Cosa deve temere Luigi Di Maio – di Torquato Cardilli

Nella Grecia centrale c‘è una piccola città, Cheronea, passata alla storia per due celebri battaglie, quelle  di Filippo il Macedone contro la Lega Achea e di Silla contro Mitridate.

Ma per i cultori della letteratura greca essa è anche famosa perché diede i natali a Plutarco, biografo, scrittore, filosofo che ci ha lasciato un’opera monumentale: le vite parallele.

Si tratta di una raccolta di biografie dei più noti personaggi del mondo greco-romano messe a confronto per le analogie più o meno verificate o per le differenze caratteriali (i primi re di Atene e Roma Teseo e Romolo, i generali prudenti ma vittoriosi Pericle e Fabio Massimo, gli oratori implacabili Demostene e Cicerone, i condottieri audaci e invincibili Alessandro Magno e Giulio Cesare ecc.).

Se Plutarco vivesse oggi non esiterebbe a includere nella sua galleria anche due politici assurti giovanissimi a capo della diplomazia italiana: Luigi Di Maio e Galeazzo Ciano.

Il Governo che ha appena giurato nelle mani del Presidente della Repubblica, presieduto da Giuseppe Conte e che passerà la prossima settimana per il voto di fiducia del Parlamento, registra infatti la più evidente novità in assoluto con la nomina del più giovane Ministro degli Esteri d’Italia: Luigi Di Maio, nato il 6 luglio 1986 (quindi dell’età di 33 anni e due mesi).

Galeazzo Ciano che a suo tempo all’età di 33 anni e 5 mesi, da genero di Mussolini, aveva battuto il record del suo predecessore Dino Grandi (34 anni) è stato scalzato dalla guida della classifica.

Il primo avellinese e il secondo livornese; il primo formato nella primissima gioventù con il sacrificio di lavori umili, ma ispirato ad una politica di radicale di rinnovamento, il secondo salottiero e godurioso, fatuo e frivolo, dedito al golf ed alla bella vita; il primo figlio di un piccolo imprenditore con l’ambizione di rinnovare l’Italia, il secondo Conte di Cortellazzo, figlio del Presidente del Senato Regio, già marciatore su Roma; il primo operaio nella ditta paterna, il secondo diplomatico di carriera; il primo a 27 anni vice presidente della Camera dei Deputati, il secondo a 30 anni sottosegretario all’Informazione; il primo a 32 anni capo del movimento politico maggioritario, vice presidente del Consiglio, ministro del lavoro e dello sviluppo economico, il secondo a 30 anni Ministro della cultura popolare e a 33 anni appunto Ministro degli Esteri.

Fin qui le analogie.

E sarebbe bene fermarsi nei parallelismi soprattutto perché Ciano fece una fine tragica per aver osato (troppo tardi) opporsi alla guerra e alla politica del suocero, ma anche per mettere in guardia Di Maio in modo che non incorra negli stessi errori di sopravvalutazione di se stesso.

Ciano avrebbe avuto bisogno di ascoltare di più i consiglieri politici che conoscevano il contesto e che offrivano idee e punti di vista anche alternativi a quelli dominanti, ma ritenendosi un “unto” si circondò solo di zelanti e obbedienti segretari, capaci solo di annuire, che gli tenevano in ordine le carte e nulla più.

Invece di servirsi delle analisi puntuali di esperti del mestiere che respiravano l’aria delle cancellerie europee e che fungevano da barometri della politica internazionale si circondò di adulatori, scelta questa dall’altissimo rischio di decisioni sbagliate che portò alla firma senza obiezioni del patto d’acciaio con Von Ribbentrop, credendo di poter nascondere la subalternità italiana, e alla consegna ad personam della dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna che invece lo avevano messo in guardia sull’opportunità di non abbandonare la politica di neutralità dell’Italia.

Già, gli adulatori, condannati da Dante immersi nello sterco, sono capaci di ingannare i potenti con le loro lodi e lusinghe per fini personali.

Per Honoré de Balzac l’adulazione non viene mai da anime grandi, ma è appannaggio di spiriti piccini che non sono portatori di un’idea; sono i primi a parlare di meritocrazia e pur con l’handicap di non riuscire a guardare negli occhi il proprio interlocutore per più di qualche secondo, non si fanno scrupolo di mettere in cattiva luce i possibili competitori.

Il pericolo peggiore è ancor oggi quello di avere un cerchio magico (come sperimentato ai giorni nostri da Renzi e da Salvini) che non offre un suggerimento di strategia con un panorama di punti di vista, ciascuno corroborato dalla cosiddetta analisi dei pregi e delle criticità, ma che annuisce ed acconsente ad ogni mossa decisa dal capo.

Insomma è sempre attuale il detto dell’ecclesiaste, messo in bocca al Re Salomone, “nulla di nuovo sotto il sole” che esprime con rammarico l’ammissione che la storia dell’uomo è un ripetersi delle stesse situazioni  e degli stessi comportamenti.

 

Torquato Cardilli

6 settembre 2019

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