoratamente al suo popolo ed al suo parlamento.

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