PICCOLE CONSIDERAZIONI POCO TECNICHE SUL FUTURO DEGLI UTP MINORI

Premessa

Questa scarne considerazioni, più da caffè che da tavolo tecnico, nascono da sollecitazioni ricevute nell’ambito della attività di consulenza, nonché da scambi con altri colleghi che assai meglio di me operano da tempo nel campo del Master Servicing.

Lo stimolo riviene anche dalla lettura di un interessante articolo di qualche mese fa sul Sole24ore dove si parla di problemi afferenti chi tratta NPL (https://www.ilsole24ore.com/art/npl-rischio-bolla-il-mercato-crediti-deteriorati-AF4lfMK) .

 

 

NPL, l’ora di mostrare “professionismo tecnico”

Il mercato degli NPL mostra ancora triste vitalità e l’occasione di fare ottimi affari prosegue, anche se il prezzo di acquisto è salito, visto l’aumento della concorrenza (https://www.pwc.com/it/it/publications/npl/doc/the-italian-npl-market-lug19.pdf).

Permane anche la possibilità di acquisire big ticket, taluni dei quali – per la grandezza e l’importanza della sofferenza acquisita – possono dare vita a SPV “single name”.

Vi è, poi, la non gradita possibilità di un ulteriore crescita, se l’asfissia del mercato italiano proseguirà, soprattutto in presenza di un governo che insiste a non emanare proposte di misure strutturali, ma mere iniziative di marca strettamente elettorale che saranno esiziali per l’Italia (in ciò, sia chiaro, non dissimile da tutti i governi che si sono succeduti da Renzi in poi, alla faccia del nuovo tradito, per non parlare degli ultimi venti anni).

Di conseguenza, i risultati dei maggiori operatori del mercato mostrano apprezzabili crescite.

Però, come detto nell’articolo del Sole, la qualità delle prestazioni professionali si deteriora.

Perché?

Una semplice risposta può essere che il mercato è stato assalito selvaggiamente da operatori improvvisati, che – come nella bolla delle dot.com e in quella prossima delle start-up che scrivo app inutili – hanno riempito spazi di mercato in cui famelici investitori, non tutti di classe maggiore, si sono buttati.

Ma questa è una risposta, più che semplice, semplicistica.

In realtà, senza considerare il non soddisfatto fabbisogno di risorse che l’articolo denunzia, anche gli operatori maggiori possono scontare la presenza di soggetti che replicano i problemi delle banche, primo fra tutti la scarsa conoscenza dei processi creditizi da parte di coloro che si collocano nella fascia d’età dai 40/45 anni in giù.

Costoro sono cresciuti nel periodo del credito erogato con facilità/faciloneria, tanto si generavano commissioni – oggi non più permesse – e finti interessi di non sempre utile credito, a tutto scapito della qualità di selezione e di assistenza vera ai clienti.

D’altronde, se le banche hanno concesso cattivo credito, perché gli operatori del campo NPL dovrebbero avere uomini migliori?

Ovviamente non per tutti è così.

Per fortuna, esistono operatori di alto profilo – riconosciuti come tali dal mercato – che impiegano esperti cresciuti in banca senza contrarre la sindrome quantitativa di “CRM Selvaggio”.

Da considerare poi che, come denunziato dall’articolo, anche gli operatori di maggior standing sono a loro volta “afflitti” da special servicer che, in sede di recupero, ripetono stanchi rituali di azione legale – un po’ per meccanica consuetudine, un po’ per convenienza di piccolo cabotaggio – senza alcun guizzo di tipo mercantile, mentre spesso gli “sporchi, maledetti e subito” possono essere anche non pochi (almeno rispetto al valore d’acquisto) se c’è reciproca convenienza a chiudere.

Avvocati accorti e “preparati al mondo” possono fare molto in questo mercato, mixando buona pratica legale con attitudini e intuito più imprenditoriale.

Insomma, per avere problemi, non c’è nemmeno bisogno di arrivare al limite del ridicolo professionale citato all’inizio dell’articolo del Sole24ore: “Debitori che non trovano nessuno con cui parlare. Nemmeno quando (sembra strano ma capita) vorrebbero pagare. Giudici che estinguono le esecuzioni immobiliari perché chi gestisce i crediti in sofferenza non paga i contributi dovuti”.

Non mi stupisce quindi se, nei colloqui con colleghi di vasta e importante esperienza, vengano fuori notizie relative a richieste di aiuto consulenziale, anche da parte di “case” importanti, che subiscono strali di investitori inviperiti per lentezze e/o performance non alla altezza.

 

 

E gli UTP?

 

A questo punto non posso che esprimere “viva preoccupazione” per quanto riguarda una materia ben più delicata: quella dei crediti più morti che vivi che avrebbero bisogno di primari rianimatori, internisti e fisioterapisti per tornare, non dico in bonis, ma almeno in uno stato accettabile di funzionamento.

Infatti, l’obiettivo della gestione degli UTP dovrebbe essere tale per cui, almeno, si possa intervenire per salvare la parte produttiva interessante e – ovviamente – quanti più lavoratori e fatturato possibile (qualora qualcuno si dimenticasse dov’è il cuore della partita in gioco).

Allo stato, le esperienze pregresse non lasciano molte speranze.

Finora – se va bene – gli UTP, quando sono trattati, vengono considerati solo per il valore della produzione (o di un brevetto, di un mercato, etc.) per cui dell’azienda si può anche perdere in grossa parte.

Normalmente, invece, sono fatti passare allo stato di NPL se vi è convenienza spicciola a rientrare di una somma comunque superiore al valore d’acquisto.

In più, parlo per direttissima esperienza, quasi tutti gli operatori, se società finanziarie, devono ancora adattare i sistemi informativi a gestire la parte creditizia e il conseguente aumento della componente gestionale, amministrativa e di controllo.

Ho notizia diretta di importanti pacchetti di crediti che sono nel limbo da tempo, in attesa che sistemi siano implementati, essendo pochi i provider informatici già pronti a servire questo mercato bancario ibrido.

Certo, vi sono realtà di grosso standing, come Illimity di Passera, che cominciano a operare in questa ottica nel mercato.

Però, le notizie di stampa e di strada riportano solo operazioni su big ticket, nomi importanti del mercato produttivo in transitoria difficoltà.

Cosa giusta, perché, in un’ottica di investimento stile Investiment Bankinged M&A, piccoli target comportano grandi sforzi, uguali a quelli da profondere per grandi aziende, moltiplicando così gli impegni a tutto scapito dei costi e della ricerca di grandi performance.

E poi, ce lo vedete Passera a fare retail su mercati plebei?

Adesso attendiamo il grande slam della SGA, su cui si attestano molte speranze (che, sia chiaro, condivido in pieno).

Rimane comunque il problema dei medio-piccoli, che abbisognano di interventi mirati ma nel quadro di una gestione il più possibile standardizzata.

Insomma, per rimanere nella metafora medica, occorre un buon reparto di geriatria che curi la parte comune delle malattie, soprattutto i cicli di cash-flow che sono spesso la bestia nera delle imprese medio piccole, da sistemare con mix di factoring, anticipi semplici ed elasticità cassa, nonchè con interventi mirati più strutturali solo laddove servano veramente.

Probabilmente, il modo migliore per gestire queste vie di mezzo tra massa e sartoriale è costruire fondi mirati sotto una SGR (o anche SPV ad hoc, ma preferisco il fondo) con dei comitati di gestione che siano un mix di competenze creditizie e imprenditoriali di mercato.

In questo modo si potrebbe agire per settori, mercati, aree geografiche, etc., recuperando il massimo possibile anche da gestioni bancarie dissennate che, non di rado, hanno creato esse stesse disastri (si pensi, ad esempio, alle imprese costrette ad indebitarsi dalle due popolari venete per sottoscrivere azioni).

In questo modo, si potrebbe usufruire dell’apporto di quegli esperti di credito che sul mercato offrono consulenza, forti di una preparazione oggi venuta meno in troppe realtà.

E le piccole imprese?

Se hanno la fortuna di rientrare in un settore o una zona d’interesse avranno chance, sennò il medico non potrà che ordinarne l’eutanasia, cercando al massimo di recuperare un valore che dovesse rimanere: un brevetto, una capacità operativa particolare, bravi lavoratori, etc.

Anche lo smembramento e la vendita di piccole realtà, presenti comunque in un pacchetto, può essere una soluzione gestionale valida, per quanto brutto possa essere dirlo, se il valore di esitazione permette sia pur solo una chiusura alla pari con la somma spesa tra acquisto e costi operativi.

 

 

Conclusione

Che dire?

Aspettiamo fiduciosi un colpo fortunato di investitori con un’ottica di performance nel medio periodo, interessati a procurarsi più una buona rendita futura, con una certa continuità nel tempo, che un facile guadagno spot (per sua natura più esposto a rischi di mercato).

Speriamo, ma senza soverchie speranze, che anche un possibile futuro governo possa pensare a sostenere queste iniziative, oltre la/le possibili reoco della SGA, invece di regalare soldi senza contropartita, nemmeno quella della dignità dei disoccupati.

Speriamo, soprattutto, che il sistema bancario e finanziario abbia un sussulto di dignità.

 

 

Nota filologica finale

In queste poche paginette ho usato molte parole inglesi, anche se la lingua italiana ne ha di ottime con lo stesso significato.

L’ho fatto per una ragione umanitaria.

Così i Milanesi lo capiscono meglio.

Saluti dal profondo Nord Biellese dove si produce, mica si fanno Happy Hour e Brunch.

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