I COLOSSI E LE TASSE di Torquato Cardilli

La pandemia del coronavirus ha rinfocolato i discorsi deliranti dei sovranisti all’amatriciana che, nonostante vengano respinti dai loro cosiddetti alleati in Europa, continuano a coltivare sogni di indipendenza monetaria, di stampa di banconote, di autarchia economica e via discorrendo come se non fosse passato un secolo da quella infausta esperienza e come se non fossimo vincolati a rimanere a bordo del vascello europeo che può non piacere, ma che è l’unico a disposizione per non affondare.

La maggioranza degli italiani ha ormai familiarità on Facebook, diventato un compagno di vita quotidiano, ma ben pochi sanno chi sia realmente questo mangiafuoco di denaro. E’ una multinazionale, nata nel 2004 a Palo Alto (California), che dopo l’immediato successo iniziale, pregustando lo sviluppo di affari immensi, ha stabilito nel 2008 la sede fiscale a Dublino. Già questa mossa, seguita da altri squali della finanza, dovrebbe mettere in sospetto perché finalizzata  al solo scopo di pagare il meno possibile di tasse e spingere qualsiasi Governo serio ad adottare tutte le misure consentite di difesa.

Nel 2012 Facebook, il cui padrone assoluto Mark Zuckerberg ha un patrimonio di 72,3 miliardi di dollari, ha acquistato Istagram per 1 miliardo di dollari e 2 anni dopo Whatsapp per 19 miliardi di dollari, arrivando nel 2017, con un conglomerato di circa 24.000 dipendenti, a fatturare 40,5 miliardi di dollari con un  utile netto di 20,2 miliardi.

Tutti gli utenti di queste piattaforme social portano soldi nelle casse di Facebook il cui valore (con partecipazione di Goldman Sachs per l’1%, Microsoft per l’1,6% e un gruppo di investitori russi per il 2%) era stimato prima della crisi in 500 miliardi di dollari. Questo ammontare, per la sua magnitudine equivalente a poco meno di un terzo del PIL italiano, può far venire il capogiro e disorientare il comune mortale.

Ma Facebook non è solo. Nel cosiddetto empireo del Websoft ci sono altri 25 colossi conglomerati multinazionali (14 con sede negli Usa, 7 in Cina, 2 in Giappone e 2 in Germania) del calibro di Google, Amazon, Microsoft, Alibaba, Apple, Tripadvisor, Airbnb, Twitter, Ebay che sono in grado, proprio per le loro grandezze economiche, di determinare le scelte politiche e finanziarie mondiali, intervenendo con un clic nei mercati valutari, azionari e obbligazionari a dispetto della nostra burocrazia dei formulari.

Globalmente hanno  un utile sui 130 miliardi di dollari (mediamente 15 milioni al giorno ciascuno, feste comprese) su un fatturato di circa 850 miliardi di dollari, di cui solo 2,5 miliardi fatturati in Italia per un utile netto di oltre 800 milioni. Chi non fosse colto dalle vertigini per queste cifre dovrebbe riflettere che è autolesionistico insistere in un provincialismo miope senza capire la differenza tra il nostro nanismo e l’altrui gigantismo.

Se una qualsiasi azienda italiana avesse un giro d’affari del genere quante centinaia di milioni pagherebbe di tasse? Almeno la metà e invece dagli estratti dei bilanci a tutto il 2018 nel registro delle imprese di Infocamere si nota che le tasse pagate in Italia dalle costole italiane (tutte srl) dei giganti del web e della sharing economy, veri roditori del benessere altrui, sono risibili perché applicabili solo sul 15% degli utili cioè su 120 milioni, mentre il restante 85% viene esportato e perciò esentato.

Come è possibile? Usano la scappatoia di spostare il grosso degli introiti dal luogo dove vengono prodotti verso la propria sede fiscale in un qualche paradiso corsaro (in cui basta avere una targa e una casella postale), sottraendo gli introiti stessi al fisco del paese di produzione e accumulando ingenti ingiustificati profitti.

Quando si parla di paradisi fiscali l’immaginazione va subito alle isole Cayman, alle Bahamas, o alle Isole Vergini e invece questi rifugi corsari esistono anche all’interno dell’UE (Irlanda, Olanda, Lussemburgo, Cipro, Malta. Liechtenstein, Montecarlo) e, pur di attirare capitali, si fanno una guerra al ribasso fiscale con accordi sottobanco per applicare una tassazione assolutamente modesta. Alcuni anni fa si aggirava sul 5%, poi a seguito di trattative su pressione della Commissione  europea, il livello medio di tassazione è stato innalzato di quasi 9 punti, il  che è certamente sempre meno di quanto le multinazionali dovrebbero pagare nei paesi dove hanno la sede ufficiale, ma non quella fiscale, tipo gli Stati Uniti (il 21%) o la Cina (il 25%) o il Giappone e la Germania (circa il 40%).

In aggiunta a questa scappatoia legale, ma senz’altro immorale rispetto al lavoro che dovunque è spremuto tassato in modo medioevale, c’è anche un ulteriore stratagemma, chiamato con un eufemismo “cash pooling” (mescolamento del denaro), mentre sarebbe più appropriata la definizione di “sottrazione del denaro”. Esso consiste nella centralizzazione della gestione della liquidità di cassa di tutto il gruppo societario evitando diseconomie tra le varie controllate, e consentendo lo spostamento di parte della liquidità registrata in un paese a favore di un’altra o più controllate in un paese terzo.

Questo trasferimento della liquidità aziendale, in pratica non è altro che sottrazione al fisco del paese ove l‘introito si produce di un imponibile che viene trasferito a favore di altre aziende del gruppo stesso.

Per dare un’idea più precisa di questo strumento finanziario supponiamo che all’interno del gruppo vi siano la società A (nel paese A) dotata di una forte liquidità e la società B (nel paese B) che non ne dispone per far fronte ai suoi piani di sviluppo.

Secondo una vecchia logica la società A dovrebbe depositare il suo denaro presso una banca in cambio di una piccola remunerazione, mentre la società B in cerca di liquidità si dovrebbe rivolgere ad una banca a cui pagherebbe certamente un interesse doppio o triplo di quello incassato da A.

Con l’utilizzo del “cash pooling”  la società A trasferisce la propria liquidità alla cassa unica capogruppo detta “pooler”, che, a sua volta, la gira alla società bisognosa B. Dunque la finalità pratica consiste nell’aver fatto risparmiare il differenziale di interesse e nell’aver sottratto la quota trasferita alla tassazione nel paese di produzione.

Ma c’è ancora un altro strumento del tutto riprovevole che consiste nel trasferimento di denaro ad interesse. Seguendo lo schema precedente la società A cede la liquidità alla società B non più gratis perché parte del gruppo, ma ad un interesse superiore a quello di mercato con il risultato che la società B detrae tale spesa dall’imponibile nel paese B, mentre gli introiti della società A sono soggetti ad una fiscalità di favore.

Con la legge di bilancio del 2019 l’Italia aveva introdotto la web tax  nella misura del 3%, una vera mancia, ma i decreti attuativi necessari per la sua entrata in vigore non furono mai emanati. Colpa di chi? Scelta o caso?

Anche se la tassa è stata riproposta in modalità auto applicativa con la legge di bilancio 2020 senza necessità dei decreti attuativi, possiamo arrabattarci in tutti i modi per raggranellare i soldi che ci servono, ma non riusciremo mai a rompere gli artigli di questi falchi della finanza. Eppure basterebbe applicare il principio imposto all’umile immigrato che è autorizzato a rimpatriare i risparmi dopo aver pagato le tasse. Dunque basterebbe una legge di un solo articolo secondo cui tutti gli introiti conseguiti in Italia da privati o imprese di qualsiasi natura sono soggetti alla tassazione italiana e che nel caso di multinazionali è consentito il versamento alla capogruppo all’estero solo dell’utile residuo dopo aver pagato il dovuto al fisco italiano.

Torquato Cardilli

(1 maggio 2020)

2 pensieri su “I COLOSSI E LE TASSE di Torquato Cardilli

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