Il sottoproletariato PMI sofferente tra SPAC e vuoto

Il quadro

 

Prendo spunto da un articolo del Sole24ore del 20 agosto 2019 per questa altra rapida chiacchierata, senza pretese organiche, sul mondo dei crediti problematici.

Anzi mi faccio provocare dal titolo: “Le SPAC, una occasione mancata” per fare alcune considerazioni.

In estrema sintesi, lo scritto afferma che sia già finita la stagione euforica che ha portato alla creazione di questi veicoli d’investimento, che avrebbero ancora in tasca circa un miliardo di euro da spendere, ma non trovano interessanti occasioni*.

Già nel mio scorso intervento**avevo affrontato il problema della gestione di UTP di piccola dimensione, che possono essere un problema per interventi diretti di sostegno, essendo costoso l’agire “dentro” una azienda, motivo per il quale qualsiasi impegno da parte di investitori professionali ha sempre preferito grandi operazioni che, banalmente, a parità di sforzo mettono in moto più soldi col medesimo rischio e con minor sforzo, rispetto a interventi piccoli e diffusi.

Ciò, anche se avere ampia distribuzione d’investimento potrebbe far pensare il contrario.

In realtà, sempre in campo borderline ci si muove, per cui concentrare le forze verso pochi obiettivi ben definiti fa massimizzare i risultati e rende necessario un minor numero di risorse qualificate.

Queste sono tutte cose che chi lavora in campo d’investimenti industriali (venture capital e simili) ben conosce.

Ora è il caso di scendere un po’ più in profondità sulla questione, visto che gli NPE proseguono ad essere un problema e le previsioni OCSE di crescita zero non promettono nulla di buono per quelle imprese che si trovano sul crinale del precipizio.

Dando un’occhiata alla pubblicazione “Outlook ABI-Cerved sulle sofferenze delle imprese” di Luglio 2019***quel che balza immediatamente all’occhio è che si stima per fine anno un tasso d’ingresso di nuove sofferenze sicuramente più basso del dramma degli scorsi anni, con una piccola ma avvertibile componente purtroppo del segmento famiglie (1% rispetto ai crediti vivi. cfr. pag. 2 del documento).

Il fatto che il tasso d’ingresso sia basso (2,4% sul totale crediti vivi, cfr. pag. 2) è una buona notizia?

Come al solito, una indicazione a sé presa è un dato non significativo.

Se invece la si riguarda in relazione all’andamento storico, ciò che potrebbe sembrare un dato basso deve essere, al contrario, letto come una coda del declino che prosegue dagli anni precedenti, dopo che nel lasso temporale 2012-2016 si è rimasti sopra al 4%, superando anche il 5%.

Stiamo insomma proseguendo a depauperare la nostra base produttiva (e il connesso credito) senza che vi siano significativi aumenti di produttività altrove (quindi più o meno a parità di condizioni).

Se si pensa, inoltre, che il rapporto testualmente dice (cfr. pag. 3): “Le previsioni elaborate in base ai modelli Abi-Cerved evidenziano, tuttavia, che nel prossimo biennio non si verificherà una ulteriore riduzione dei tassi di ingresso in sofferenza che ha caratterizzato gli ultimi due anni. L’interruzione del processo di discesa è in buona parte determinato dal rallentamento del quadro macroeconomico.”, ben si vede come materia per stare allegri non se ne trovi.

Leggendo poi la tabella: “Tassi di ingresso in sofferenza delle società non finanziarie per dimensione di impresa” (cfr. pag. 6) non sorprenderà vedere che i tassi maggiori di nuovi ingressi sono negli insiemi microimprese (2,7%) e piccole (1,8%) ****.

La media generale è 2,5% e le altre due categorie dimensionali d’imprese presentano i seguenti tassi: medie (1,5%) e grandi (1,2%).

Non ci vuole, quindi, grande scienza statistica per capire quale sia la componente che pesa di più.

Chiedo ancora un piccolo sforzo per il tedio dei numeri, ma è necessario.

Scomponendo per macro settore merceologico gli ingressi (cfr. pag. 8) la parte maggiore la fa tutt’ora il comparto delle costruzioni (4%) e dei servizi (2,4%) mentre industria e agricoltura si fermano (si fa per dire) all’1,9%.

Segno questo che la povertà delle famiglie e il perimento di molte imprese si abbatte violentemente sul mattone (e non è una novità) e sui servizi che possono essere tagliati (talvolta anche quando utili se non essenziali).

Se invece la produzione primaria offre prodotti necessari (o esportabili) e le imprese hanno le spalle grosse per reggere cash-flow fluttuanti (ovviamente quelle maggiori con tesorerie strutturate) l’impatto c’è ma è minore.

In generale (cfr. pag. 5) le sofferenze nette per li imprese si attestano a 16 miliardi di euro.

Basta numeri, anche se vi invito a leggere tutta la pubblicazione.

 

 

E allora?

 

Torniamo alla gestione delle piccole sofferenze.

È evidente che, in caso di piccole e piccolissime realtà, si debba dover accettare un tasso di mortalità inevitabile.

La via d’uscita per le situazioni terminali non può essere che politica.

Ammortizzatori sociali, taluni dei quali già esistono, che consentano o una dolce morte o la possibilità che i lavoratori intervengano nella vita d’impresa in vario modo.

Per una dolce morte esistono strumenti come l’assegno di ricollocazione che, comunque, prevede il fatto che imprese in cui ricollocarsi esistano.

Qualche possibilità migliore di successo la hanno le operazioni di workers buyout. Questo però a patto che l’azienda abbia:

  • una linea produttiva valida e che possa essere portata avanti con garanzia di successo;
  • che questa idea di successo possa essere condivisa dalle banche che hanno affidato fino a quel momento l’azienda;
  • che i lavoratori abbiano i soldi da immettere (sperando che in presenza di un TFR “evaporato” il fondo di garanzia INPS sia attivabile);
  • che vi sia dietro ai lavoratori un valido consulente, posto a disposizione da qualche associazione di categoria (di solito gratis o a costo contenuto) per occuparsi della parte di nuovo assetto, o liberamente scelto dai lavoratori (se il sostenere un onere ad alto valore aggiunto vale la candela) che li guidi sulla ricerca di nuovi mercati e, soprattutto, curi la parte di ristrutturazione dell’indebitamento e di gestione tesoreria.

Ma non tutto può essere risolto dalle stesse maestranze.

Ecco quindi la necessità che entrino in gioco soggetti aggregatori che ancora non vedo farsi avanti.

L’idea guida deve essere quella di individuare campi di intervento entro i quali andare a scegliere le realtà che, pur in crisi per motivi di cattiva gestione della tesoreria e dell’indebitamento (con spesso complicità di gestori bancari incapaci), abbiano interessanti brevetti, valide linee di produzione o -comunque – buon know-how in qualcosa di appetibile.

Si tratta, insomma, di creare degli insiemi di investimento (da immettere in: fondi, SPV, quel che si vuole) dove l’opportuna scelta di interventi fattibili può dare luogo a delle interessanti iniziative che recuperino non solo imprese, ma anche settori merceologici, se non distretti.

Certo, iniziative del genere richiedono un forte impegno di selezione ed analisi, che vede impegnato un mix di conoscenze tecniche, di mercato e bancarie, tale per cui la necessità di soggetti qualificati è avvertibile.

Anche le successive modalità di gestione/controllo delle aziende in cui si è investito non possono essere effettuate come in investimenti di ordinario venture capital, dove si partecipa alla composizione degli organi aziendali.

Occorre creare una sorta di holding (logica o reale) di controllo che agisca dettando piani ed intervenendo, dove necessario, con indicazioni cogenti, rimuovendo gli Organi in casi limite, fornendo altresì servizi integrati di tesoreria e gestione dell’indebitamento.

In questo frangente rientrano in campo i consulenti che possono fornire un valido aiuto non solo in campo tecnico e gestionale, ma anche in quello creditizio e finanziario.

Insomma, vi deve essere una evoluzione di coloro che fanno origination verso forme di corresponsabilità.

Questa può essere una ipotesi di sviluppo professionale per coloro che già vengono dal mondo del credito e che hanno un’ampia esperienza di come si assista e si controlli una azienda facilitata.

Un ulteriore cenno meritano gli interventi verso costruttori in difficoltà.

In questo caso, l’acquisizione di immobili civili per la riconversione in social housing è ben più che una ipotesi, visto molti fondi operano già in tal senso.

Lo stesso può valere per coloro che riconvertono immobili in uffici o in altre attività a reddito.

Certo, deve essere ben chiaro che, per tutto quanto ho qui accennato, solo una parte degli NPL (e probabilmente anche degli UTP) potrà essere salvato.

E deve essere altresì compreso che operazioni del genere non possono avere un’ottica di breve, ma rappresentano forme d’investimento che hanno cicli medio lunghi (almeno tre/cinque anni per realizzare, dall’inizio della prima operazione). Sono quindi operazioni per investimenti di tipo strutturale o cautelativo, che come tali devono essere oculatamente trattate dai gestori.

Ma occorrerà anche che tutto il paese chiaramente comprenda che ci saranno sempre posizioni impossibili da salvare ed altre su cui dolorosamente non si potrà intervenire, perché le risorse non sono infinite, né quelle numerarie né quelle umane.

Se si riuscirà a rimettere in moto almeno una parte di mercato, si potrà legittimamente sperare che un altro pezzo riprenda a funzionare sulla scia.

E si potrà anche dire che il sistema creditizio italiano ha trovato una dimensione etica che da troppo tempo manca (per chi fosse interessato alla materia naturalmente. Io sì).

 

E la cosa pubblica?

Nella scorsa legislatura si era ipotizzato, almeno a livello di chiacchiere con esponenti eletti, di garantire agevolazioni a chi recuperi immobili per il social housing.

Qualcosa di carattere generale è stato fatto con le agevolazioni fiscali connesse al c.d. cappotto termico, confermato anche con gli ecobonus del 2019, ma sono iniziative fuori dal perimetro del recupero di sofferenze.

Infatti, l’ipotesi iniziale prevedeva ben più ampie misure, anche se poi è rimasto tutto nel mondo dell’inespresso, fermandosi appunto al livello di chiacchiere tra addetti ai lavori (tra cui chi scrive).

L’idea base partiva dalla considerazione che i fabbisogni di abitazione sono oggi ben diversi dal passato, dove si privilegiavano abitazioni civili ampie (anche se non amplissime) oggi obiettivamente non più attuali per motivi di costo e di capacità di gestione delle famiglie (impoverite).

Tale modello però era stato replicato dai costruttori, che si sono poi trovati con uno stock inattuale di invenduti, specie per immobili costruiti in zone non di pregio, come le periferie estreme delle città (che, in realtà come Roma, ma non solo, vuol dire lontananza avvertibile dal centro in presenza di una indecentissima rete di trasporti pubblici e non di rado degrado generale).

L’intervento su questi immobili, quindi, richiede progetti più complessi per il riadattamento e per l’urbanizzazione di luoghi spersi, tenendo presente che urbanizzare zone difficili non vuol dire solo la costruzione di una scuola, di una chiesa, di un ambulatorio e, se va bene, di una biblioteca che nessuno userà.

Non è solo questo ciò che serve per garantire qualità di vita.

Pensando al numero di imprese che possono intervenire per la riqualificazione di queste aree ed ai minori trasferimenti che si possono effettuare a favore dei comuni, qualora intervenga un fondo (magari con una Reoco da poco beneficiata di una imposta di registro agevolata) cui è possibile garantire remunerazioni interessanti, forse un ulteriore gioco di vantaggi fiscali ci può stare, magari tagliando una pletora di microagevolazioni in nulla utili, se non per l’orticello del politichino d’accatto.

Quanto al gioco più generale del salvataggio delle imprese, volendo rimanere superficialmente nelle quattro chiacchiere, non entro in discorsi tecnici sugli ELTIF, anche da ultimo sovvenuti nel decreto crescita.

In materia di altre opportunità, mi limito a dire che, spigolando tra le varie agevolazioni, anche se le PMI sovvenute non hanno i requisiti per essere eligibili nella garanzia di Mediocredito Centrale, diverse sono le possibilità cui si può accedere.

Certo, a patto di avere qualcuno vada navigando tra i vari decreti dai roboanti nomi come Decreto Crescita (2019), Sblocca Italia (2014) e la pletora di norme minori e inserti legislativi di fantasia che caratterizzano oramai il modo italiano di legiferare.

Se poi fossero possibili ulteriori interventi governativi diretti al recupero di posti di lavoro, risparmiando così su misure indistinte di sostegno attivo al reddito (ammesso di avere i soldi), sarebbe fantastico.

Insomma, al di là di queste quattro idee buttate lì alla rinfusa, quel che mi interessa far notare è che vere iniziative di recupero di PMI in difficolta possono essere interessanti per tutti.

Forse agendo a livello regionale, con le regioni che funzionano più da aggregatori che da diretti intervenienti, si può agire più efficacemente, ovviamente dove la macchina funziona.

Consideriamo che ora sarà sicuramente possibile sfruttare l’ulteriore contingenza rappresentata dalla possibilità che le regole UE si allentino, visto che anche i “padroni veri” hanno problemi; la Germania non è più brillante come prima e Macron sta obiettivamente distruggendo lo stato sociale francese, una delle migliori costruzioni in Europa.

Coraggio politici veri, uscite dove ci siete.

Astenersi poltronari.

 

Conclusioni

Il mercato bancario/finanziario lascia oggettivamente a desiderare come qualità, non mi stancherò mai di dirlo.

C’è troppo management non adatto al ruolo che ricopre ma, secondo il Principio di Peter, coloro che sono cresciuti fino al limite della loro incompetenza hanno generato altri mostri.

Però ci sono risorse in gamba, spesso pantere grigie, che possono dare un contributo esperienziale e operativo di eccellente fattura.

Molti operano ancora in azienda o in società di consulenza.

Lo stesso sistema ha capito che deve cambiare registro.

Gli investitori istituzionali, dopo la pacchia iniziale degli NPL facili, come sempre avviene nei nuovi mercati che sembrano “per tutti”, stanno finalmente chiedendo professionalità (si riveda il mio precedente articolo**).

Chissà che stavolta qualcosa di buono non la si costruisca, se non altro per proseguire a lavorare.

 

*https://www.finanzaonline.com/notizie/spac-la-festa-e-finita-ancora-da-spendere-quasi-un-miliardo-il-sole-24-ore

**https://informationzero.wordpress.com/2019/08/01/piccole-considerazioni-poco-tecniche-sul-futuro-degli-utp-minori/

***https://www.abi.it/DOC_Mercati/Analisi/Scenario-e-previsioni/Outlook-ABI-Cerved/Outlook%20Abi-Cerved%20sulle%20sofferenze%20delle%20imprese_Nr.%208%20luglio%202019.pdf

****(cfr. pag. 7)

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